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Gino Conti

 

UN SEGRETO SVELATO


 

Alla memoria di

 

Padre Enrico ZOFFOLI,

 

maestro,fratello,amico carissimo.

“Se anche noi stessi o
un angelo dal cielo vi
predicasse un Vangelo
diverso da quello che
vi abbiamo predicato,
sia anatema!”
(Gal 1,8)

CENNI DI BIBLIOGRAFIA

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C.C.C. Catechismo della Chiesa Cattolica, Ed. L.E.V., 1992

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Il Movimento neocatecumenale, sorto in Spagna nel 1964 ad opera di Kiko Arguello, ha trovato in Italia, come nel resto del mondo, un'accoglienza di segno opposto: diocesi e parrocchie dove è accolto come un dono di Dio, altre, invece, dove è considerato un pericolo per la Chiesa, alla pari dei “Testimoni di Geova”.

I favorevoli portano a sostegno della loro adesione alcune motivazioni come: le foto di Kiko con il Papa e le parole elogiative del movimento pronunciate da Paolo VI e Giovanni Paolo II, in occasione di udienze; la diffusione ed accoglienza in numerose parrocchie del mondo intero; il riavvicinamento alla fede di molti che ne erano lontani; l'attività missionaria dei loro “itineranti”; i Seminari sorti ad opera di Kiko e che forniscono alla Chiesa vocazioni sacerdotali provenienti da tutto il mondo; la lettera del Papa del 30 agosto 1990 a S.E. Mons. Cordes!

Gli oppositori mettono in risalto, invece, alcuni aspetti negativi come: l'assenza prolungata (che può durare oltre 20 anni) dei neocatecumenali dalla vita della Parrocchia in cui sorgono; l'instaurazione, in queste, di una struttura che si presenta come parallela a quella ufficiale della Chiesa; l'emarginazione statutaria dei Sacerdoti o Parroci aderenti al movimento ridotti a semplici amministratori dell'Eucaristia e della Penitenza; l'obbedienza che questi devono ai catechisti del gruppo, ritenuti i veri ed esclusivi distributori della verità e dei carismi; l'eliminazione di tutti gli altri movimenti ecclesiali esistenti nelle Parrocchie; la trasformazione inesorabile delle medesime in una struttura dove ha diritto di vita soltanto il Movimento ed i suoi aderenti; il sorgere di una liturgia contraria alle disposizioni date in materia dall'autorità competente della Chiesa; certe confessioni pubbliche di peccati gravi; l'imposizione di princìpi, che si dicono derivanti dal Vangelo, che distruggono o separano le famiglie anche sul piano economico, e specialmente la dottrina da essi professata che in molti punti è in contrasto con quella insegnata dalla Chiesa.

Un'esperienza diretta della vita del movimento ha portato a riconoscere, dove più dove meno, l'esistenza dei motivi sia favorevoli che contrari, più sopra riportati. Ma ciò non era sufficiente, a nostro parere, per formulare un giudizio più approfondito. Per questo un gruppo di sacerdoti e di laici, è riuscito ad arrivare, dopo anni di ricerca, a ciò che è considerato la fonte, la base dottrinale del movimento: il testo, cioè, che raccoglie la conversazioni avute da Kiko e Carmen, ai catechisti di Madrid nel 1972 e edito nel 1982 in Italia. Questo testo è considerato, a testimonianza degli stessi catechisti, il principale ed ufficiale documento che serve per la formazione degli aderenti al movimento neocatecumenale.

L'esame accurato di questo documento, che risulta custodito con la massima segretezza, e che viene fatto conoscere per intero solo a pochissime persone mentre è nascosto alla quasi totalità dei Vescovi e dei sacerdoti, ha permesso di concludere che il comportamento dei neocatecumenali e quanto essi dicevano o facevano nelle varie comunità, non era il frutto delle esagerazioni di qualche soggetto non sufficientemente catechizzato, ma proveniva dai princìpi contenuti nel testo stesso che, dopo una lunga e martellante catechesi, diventavano convinzioni profonde tanto da determinare le scelte e la vita di tutti gli aderenti.

L'esame inoltre ha rivelato che, al di là di pagine valide e certamente gradite, vi sono insegnamenti che, sul piano dogmatico, sono molto difformi e talvolta completamente in opposizione all'insegnamento della fede cattolica, impartito dalla Chiesa.

Dopo questa scoperta, i ricercatori hanno inteso come preciso dovere di cristiani e di sacerdoti pubblicare i risultati della loro fatica a vantaggio degli stessi fratelli neocatecumenali, tra i quali essi annoverano tanti amici e fratelli di fede. Nel frattempo facevano presente ai Vescovi italiani ed ai più alti organi della Chiesa, le loro perplessità.

Dopo tanti anni di attesa e richieste di interventi e chiarificazioni rimaste sempre senza riscontro, mentre auspicano dalla Chiesa una risposta che sarà accolta con gratitudine e docilità, è sembrato doveroso rivolgere a quanti, dentro e fuori il Movimento, desiderano conoscere la verità, il presente lavoro.

In questo riporteremo i punti principali del testo dattiloscritto delle conferenze di Kiko e di Carmen dal titolo: “orientamenti alle equipes di catechisti per la fase di conversione. Appunti presi dai nastri degli incontri avuti da Kiko e Carmen per orientare le èquipes di catechisti di Madrid nel febbraio del 1972. La pubblicazione è stata curata dal Centro Neocatecumenale “Servo di Jahvé” in San Salvatore, Piazza San Salvatore in Campo - 00186 Roma - Tel.: 6541589 - Marzo 1982”, accompagnandoli da un nostro commento.

I fautori del movimento che inizialmente avevano negato l'esistenza di questo testo, non potendo più persistere nella negazione di ciò che moltissimi ormai conoscevano, ci hanno accusato di fare “estrapolazioni” non corrispondenti al vero pensiero degli autori. Oltre tutto, essi affermavano, quel testo è frutto di una raccolta delle catechesi fatta da alcuni membri del movimento. Sono perciò un semplice “canovaccio, una traccia”, non i testi originali di Kiko.

La nostra pubblicazione ha lo scopo di rompere la convinzione, radicatissima tra gli aderenti al “movimento”, della “sacralità, impeccabilità e intangibilità” di questo testo, mostrando loro come, sotto l’apparenza di frasi semplici e grondanti entusiasmo, si nascondano errori contro la fede della Chiesa. Di questi errori e della loro confutazione, si fanno soltanto dei brevi cenni, rimandando, per una trattazione più completa, ai testi specifici. Si dice che il testo di Kiko riporta soltanto alcune idee delle sue catechesi.

A parte che anche i titoli delle 95 tesi affisse nel 1517 da Lutero alla porta della Cattedrale di Wittemberg erano semplici proposizioni, da cui però incominciò lo scisma protestante, il fatto che questo “canovaccio” costituisce ancora la base delle catechesi impartite in tutte le comunità, ci ha indotto a ritenere che le idee contenute nel testo corrispondevano in pieno al pensiero degli autori.

Né Kiko né Carmen hanno mai smentito quanto veniva loro attribuito.

A conferma del rispetto che i N.C. hanno verso le catechesi di Kiko, si può addurre quanto ci hanno detto alcuni dirigenti del movimento: “I testi di Kiko non si toccano”.

Con questo lavoro vogliamo finalmente rompere il muro di mitica segretezza costruito intorno alle catechesi kikiane.

Non c'è alcuna animosità all'origine del nostro impegno. Siamo stati mossi da una esigenza di chiarezza su quanto riguarda la fede cattolica che professiamo ed amiamo, come pure dalle richieste di tanti fedeli desiderosi di sapere se la fede che avevano ricevuto dalla Chiesa, doveva essere abbandonata per adeguarla a quella impartita in questo testo. Con ciò non intendiamo affermare che tutta la catechesi di Kiko sia da rifiutare. Dopo un esame lungo, attento e sereno riteniamo che, pur essendovi delle catechesi valide, vivaci, attraenti, tuttavia in molti punti esse non corrispondono all'insegnamento della Chiesa. Su questi punti negativi si è soffermata la nostra analisi.

L’ultimo discorso tenuto dal Santo Padre Giovanni Paolo II il 24 gennaio 1997 agli aderenti alle comunità neocatecumenali indica che anche la più alta autorità della Chiesa segue con particolare vigilanza il Movimento. In attesa che venga completata la stesura di uno Statuto - condizione indispensabile per ottenere, come promette il Santo Padre, il formale riconoscimento giuridico da parte della Chiesa - questo nostro modesto ed umile lavoro intende porgere, senza alcuna presunzione, un aiuto a quanti, dentro e fuori il Cammino, lavoreranno a questo scopo.

A pagina 364 del suo testo, Kiko scrive: “Dì la verità al tuo fratello perché lo ami e non perché lo odi”. Con questo spirito è stato scritto e deve essere letto il presente lavoro.

L'AUTORE

Pag. 8 (3° capoverso)

“Tenete presente che questo cammino non è mai stato preconcepito, ma è il frutto di una esperienza vissuta”.

Nota: La storia degli ordini religiosi che si sono susseguiti nella Chiesa, ci dice che nessuno di essi è nato a tavolino con un programma preconcepito. Tutti sono frutti di esperienze, di successi e di insuccessi, di sacrifici e di preghiere. Talvolta sono passati molti anni prima che fossero scritte le costituzioni che fissavano i modi e i mezzi con cui raggiungere determinate finalità.

Non è perciò questo un merito esclusivo dei N.C. Come neppure che il “cammino” sia una novità, anche se tale è sembrata al neofita Kiko.

Pagg. 8 e 9 (2° capoverso)

“Desidero dire alcune cose importanti per salvaguardare l'unità del Cammino neocatecumenale. Dio, lo vogliamo o no, anche se qualcuno mi chiamerà presuntuoso, sta potenziando con Carismi e servizi una serie di persone che si trovano in questo cammino... Noi abbiamo presentato questo cammino ai Vescovi ....”

Nota: A parte il tono di auto esaltazione del suo operato, che si ripete più di qualche volta nel testo (vedi pag. 2: “parlate un po' di Carmen e di me”), vorremmo domandare quando mai i NC hanno presentato ai Vescovi questo testo che è la base teorica del loro cammino? Ci risulta che il 99% dei Vescovi e dei Sacerdoti non lo conoscono. Anche nei convegni internazionali organizzati dal movimento (San Domingo, Vienna, Roma ) e a cui sono stati invitati centinaia di Vescovi, Kiko pur parlando del suo movimento non ha mai consegnato uno solo dei suoi testi - Dal 28 al 31 gennaio 1993 vennero a Roma per ascoltare Kiko Arguello 130 tra Vescovi e Cardinali africani. Il raduno si svolse nell'hotel Villa Pamphili, via della Nocetta. Nell'ottobre del 1989 a Santo Domingo c'erano 120 Vescovi dell'America Latina. Nell'aprile del 1993 a Vienna 130 Vescovi Europei. Kiko che ha trovato centinaia e centinaia di milioni per pagare tutte le spese dei partecipanti a questi convegni, non ha trovato la somma necessaria per dare ad ognuno dei partecipanti una copia dei testi che si usano nelle catechesi neocatecumenali. San Paolo, nella lettera ai Galati (2,2) dice espressamente che pur avendo ricevuto per rivelazione diretta e non modellato sull'uomo, il Vangelo che egli annuncia, tuttavia sente il bisogno di esporlo agli apostoli che presiedevano la Chiesa di Gerusalemme (Pietro, Giacomo e Giovanni) per “non trovarsi nel rischio di correre o aver corso invano.”

Non sarebbe giusto che anche i neocatecumenali evitassero di correre questo rischio, facendo in modo che l'autorità della Chiesa, come fece per Paolo, si possa pronunciare non su un programma genericamente proposto, ma sulla dottrina in esso contenuto? Sembra che proprio questo non si voglia.

Mentre ogni Istituto religioso, quando chiede di lavorare in una diocesi, presenta le lettere credenziali o l'approvazione degli statuti avuta dal Papa o dai Vescovi, e nel caso che questa non sia stata ancora concessa, il testo delle proprie regole e costituzioni, perché i NC, da quando sono sorti, si rifiutano di far conoscere quanto dovrebbe apparire alla luce del sole?

Da testimonianze raccolte si è appreso inoltre che questo testo non è stato fatto conoscere neppure a qualche sacerdote che, per averlo accettato e introdotto nella sua parrocchia, avrebbe dovuto essere il primo a conoscerlo più profondamente. I catechisti laici gli dicevano che ancora non era maturo per poterlo leggere.

L’autore di questo studio il 3 aprile 1989 ha consegnato personalmente al Cardinal Vicario di Roma, presidente della C.E.I., il testo dei N.C. che egli non conosceva perché mai visto, né letto.

Pag. 11 (3° capoverso)

“Gesù Cristo è l'inviato del Padre per distruggere tutte le barriere che separano gli uomini e formare la Koinonìa, la Comunione tra gli uomini, la Chiesa. Quali barriere separano gli uomini? L'età: ... Altre barriere: donne e uomini; poveri e ricchi; intelligenti e non intelligenti. Gesù Cristo viene a rompere tutte queste barriere per creare tra noi la Comunione nel suo Sangue.”

Nota: Le idee qui esposte troveranno, nel corso della catechesi, uno sviluppo sempre maggiore!

Per i NC Gesù, il Figlio di Dio si è incarnato per distruggere le barriere che separano gli uomini: età, povertà, ignoranza, sesso, ecc. Questa può essere la convinzione di chi non riconosce Gesù come Figlio di Dio e di tanti atei che logicamente limitano l'attività di Cristo ad una redenzione puramente sociale dell'uomo, ma non del vero credente. Un cristiano sa dalla Rivelazione e dall'insegnamento della Chiesa, che Gesù è venuto, prima di tutto, per togliere la barriera che separa l'uomo da Dio: il peccato. È da questa iniziale e fondamentale separazione, che sono sgorgate poi tutte le altre. (cfr. C.C.C. n° 457, 461, 462, 549, 550, 599, 601, 602, 606, 607, 608 e 617).

Pag. 11 (4° e 6° capoverso)

“Ma qual'è la barriera fondamentale che sta sotto tutte le altre? Che cosa è che in fondo separa gli uomini? la paura della morte. ... a causa di essa siamo tutti schiavi del male. ... per questo non possiamo amare. ... Gesù è venuto ed è stato risuscitato dai morti dal padre per spezzare la morte e porre gli uomini in comunione.”

Nota: Per i neocatecumenali la paura della morte è la barriera fondamentale causa di tutte le altre che separano gli uomini. Poiché su questo punto, fondamentale per la dottrina neocatecumenale, Kiko ritornerà più sotto, quando commenterà a suo modo un passo della S. Scrittura (Eb 2,14-15), si rimanda a quel punto per una confutazione più particolareggiata. (vedi nota per la pag. 128 di Or.).

Pag. 13 (1°, 3°, 4° e 7° capoverso)

“Il regno di Dio sta arrivando con noi. ... La prima cosa da sperimentare ed accettare è che tu sei un povero che ha bisogno di salvezza. Per spiegare questo faremo ora due catechesi dei Vangeli. Ciò è relativamente nuovo, perché anticamente non si facevano. ... La prima è il racconto del cieco di Gerico (Mc 10,46-52).”

Nota: Premesso che “il Regno di Dio” è già arrivato con Cristo, noi cristiani della Domenica, insieme ai neocatecumenali, siamo chiamati ad attuare nel tempo, la sua realizzazione che si completerà solo alla fine dei tempi. Fino a quel giorno per la volontà di Gesù, il Regno di Dio sta crescendo con la collaborazione di tutti quelli che lo hanno accolto. In questa pagina inizia la serie delle auto esaltazioni che Kiko fa della sua opera (vedi pag. 34-68 ecc.), ma anche delle contraddizioni di cui è pieno il testo.

Così, mentre qui si afferma che le due catechesi riportate sono relativamente nuove perché non si facevano nella Chiesa primitiva, al 7° capoverso si dice che questa era una catechesi della Chiesa primitiva. Insomma: sono nuove o sono vecchie?

Quando si riferiscono dei dati storici, onestà e verità esigono chiarezza e precisione.

Pag. 15 (1° capoverso)

“Ti assicuro che se tu avessi fede per stare una notte intera a chiedere: Gesù abbi pietà di me, credendo che Gesù ha potere per curarti, quella notte saresti guarito da qualsiasi cosa, da qualsiasi vizio.”

Nota: Anche se Gesù assicura l'esaudimento delle nostre preghiere fatte con perseveranza, fede e abbandono in Dio, non ha mai, però, assicurato l'esaudimento di una notte di richieste (Cfr. Mt 21,22; 26,41; Lc 11,9; 21,36; 18,1). Un catechista non può proporre come verità le sue personali opinioni (cfr. C.C.C. n° 2562, 2563, 2610, 2616 e 2633).

Pag. 15 (2° e 3° capoverso)

“Questa preghiera: Gesù figlio di Davide abbi pietà di me, è la preghiera del cuore, la preghiera che i monaci orientali ripetono senza interruzione. è una preghiera che fa sgorgare le lacrime. All'improvviso dopo averla ripetuta quindicimila volte ti viene un amore a Gesù, un'illuminazione tanto grande... Sapete perché Dio non vi aiuta? Perché non chiedete.”

Nota: Anche se agli orientali piace ripetere la preghiera del pellegrino russo, chi può assicurarne, come fa Kiko, l'esaudimento immediato? Kiko che parla contro certi sentimenti magici introdotti, a suo parere, nel culto cristiano, non si accorge che con queste frasi sta alimentando una fede che si avvicina molto alla magia?

Nota: Kiko, da pag. 18 a pag. 19 afferma che “fino ad oggi la Chiesa ha condotto le persone a Gesù Cristo mediante i sacramenti, o “le presenze sacramentali di Gesù Cristo” (Tabernacolo - Chiesa - poveri - cielo ...).

Inizia, così, un'esposizione in cui l'azione della Chiesa è presentata in modo ambiguo. Certe affermazioni (per es.: la Chiesa ha insegnato che bisogna avere la direzione spirituale e obbedire ai preti; che bisogna andare al tabernacolo e pregare e domandare grazie ecc.) sembrano condite di sottile ironia, quasi a irridere un lavoro di tanti secoli, che ha portato frutti di santità e di vita cristiana. I sacerdoti di oggi come quelli del passato si sforzano, guidati dallo Spirito Santo che da sempre è l'anima della Chiesa, di condurre i fedeli ad avvicinarsi ai Sacramenti, sorgenti della Grazia, dopo averli istruiti nella fede, senza la quale i sacramenti sarebbero inefficaci. Pur riconoscendo la necessità di continui adattamenti pastorali, non si può affermare che nella Chiesa questa pastorale sia mancata o che manchi ai nostri giorni. Non ci sarebbero stati tanti buoni ed ottimi cristiani, tra cui vari santi canonizzati, se non ci fosse stata una adeguata catechesi da parte della Chiesa. Se i neocatecumenali promettono di farne una più incisiva, ben vengano. Ma senza condannare gli altri e senza volerli escludere. Cosa che, invece, fanno ovunque sorgono.

Da tutto il discorso su questo argomento, che si svolge in più pagine, emerge inoltre l'affermazione che è il miracolo fisico, ma specialmente quello morale (= dell'amore, del perdono) a far sorgere la fede, dimenticando che questa è un dono gratuito di Dio che l'uomo non può meritare (Ef 2,8; Gv 6,44; Eb 12,2). C'è odore di semipelagianesimo!

Pag. 21 (2° e 4° capoverso)

Dobbiamo trovare una presenza di Gesù Cristo per la quale non sia necessario avere la fede, per la quale un uomo, pagano, ateo, un uomo desacralizzato, un tecnico, un pragmatico, che non ha fede in Gesù Cristo e non viene più alla Chiesa, vedendo questa presenza, questo segno, conosca Gesù Cristo. ... Nella parrocchia bisogna dare segni di fede”.

Nota: Per Kiko la fede nasce attraverso i segni della fede e la testimonianza della carità tra fratelli. Anche se a sostegno della sua tesi cita passi evangelici, egli dimentica tutto l'insieme dell'insegnamento rivelato. Non è possibile arrivare a credere a Cristo Gesù, come Dio-Salvatore, solo attraverso la testimonianza della carità. “Nessuno viene a me, se il Padre mio non l'attira” (Gv 5,44); S. Agostino, come il II Conc. d'Orange (D180, anno 529) insegnano che lo stesso “initium fidei” è frutto della grazia .

La fede non è una conquista dell'uomo, come volevano i Pelagiani, ma un dono di Dio. Una grazia! Anche i Farisei avevano veduto i segni della fede, i miracoli. E tanti! Eppure non hanno creduto!

Pag. 22 (1° e 2° capoverso)

“C'era bisogno di segni che potenziassero la parola dell'apostolo, che chiamassero la gente ad ascoltare la buona notizia. Siccome nessuno l'ascolta, S. Pietro che cosa fa? Alla porta del tempio c'è un paralitico che chiede l'elemosina (cfr. At 3). San Pietro guardandolo fissamente negli occhi, gli dice: nel nome di Gesù Cristo crocifisso io ti dico: alzati e cammina.”

Nota: Kiko per confermare la sua tesi che solo i segni (= miracoli) portano alla fede potenziando la predicazione degli apostoli, cita un passo degli Atti (3, 37-38). Ma la citazione è preceduta da una falsa premessa che non esiste né si può ricavare dal testo: “poiché nessuno l'ascoltava”. La nota di Kiko rivela il suo metodo di fare esegesi della Parola di Dio, metodo che ritorna specialmente quando egli intende dare alla sua catechesi la conferma della Parola rivelata. Qui, come altrove, Kiko dimentica che per una valida esegesi è necessaria la conoscenza e l'osservanza dei principi fondamentali dell'ermeneutica, tra i quali c'è il rispetto del contesto logico e letterario del testo che si vuole esaminare. Per quanto riguarda l'episodio di cui agli At 3, 37-38, Kiko dimentica che Pietro, non era colui “che nessuno ascoltava”! Il giorno di Pentecoste più di 3000 persone si erano fatte battezzare dopo la sua predicazione. Era sorta sotto la guida degli apostoli una comunità in continua espansione, lodata da tutti per gli esempi che dava. Nel cap. 3 degli Atti non appare alcunché che giustifichi l'interpretazione di Kiko.

Lo stesso metodo Kiko lo usa a pag. 21 (Gv 13-34); a pag. 22 (At 3,6); a pag. 25 (Ef 5,32 e Mt 25,40); a pag. 26 (Gv 15,12 e 13,34); a pag. 85 (Rm 10,8); a pag. 128 (Eb 2,14-15); a pag. 134 (Rm 7,14-15); a pag. 148 (At 2,14 e sq.); a pag. 150 (Ez 11,17); a pag. 151 (Rm 11,32 e 2Cor 5,16); a pag. 154 (At 16,32); a pag. 156 (Rm 8,1 e sq); a pag. 158 (Rm 10,8 e sq); a pag. 159 (1Cor 15,35); a pag. 164 (Lc 24,44) e pag. 186 (Ef 1,9).

Pag. 23 (3° capoverso)

“A questo proposito posso darvi una esperienza personale. Quando al Vingone (Firenze) vedemmo che non accettavano la nostra predicazione, arrivammo a pensare che avevamo bisogno che il Signore ci facesse fare miracoli. Là c'era un paralitico ed eravamo pronti a dirgli: in nome di Gesù Cristo io ti dico: alzati perché tutti costoro restino confusi, dato che nessuno crede alla nostra predicazione. E così avremmo fatto, .... Ma il miracolo fisico non fu necessario...”

Nota: L'argomento di Kiko di cui alla nota precedente, inaccettabile perché fondato su una motivazione falsa, qui sfiora il ridicolo. Nessun predicatore del Vangelo ha preteso il miracolo come prova della verità della propria predicazione. Kiko, invece, lo fa! Lo pretende! ... e poi, con molta furbizia, si salva dal sicuro insuccesso affermando che, alla fine, il miracolo non fu più necessario! Appare evidente che questa non è catechesi!

Pag. 24 (1° capoverso)

“Il miracolo fisico non è una misericordia di Dio per qualcuno, ma segno per appoggiare la predicazione.”

Nota: L'affermazione: “Il miracolo non è una misericordia di Dio”, è paurosa e falsa. Chi legge attentamente il Vangelo nota che spesso Gesù ha operato miracoli per malati, affamati, morti, ecc., perché mosso dalla compassione, dalla misericordia e dall'amore. (cfr. Mt 9,35-36;14,14; 15,30; 15,32; Mc 6,34; Lc 7,13; 9,11; 13,12; Gv 6,5; cfr. C.C.C. n° 214, 303, 305).

Pag. 24 (2° capoverso).

“Negli Atti degli Apostoli si nota che solo in un momento determinato si fanno miracoli. È quando gli apostoli hanno bisogno di potenziare la loro parola; allora Dio opera con potenza e miracoli. Ma una volta che qualcuno abbia accolto la Parola, che cosa succede? Cessano i miracoli.”

Nota: Anche questo non è vero. Basta leggere meglio gli Atti. Per es. 2,43; 5,12-16; 8,67; 9,11-12; 9,32; 9,34; 9,40-41; 13,11; 14,9; 16,18; 19,11-12; 20,7-12; 28,9; 28,40; ecc.

San Agostino dice: “Gesù compì i miracoli per invitare gli uomini alla fede. Con queste azioni terrene che vedevano, costruiva la fede in ciò che non vedevano”. San Tommaso: “Non è il miracolo che produce la fede. È la fede che sa conoscerlo e comprenderlo”. Gesù stesso proclamò beati quelli che crederanno senza aver veduto miracoli (Gv 20,29; cfr. C.C.C. n° 547, 548, 549 e 550).

Pag. 24 (3° capoverso)

“Perché il miracolo fisico è molto limitato. Anzitutto nel farlo, Dio costringe un po' l'uomo perché s'impone.”

Nota: La frase contiene una enorme falsità ed una grave offesa alla Santità di Dio. “Il miracolo è una imposizione di Dio sull'uomo!” Come si osa affermare che il miracolo è una imposizione di Dio sull'uomo quando è l'uomo stesso che lo chiede? Come si osa affermare che il miracolo fisico è molto limitato quando la storia della Chiesa e dei Santi è piena di miracoli? La storia di molti Santuari è anche una storia di miracoli fisici oltre che morali. D'oggi in poi, secondo l'opinione di Kiko, i santuari più famosi del mondo, dovranno essere eliminati perché sono i luoghi dove si manifesta non la misericordia, ma la prepotenza di Dio sull'uomo?

Dio non s’impone neppure quando ci chiede di credere a Lui. (cfr. C.C.C. n° 154, 160, 166, 301, 311, 387, 396, 397, 782, 1036, 1250, 1439, 1705, 1707, 1730, 1731, 1732, 1738, 1742, 1747, 1749, 1782, 1828, 1861, 1993 e 2002).

Pag. 25 (1° capoverso - inizio)

“San Paolo dice ancora parlando del matrimonio (cfr. Ef 5,32): grande mistero è questo, che due siano una stessa carne. Ma a me questo non importa un bel nulla. Mi importa solo in quanto segno di una cosa ancora più grande: l'amore di Cristo per la sua Chiesa ...”

Nota: Anche in questo punto abbiamo la dimostrazione dell'esegesi personale di Kiko (di cui a pag. 22); San Paolo con le sue parole intendeva dire che il matrimonio cristiano fa sì che l'unione dello sposo e della sposa attinge significato e valore dal mistero nuziale di Cristo. Il testo, quindi, insegna la dottrina del Matrimonio come Sacramento. Esso è per l'apostolo una realtà molto più grande e misteriosa di quanto l'egoismo o la istintività umana o anche la semplice legge di natura possano far intendere. (Cipriani: Lettere di S. Paolo). Lo stesso pensiero ha il Concilio di Trento. Kiko invece utilizza il passo per insegnare l'identità del cristiano con Cristo. Ma per questo ci sono altri testi chiarissimi (cfr. la nota per la pag. 22).

Pag. 25 (1° capoverso - fine)

“S. Matteo ...dice: “perché ebbi fame ... Quando lo avete fatto a uno di questi miei fratelli più piccoli”. Chi sono i fratelli più piccoli di Gesù? I cristiani. Perché i cristiani sono costituiti ontologicamente fratelli di Gesù, ...”

Nota: A parte il significato dell'avverbio “ontologicamente” che sul piano filosofico è sbagliato, anche qui si interpreta la Parola di Dio secondo il gusto personale o le finalità che si vogliono conseguire.

Nel testo di Mt 25,40 i fratelli più piccoli con i quali Gesù si identifica non sono i cristiani, ma tutti i più piccoli, i poveri, gli emarginati di tutto il mondo. Cristo si identifica con ogni uomo, e non solo coi cristiani.

Forse a Kiko non importa l’unità (o l’indissolubilità) del matrimonio?

Pag. 26 (1° e 4° capoverso)

“Ma uno può pensare: tutta la Chiesa dunque è il corpo di Gesù Cristo. E qui nasce la confusione. ... la Chiesa è cattolica, che vuole dire universale, che non vuole dire che tutte le nazioni stiano nella Chiesa, bensì che sono chiamati ad essa tutti i tipi di uomini); ...”

Nota: In questa pagina si espongono alcuni concetti sui quali si ritornerà successivamente. L'esposizione è - come al solito - ambigua, confusa e contraddittoria. Così, per es., mentre qui si afferma che “cattolica” vuol dire sono “chiamati ad essa tutti i tipi di uomini”, in altre pagine si contraddice: vedi pag. 78, 81, 82, 85, 87, 282 e 356 seq. Ma su questa concezione kikiana della Chiesa gli errori diverranno ancora più grandi come successivamente apparirà.

Per la Chiesa Corpo di Cristo: cfr. C.C.C. n° 787, 788, 789, 790, 792 e 795.

Per “Chiesa Cattolica”: cfr. C.C.C. n° 830, 831, 832, 833, 834, 835 ecc.

Pag. 28 (1° capoverso)

“ ... vogliamo formare nella parrocchia una comunità che sia segno. Questa comunità alla lunga cambierà la pastorale e la struttura della parrocchia.”

Nota: Ecco l'obiettivo vero dei neocatecumenali: cambiare la pastorale e, alla lunga anche la struttura della Parrocchia, altro che chiamare alla fede... “i lontani”! Questo sta avvenendo ovunque i neocatecumenali mettono piede; da ospiti diventano padroni. Si arriva a trasformare le strutture stesse della Chiesa senza alcun rispetto delle norme emanate in materia dall'autorità competente. I N.C. non entrano in una parrocchia se non viene concessa loro piena autonomia liturgica, pastorale, giurisdizionale. Per raggiungere più facilmente il suo scopo Kiko ha fondato nuovi Seminari per futuri sacerdoti che lavoreranno esclusivamente per le comunità neocatecumenali e per portare le Parrocchie a quel cambiamento totale, a cui generalmente i sacerdoti diocesani non si adattano. L'obiettivo, non utopico, da raggiungere è questo! Lo dice chiaramente a al 2° capoverso di pag. 29 e lo ripetono continuamente i catechisti e gli aderenti del movimento! A Kiko che si propone di voler trasformare la pastorale e la struttura della parrocchia, consigliamo di meditare le seguenti parole del Card. Ratzinger: “ Dobbiamo avere sempre presente che la Chiesa non è nostra ma sua, di Cristo. Dunque le riforme e i rinnovamenti, pur sempre doverosi, non possono risolversi in un nostro darci da fare zelante per erigere nuove, sofisticate strutture. Il massimo che può risultare da un lavoro del genere è una Chiesa “nostra”, a nostra misura, che può magari essere interessante ma che, da sola, non è per questo la Chiesa vera, quella che ci sorregge con la fede e ci dà la vita col sacramento. Voglio dire che ciò che noi possiamo fare è infinitamente inferiore a Colui che fa. Dunque “riforma” vera non significa tanto arrabattarci per erigere nuove facciate, ma ( al contrario di quanto pensano certe ecclesiologie) “ riforma” vera è darci da fare per far sparire nella maggior misura possibile ciò che è nostro, così che meglio appaia ciò che è suo, del Cristo. È una verità che ben conobbero i santi, i quali, infatti, riformarono in profondo la Chiesa non predisponendo piani per nuove strutture, ma riformando se stessi”. (Messori: Rapporto sulla fede, p. 53).

Da notare, inoltre, che i componenti le Comunità non provengono quasi mai dalla parrocchia in cui si installano, ma da altre parrocchie, dove i parroci non hanno voluto che sorgessero. Ma, mentre affermano di voler portare un contributo alla parrocchia, in molti casi, vi rimangono fino a quando il parroco che li accoglie permette loro di fare qualunque cosa e si mette completamente a loro servizio. Quando questo diminuisce o viene a mancare, le comunità se ne vanno in cerca di altre parrocchie o di altri parroci più disponibili ed obbedienti del primo. Abbiamo innumerevoli esempi di questi trasferimenti di comunità neocatecumenali, in cerca incessante di nuove terre promesse! Sono veramente “Comunità in cammino”!!

Pag. 30 (1° capoverso)

“ ... dove si manifesta lo Spirito di Gesù Cristo. Questo chi lo sa? L'Apostolo. ... Non sei tu che sai se sei cristiano, se ti trovi ancora nel cammino catecumenale. ... è l'apostolo, il catechista, colui che ti conduce nel catecumenato, colui che deve vigilare sul cammino, come un fratello maggiore, dato che si suppone che il Vescovo abbia riconosciuto in lui questo carisma, per portarti alla fede. è certo lui il fratello che lo sa.”

Nota: Da questa pagina inizia il discorso sui catechisti del movimento, che vengono presentati ed accreditati come unici depositari e distributori dello Spirito Santo.

Il catechista neocatecumenale, un laico spesso digiuno di fondamentali nozioni teologiche, eletto dagli altri catechisti del movimento, è per i neocatecumenali l'uomo a cui spetta l'ultima parola nelle loro assemblee; l'autentico interprete della Parola di Dio, al di sopra di qualsiasi sacerdote o esperto anche se presente alla sua catechesi. Egli è il giudice assoluto, venerato, rispettato, ubbidito, come autentico portatore delle decisioni dello Spirito Santo. Gode nel gruppo di una venerazione superiore a quella del presbitero a cui è riservata soltanto la celebrazione dell'Eucaristia e della “Penitenziale” (come essi chiamano la Confessione).

Sui catechisti ci sono nel testo frequenti richiami: (vedi pag. 188, 220, 353, 370, 371 e 372 ). A suo tempo faremo una nota per ogni pagina.

Nell'esposizione del suo pensiero, Kiko ha dimenticato che secondo S. Paolo (1Cor 12,28) il giudice dei Carismi sono i capi della Chiesa, gli Apostoli. Così pure la L.G. che al n° 7 ricorda che lo Spirito Santo ha sottomesso anche i carismatici all'autorità della Chiesa (1Cor 14) cfr. anche il C.C.C. n° 768, 799, 800, 801, 890, 910.

Pag. 30 (2° capoverso - inizio)

“Ci sono per esempio fratelli che non credono assolutamente di essere cristiani. ... Egli si crede un miserabile, un disgraziato, e tuttavia tutta la comunità sta vedendo in lui meraviglie. Per questo nella Chiesa primitiva, c'era un padrino, un dottore o un garante che doveva condurre il cammino del catecumeno.”

Nota: Qui si confonde tra l'essere cristiano e il senso della propria miseria di fronte a Dio. Più l'anima è vicina a Dio e più si sente povera e peccatrice. Così tutti i veri Santi. Ma a Kiko interessa inculcare che il Padrino (= cioè il catechista) è indispensabile per guidare il catecumeno durante il cammino, perché soltanto lui sa chi è o chi non è cristiano! Per oltre 20 anni questo catecumeno sarà sempre un bambino da guidare e condurre per mano!

Pag. 30 (2° capoverso - fine)

“E quali sono le opere di vita eterna? Vincere la morte. Questa è la Buona Notizia: che Cristo ha vinto la morte e che Cristo risorto viene a te.”

Nota: Da questo momento la vittoria di Cristo sulla morte è presentata, in modo ossessionante, come il fine primario della Redenzione.

A questo problema si darà una risposta più completa in una nota della pag. 128.

Pag. 32 (5° capoverso - inizio)

Che cosa è la fede? avere lo spirito di Gesù Cristo risorto, vincitore della morte.”

Nota: Per chi inizia un cammino di fede è necessario che la stessa sia presentata con espressioni chiare e non con sole belle parole. Kiko che conosce il testo di Leon-Doufur, avrebbe potuto riassumere quanto in esso esposto alla voce “fede”. Questa non è una intuizione del cuore, né una visione diretta, ma è una adesione alla testimonianza divina, adesione libera ed illuminata, perché da un lato l'uomo può rifiutare di credere, e dall'altro non crede senza ragioni, senza l'intima convinzione che Dio ha rivelato (cfr. Fil 3,8-10; 1Pt 3,15). Kiko, che afferma di conoscere San Paolo, confronti quanto l'Apostolo dice della fede nella Lettera ai Romani: La fede è adesione intellettuale a tutte le verità soprannaturali salvanti conosciute attraverso la predicazione (10, 14-16); è soprattutto adesione alla persona di Cristo “propiziatorio” mediante il suo sangue (3,25); la fede è anche fiducia nella bontà del Padre e alimenta la santa speranza fino a che non siamo salvati definitivamente; la fede è obbedienza (1,5; 16,26) interiore, docilità del volere umano che si piega al volere di Dio e lo traduce in atto diventando così carità operante (Gal 5,26; Rom 1,17).

Per la fede Cfr. C.C.C. n° 142, 143, 144, 145, 146, 150 e seq.

Pag. 32 (5° capoverso - fine)

“... come possiamo arrivare ad avere la fede? Mediante un cammino catecumenale, che è il cammino che ha avuto sempre la Chiesa per condurre alla fede gli uomini attraverso un cammino che gesti la fede.”

Nota: Alla fede ci si arriva con la nostra risposta alla chiamata di Dio (C.C.C. n° 143), che può giungere in vari modi, anche e non solo attraverso il cammino neocatecumenale. In ogni caso si deve ricordare che la fede cattolica non è una conquista dell'uomo (Gv 6,65; C.C.C. n° 153, 154 e 155), altrimenti ripetiamo l’errore di Pelagio.

Pag. 34 (1° capoverso)

“Perché così come il sunto di tutta la legge e i profeti è l'amore al prossimo come a se stessi, allo stesso modo il riassunto di tutto il cristianesimo è amare i fratelli della comunità nella dimensione della croce. ...”

Nota: S. Paolo (Rom 13,9) ricorda che sunto di tutta la legge è: “amerai il prossimo tuo come te stesso” (Lev 19,18; Mt 22,40). Ugualmente sintesi del cristianesimo è l’osservanza del precetto dell’amore del prossimo (Gal 5,14). Tuttavia è da ricordare che Gesù, nel sintetizzare la legge e i profeti, ha unito i due prectti, di cui il primo rimane sempre l’amore a Dio (Mt 22,16; Mc 12,28-31; Lc 26,27). Kiko, mentre conferma le parole di Gesù sopra citate, aggiunge qualcosa che è diventata la caratteristica, almeno verbale, “amare i fratelli nella dimensione della croce”.

Gesù, nel lasciarci come suo testamento il precetto dell’amore verso il prossimo, non parla di dimesnione della croce. Dice soltanto: “amatevi gli uni gli altri come io vi ho amato” (Gv 13,34). E questo amore Gesù vuole sia esteso a tutti, e non solo, come qui si dice, ai fratelli della comunità, altrimenti siamo in una setta e non più nel cristianesimo.

Pag. 34 (1° capoverso - fine)

La comunità è il segno efficace, il sacramento, nel quale si esplicita, si esprime e si concretizza visibilmente che tu hai un cuore trasformato, un cuore universale, il cuore di Gesù Cristo, che sei Figlio di Dio.”

Nota: Come è sua abitudine, rivelatrice di una scarsa e superficiale conoscenza di giuste nozioni teologiche, Kiko non si esprime con la chiarezza che richiederebbe una vera catechesi. La comunità non è “un sacramento” segno efficace della grazia. Se lo fosse, sarebbe di istituzione divina anche il neocatecumenato. La Comunità può essere segno di qualche efficacia sul piano psicologico, non su quello soprannaturale come lo è il vero sacramento. Talvolta certe comunità diventano un segno negativo, che non avvicina, ma allontana gli uomini dalla Chiesa.

Pag. 35 (unico capoverso)

“Ma oggi: dov'è questo Spirito? Allora come giungere a che si dia visibilmente? per mezzo di un catecumenato; questo è quello che vogliamo fare nella parrocchia.”

Nota: In quale passo della Scrittura è scritto che lo Spirito Santo si deve dare nella Chiesa visibilmente, con gli stessi segni e manifestazioni della prima Pentecoste?

È poco umile, anzi assurda, la pretesa che soltanto l'itinerario di questo movimento, “il Cammino”, sia il mezzo con il quale lo Spirito Santo si dà visibilmente per rinnovare la Chiesa, la fede, la vita cristiana, ecc..

Ma questo Kiko lo crede e lo afferma spesso categoricamente: così a pag. 13 e 14 (solo coi neocatecumenali sta arrivando il Regno di Dio) - a pag. 34 (solo le comunità neocatecumenali sono segno efficace del cambiamento del cuore ecc.).

I grandi riformatori della Chiesa si sono sempre distinti non soltanto per il coraggio apostolico, ma specialmente per la loro santità e umiltà. Questa sembra non esserci nelle parole di Kiko.

Nota generale

L'analisi che Kiko fa in questa catechesi, una delle poche che ha scritto personalmente, appare, nonostante la buona volontà dell'autore, paurosamente superficiale pur avendola fatta dopo il Concilio Vaticano II e dopo le tante esperienze e testimonianze date dalla Chiesa in ogni parte dell'Europa e del mondo. Si vede che Kiko conosce poco la storia della Chiesa e i documenti di quel Concilio Vaticano II che egli si propone di rendere noti ai fedeli. Sarebbe bastato un riassunto della costituzione Gaudium et Spes per avere una chiara visione della situazione del mondo contemporaneo e della preoccupazione della Chiesa per riportarvi la luce salvifica del Vangelo.

Mentre il mondo ha scoperto sempre di più la forza della Chiesa e le sue immense capacità per la formazione di una società più giusta ed umana, Kiko è rimasto ancorato alle sue idee. Così afferma che il cristiano oggi si trova in un complesso di inferiorità (pag. 42) sia per la costituzione stessa della Chiesa “monolitica, dogmatica, ritualista, piena di devozioni particolari”, sia per una scarsa educazione religiosa in cui entrano a suo dire anche “gli esercizi spirituali” che da secoli sono riconosciuti come una fonte di rinascita e di autentica vita cristiana.

Ma le vere motivazioni della situazione attuale della Chiesa sono ben altre da quelle esposte da Kiko ed hanno cause e tempi che vanno lontano. La LG letta attentamente, dopo le cause indica anche alcuni rimedi. Anche se molti preti moderni hanno pensato o credono ancora di risolvere i mali della Chiesa utilizzando le strategie e i metodi del mondo!

Le quattro costituzioni conciliari e i decreti (quelli sul rinnovamento della vita religiosa e sulla formazione sacerdotale, sull'apostolato dei laici, sull'attività missionaria della Chiesa, sull'educazione cristiana, sulle relazioni con le religioni non cristiane e sulla libertà religiosa) ci dicono qual è la strada indicata dal magistero. È la strada che la Chiesa ha sempre seguito nel corso della sua storia, accentuando questo o quell'aspetto della catechesi o del dogma a seconda delle circostanze e dei bisogni.

Tante anime anche prima del Concilio avevano percepito queste verità e si erano sforzate di attuarle. Basti ricordare il famoso libro dello Chautard: “L'anima di ogni apostolato”, che molto tempo prima del Vaticano II ricordava quali sono i veri mezzi per il rinnovamento dell'apostolato nella Chiesa.

A pag. 67, nel concludere la sua catechesi, Kiko riassume quelli che a suo giudizio, sono i rimedi proposti dal Vaticano II per eliminare i mali da lui diagnosticati ed elencati: rinnovamento della liturgia, rinnovamento della teologia, impegno per l'ecumenismo.

Il Movimento NC si impegna a portarli in ogni parrocchia. Ma è strano che questi rimedi siano stravolti proprio dallo stesso movimento NC che, ovunque si diffonde,

1) sta instaurando una liturgia che non rispetta le norme stabilite dall'unica autorità competente che è la Chiesa;

2) sul piano della teologia nega delle verità fondamentali riguardanti l'eucaristia, il peccato, la penitenza, il sacerdozio, la costituzione della Chiesa, ecc.;

3) sul piano dell'ecumenismo non favorisce l'unione ma la disunione nelle parrocchie.

Pag. 42 (1° capoverso)

“è chiaro che un cristiano di 20-30 anni fa, ... Dato che è dentro ad una Chiesa che sta attraversando un momento grave, perché è una Chiesa monolitica, molto Dogmatica, una Chiesa eccessivamente ritualistica, una Chiesa in cui non c'è Parola di Dio perché è tutto in latino, perché la Bibbia era praticamente proibito leggerla, una Chiesa dove il popolo è alimentato da devozioni particolari, come il Sacro Cuore, novene, culto dei santi. ecc. Quest'uomo ha una teologia molto giuridica ed è molto poco formato, ... è un uomo che ha fatto esercizi spirituali e che spesso ha un direttore spirituale ma che si trova in una situazione molto povera per poter rispondere a quello che gli è cascato addosso:...”

Nota: Interessante e rivelatore è questo giudizio completamente negativo sulla Chiesa di 20-30 anni fa (circa nel 1950-60) dato da Kiko.

Niente si salva: dogmatica, liturgia, ascetica, gerarchia, esercizi spirituali, direzione spirituale ecc. Tutto, secondo Kiko, serviva a rendere il cristiano incapace di rispondere alle sfide dell'epoca. Ma per fortuna (!) della Chiesa è venuto Lui, che elimina la Chiesa monolitica e dogmatica, negando il Magistero e i dogmi; elimina il ritualismo “eccessivo” creandone uno nuovo che abbraccia tutto “il cammino” da lui fondato; elimina le devozioni ai Santi, specie quella del S. Cuore, attaccata varie volte nel suo testo; elimina gli esercizi spirituali e la direzione spirituale. Un cristiano così formato, finalmente sarà capace di rispondere al mondo che gli cade addosso!!!

Per Kiko gli esercizi spirituali di cui S. Ignazio è il maestro non servono a cambiare l'uomo e a renderlo capace di inserirlo come lievito nel mondo. Probabilmente Kiko non ha fatto mai questa esperienza spirituale tanto raccomandata dalla Chiesa.

Pag. 42 (ultimo capoverso)

“Allora perché la Chiesa si desacralizza? Ebbene, perché l'uomo che è nella Chiesa non può restare a braccia conserte di fronte a ciò che sta succedendo. Che fa allora?

Nel suo impulso missionario, cercando in qualche modo di portare Gesù Cristo all'uomo pragmatico-realista, agnostico, secolarizzato come pure all'uomo socialista che milita in un partito e che cerca di cambiare la società... si lascia influenzare da essi...

E si mette a studiare psicologia e sociologia. Ecco qui tutti i preti che studiano psicologia... e ciò significa in qualche modo tecnicizzare la Chiesa... “.

Nota: Chi conosce la storia della Chiesa sa quante opere sono state create nel suo grembo, anche in questi ultimi anni, proprio per rispondere alle sfide che venivano dalla società moderna. C'è stato un pullulare di opere sociali, caritative, spirituali di ogni genere ed in ogni settore. La pastorale della Chiesa ha sempre cercato vie e mezzi per parlare all'uomo del proprio tempo. Così ha fatto il Vat. II e così vanno facendo i vescovi e i sacerdoti di tutto il mondo, non dimenticando mai che il fine principale è quello di far conoscere Cristo e il suo Vangelo e di far vivere gli uomini in grazia di Dio. Questo è l'insegnamento e la direttiva della Chiesa ai suoi sacerdoti, che nella grande maggioranza sono rimasti fedeli alla loro missione spirituale.

Pag. 44 (2° capoverso)

“Di fronte all'uomo socialista la Chiesa ha commesso un altro errore. Ha ugualmente impiegato le sue stesse tecniche”.

Nota: Qui Kiko sposta il discorso dai contenuti dogmatici alla pastorale della Chiesa. La pastorale come insegna il C.C.C., cambia sempre nel corso della storia. Tuttavia Kiko mentre critica certe forme di apostolato, specie quelle che vogliono il cambiamento delle strutture, tenta di fare lo stesso con il suo “movimento”.

Pag. 45 (1° capoverso)

“Risultato: uno stato di confusione nella Chiesa così da non sapere più quali gruppi sono cattolici e quali no. Non c'è differenza. Generalmente la gente più seria di questi gruppi di azione cattolica operaia finiscono per entrare nei gruppi socialisti, ed escono dalla Chiesa... “

Nota: Lo stato di confusione sorto nella Chiesa è stato causato da alcuni preti o religiosi, che, persa l'identità della loro vocazione, hanno creduto che il mondo potesse essere cambiato con la violenza della rivoluzione e la potenza delle armi... Purtroppo molti di quei sacerdoti hanno poi abbandonato la Chiesa. I fedeli generalmente hanno percepito, spesso prima di certi pastori, ciò che tra le novità presentate poteva essere accettato o doveva essere rifiutato. Così il prete che a Firenze iniziò la contestazione dell'Isolotto (pag. 46) non era certamente una persona che reclamava per i poveri i loro ed i suoi diritti. Economicamente stava in una posizione migliore di tanti altri confratelli che, pregando, lavoravano in silenzio obbedendo alle direttive dei loro Pastori.

Pag. 46 (2° capoverso)

Questo non dovete dirlo alla gente perché se no si fa un macello terribile. “

Nota: La Carmen esorta a tacere, però dopo che essa ha parlato. L'effetto “terribile” del suo discorso su quelli che l'hanno ascoltata è che la Chiesa, specie quella del nostro tempo, ha sbagliato tutto. Con queste premesse è facile insinuare in persone inesperte il bisogno di una Chiesa nuova: che sarà quella che sorgerà dal movimento di Kiko.

Pag. 46 (3° capoverso)

“Ciò che macchia l'uomo non è ciò che viene dall'esterno (lo dice già chiaramente Gesù Cristo), ma quello che è dentro il cuore dell'uomo, non sono le strutture da cambiare ciò che degenera l'uomo”.

Nota: Kiko dice giustamente che la riforma incomincia dal cuore dell'uomo; però anche lui si adatta alle circostanze e non chiama più il peccato con il suo nome “perché gli farebbero una risata in faccia” (pag. 47). Egli critica la mancanza di coraggio nella predicazione del vangelo, ma a sua volta non dà esempio di coraggio. Nuovo metodo pedagogico? Opportunismo? Prudenza?

Pag. 47

“... ciò che realmente opprime l’uomo è il peccato. Evidentemente non parlerete a nessuno oggi di peccato perché vi farebbe una risata in faccia. Perché il mondo è secolarizzato. Occorre dirlo in un altro modo: che l’uomo ha paura della morte perché ha sperimentato la morte.”

Nota: Anche se Kiko ritiene opportuno non parlare “oggi” di peccato, “perché vi farebbe una risata in faccia”, ma di paura della morte, rimangono insolute le difficoltà che nascono nell’uomo in conseguenza di questa “paura”. Di queste si parla frequentemente tanto da arrivare alla negazione della responsabilità dell’uomo che pecca, perché, privo della libertà, non può non fare il male. (cfr. Or. pag. 11, 48, 49, 130, 135, 136, 138. La stessa idea Kiko la esprime nelle altre sue opere. Cfr. Or. I Scrutinio: Pag. 12, 18, 37, 47, 48, 68, 93, 94. Or. per lo Shemà: pag. 14, 42, 77).

Pag. 48 (ultimo capoverso)

L'uomo è schiavo per la paura che ha della morte. Per questo cerca la vita. Tutto è basato su questo”.

Nota: Compare qui il discorso sul peccato; ma Kiko non presenta su questo punto la vera dottrina della Chiesa. L'uomo è schiavizzato dalla paura della morte per cui non è libero. E se non è libero che responsabilità ha per il suo peccato? Per le conseguenze del peccato: cfr. C.C.C. n° 399, 400, 413 e 418).

Pag. 49 (penultimo capoverso)

“Eva siamo tu e io. Mangiare, peccare è fare un sacramento con cui si dice amen alla catechesi del maligno. Quando tu, io, o chiunque, pecchiamo accettiamo che Dio non esiste che Dio non è amore.”

Nota: Si tocca un problema delicato. Il peccato dell'uomo non nega l'esistenza di Dio. Sarebbe un assurdo per lo stesso uomo. Il peccato esiste in quanto c'è la violazione di un comando di Dio. L'uomo che pecca non cessa di esistere. Il peccato non porta alla morte dell'essere (= morte ontologica) o alla morte ontica che non esiste. Col peccato cessa nell'uomo la capacità di raggiungere il fine della propria esistenza: l'immersione eterna nella vita di Dio. Cessa quindi di essere felice. Questo è il suo vero tormento e non quello della paura della morte che è venuta come conseguenza del peccato (Rm 5,12 e 6,23). I ragionamenti che Kiko fa a pag. 50 non sono validi né sul piano psicologico né su quello filosofico.

L'uomo che desidera e cerca con tutte le sue forze la gioia, l'amore e la vita e fa del tutto per procurarsela anche con il denaro, sarebbe un insensato o un eterno bambino se, dopo aver sperimentato l'inutilità degli sforzi compiuti per essere felice, continuasse a percorrere quella strada. Se il cuore dell'uomo è inquieto finché non riposa in Dio, l'esperienza negativa avuta dai beni terreni lo spingerà non a cercare ciò che non potrà mai saziarlo, ma Dio solo. La conclusione perciò della pagina 50, che è un motivo ricorrente nelle catechesi di Kiko, è profondamente sbagliata.

Pag. 51 (4° capoverso)

“Chiamiamo scristianizzazione un divorzio manifesto, che avvertiamo nella gente, fra religione e vita...”

Nota: Nell'indagine sulla scristianizzazione che qui si inizia, Kiko parla di religiosità o religione naturale, fondata (a suo giudizio) sul timore (pag. 53) e sull'interesse dell'uomo di propiziarsi la divinità. Tuttavia, gli specialisti della materia non condividono le idee di Kiko. Essi affermano che l'uomo ha ricercato il rapporto con Dio, non solo per vincere la sua insicurezza ma perché sentiva profondamente di dipendere dal divino. Le offerte e i sacrifici erano espressione di questa dipendenza. Inoltre, prima della rivelazione, l’uomo chiedeva a Dio soltanto ciò che era necessario alla sua vita terrena perché non conosceva la sua chiamata alla vita soprannaturale. L'uomo primitivo non ha creato la religione, ma soltanto il culto, i riti, i modi con cui manifestava la sua religiosità, cioè la sua dipendenza da Dio. Ecco che la sua fede naturale creò e crea i mezzi per esprimerla: tempio - sacerdote - sacrifici.

Pag. 53 (2° capoverso)

Qui parlo della religiosità naturale... un'altra cosa è la religione e la religiosità naturale. Un'altra cosa è la fede.”

Nota: Gli elementi essenziali della religione secondo gli studiosi sono:

1) la credenza in una potenza superiore;

2) il vincolo di dipendenza dell'uomo da essa:

3) il modo pratico con cui questa dipendenza si manifesta (riti, cerimonie, ecc.).

Il vincolo di dipendenza è specifico nella religione: non è di schiavo verso il padrone, ma nasce dalla sperimentata constatazione del proprio nulla di fronte a chi sta fuori di lui e lo trascende. La teologia moderna, le ricerche psicologiche, l'etnologia ecc. confermano questa dipendenza metafisica che l'uomo avverte. Secondo la teologia cattolica la religione oggettivamente considerata è naturale o soprannaturale. È naturale quando l'uomo con la sola ragione scopre l'esistenza di Dio, la sua creazione e provvidenza. Ma quando queste verità vengono confermate direttamente da Dio, la religione naturale diventa soprannaturale per il modo della comunicazione. Quando poi l'uomo accetta verità che si possono conoscere solo in base ad una rivelazione divina (per es. Trinità, Incarnazione, Passione e Morte di Gesù) allora la religione è soprannaturale e perciò rivelata anche quanto alla sostanza.

Pag. 55 (1° capoverso)

“L’uomo quando ha scoperto questo Essere superiore ha bisogno di renderselo propizio. Appare la religione. (Religione viene da Religare, unire l’uomo con Dio).

L’uomo erige un altare lì dove Dio gli dà retta; un altare puro, la pietra più perfetta. Lì porta focacce e le brucia; porta animali e li sacrifica affinché l’aroma salga fino a Dio. Pensa: dato che ho preso un agnello che mi è costato dei bei soldi e glielo ho offerto, Lui in cambio mi darà abbondanza di altre cose. Questo si ritrova in tutte le religioni. Sono rudimenti di religiosità naturale”.

Nota: Kiko ritiene, come Renan, che il sacrificio veniva offerto dall’uomo soltanto per placare o propiziare gli dei cattivi e interessati. Questa teoria non vale per nessun popolo. Lo conferma tutta l’etnografia religiosa. (De Vaux O.P. “Le istituzioni dell’Antico Testamento”, Marietti, 1964)

Pag. 56 (3° capoverso)

“Nel cristianesimo non c'è tempio, né altare, né sacerdoti nel senso della religiosità naturale...”

Nota: Non è esatto affermare che il cristianesimo è differente dalla religione (o religiosità) naturale perché in esso “l'uomo non pone Dio al suo servizio, ma al contrario si pone al servizio di Dio”. Come pure (pagg. 57-58) che “nel cristianesimo è Dio che segna il cammino. La felicità non ti viene dalla salute ma dal fatto che Dio ti ama, e si è fatto tuo fratello, dal fatto che Dio è con te”!

La differenza sostanziale tra religione naturale e religione soprannaturale è costituita dal fine soprannaturale, che l'uomo conosce soltanto nel cristianesimo. Fuori di questo, egli non sa di essere destinato alla visione di Dio. E quindi non può chiederla. Anche le menti più elette del paganesimo, sia antico che moderno, non sono giunte mai a conoscere con le sole proprie forze il fine soprannaturale che attende l'uomo dopo la morte. Non avendo capito il punto focale della distinzione tra religiosità naturale e soprannaturale, Kiko afferma che per tanti secoli (addirittura da Costantino al Vaticano II) si sia vissuto un Cristianesimo a livello di religiosità naturale (vedi pagg. 60 - 61). In questa ottica Kiko vede la cristianizzazione di feste, di luoghi pagani ecc., come una dimostrazione di questa religiosità naturale che si è introdotta nel cristianesimo. Ma egli dimentica che anche in quei tempi la Chiesa ha insegnato, e non poteva non farlo, che l'uomo per il mistero di Cristo morto e risorto era stato riportato nell'amicizia di Dio che gli aveva reso possibile la Sua visione beatifica.

Questo insegnamento di un cristianesimo fondato su una fede soprannaturale non è mai mancato; anche se sono mancate talvolta le risposte dei cristiani nella loro vita pratica.

Tra religione naturale e cristianesimo c'è un abisso, perché con la Rivelazione il cristiano sa di essere chiamato, fin da questo mondo, a vivere una vita di comunione con Dio, e di partecipazione alla sua stessa vita divina, che si completerà in Paradiso, dopo la morte, con la visione diretta di Dio. E questa sarà la sua eterna e perfetta felicità.

Il cristianesimo rimane sempre “religione soprannaturale” anche se il cristiano prete, vescovo o Papa pensa poco alla vita eterna a cui è destinato. La Chiesa è chiamata a purificare, difendere e nutrire la fede dei suoi figli. E la Chiesa l’ha sempre fatto, pur con i limiti che la natura umana ha frapposto alla sua azione.

Un catechista serio non può fermarsi soltanto ad una differenza superficiale, come sembra si faccia nel testo. Inoltre, secondo il metodo consueto, poco chiaro e farraginoso, a pag. 56 e 57 sono contenute affermazioni da cui può sembrare che per Kiko non ci sia nulla di sacro e d'intoccabile nel tabernacolo: cioè non c'è Cristo Signore. (Più tardi questa affermazione-negazione sarà più esplicita; cfr. pag. 329).

Altre affermazioni: “noi cristiani, non abbiamo bisogno di altari, possiamo celebrare l'Eucaristia dove ci piaccia”... anche se riguardano la disciplina, rivelano subito la psicologia di chi (forse perché neo-convertito?) parla da quasi padrone della Chiesa, dove per lui le leggi (can. 932) non sono obbliganti.

Ma l'errore più grande sta nella ignoranza e negazione della sostanziale differenza tra il sacerdozio comune ad ogni battezzato e il sacerdozio ministeriale conferito con il Sacramento dell'Ordine sacro.

Kiko e Carmen, che esaltano tanto il Vaticano II, ignorano o vogliono ignorare che quel Concilio in diversi suoi documenti, sottolinea questa profonda differenza. Così nel decreto P.O. 2 dichiara che i Presbiteri sono segnati “da uno speciale carattere che li configura a Cristo Sacerdote in modo da poter agire in nome di Cristo capo della Chiesa.” (P.O. n° 1 - 2; L.G. n° 28).

Nel P.O., n° 1 si afferma:

“I presbiteri in virtù della sacra ordinazione che ricevono dai Vescovi sono promossi al servizio di Cristo, Maestro, Sacerdote e Re; essi partecipano del Suo ministero, per il quale la Chiesa qui in terra è incessantemente edificata come popolo di Dio, Corpo di Cristo e tempio dello Spirito Santo”.

Nel P.O., n° 2:

Cristo, “promosse alcuni di loro come ministri in modo che nel seno della società dei fedeli avessero la sacra podestà dell'Ordine per offrire il sacrificio e perdonare i peccati, e che in nome di Cristo, svolgessero per gli uomini in forma ufficiale la funzione Sacerdotale.

... I presbiteri, in virtù dell'unzione dello Spirito Santo, sono marcati da uno speciale carattere che li configura a Cristo sacerdote, in modo da poter agire in nome di Cristo, capo della Chiesa.”

E al P.O. n° 5:

“I presbiteri ... consacrati da Dio, mediante il Vescovo ... nelle sacre celebrazioni agiscono come ministri di Colui che ininterrottamente esercita la sua funzione sacerdotale in favore nostro nella liturgia, per mezzo del Suo Spirito”.

Cristo rende partecipe della Sua consacrazione e della sua missione gli Apostoli e i loro successori (= Vescovi), che affidano legittimamente l'ufficio del loro ministero ai Presbiteri e ai Diaconi (Cfr. L.G. n° 28).

Tutti questi, specie nel culto eucaristico “agiscono in persona di Cristo” ecc. Col Battesimo diventiamo membri del corpo mistico di Cristo, col sacramento dell'Ordine i candidati appartengono a Cristo capo della Chiesa. All'altare quindi il Sacerdote rappresenta Cristo e non l'assemblea. (Rec. et Poen. Parte III. c. 2. n° 29; cfr. C.C.C. n° 875, 878, 879, 1535, 1547, 1548, 1551, 1552 ecc.).

Ma questa verità, stando al testo, non viene accettata dai neocatecumenali. È qui, a nostro modesto parere, la radice per cui in Kiko e Carmen nasce quel piglio dottorale che, se giova a scuotere i tiepidi e a richiamare i lontani, è deleterio quando insinua errori. Se non si ammette il Sacramento dell'Ordine, i veri maestri della Chiesa sono “i Carismatici”, in questo caso, i catechisti neocatecumenali.

Le prescrizioni rubricali, stabilite dalla Chiesa al riguardo dell'Eucaristia (cfr. c. 932 ecc. C.J.C.), assicurano il frutto di ciò che è voluto per istituzione divina. Ma per i neocatecumenali queste prescrizioni liturgiche non contano nulla. Essi hanno i loro rituali, le loro formule, le loro celebrazioni, i loro simboli, ecc. che ovunque impongono. Essi si ritengono così superiori a sacerdoti, Gerarchia, Chiesa!

Pag. 57 (penultimo capoverso)

Un cristiano non domanderà mai a Dio la guarigione di una malattia, perché per lui la malattia ha un nuovo senso; non è un male, perché per il cristiano tutto è grazia e tutto amore. Il male ha significato di male solo tra i pagani. “

Nota: Anche in questa pagina le ambiguità non mancano. Il cristiano si rivolge a Dio, come il pagano, per ottenere quanto gli occorre per la sua vita materiale. Ma egli lo fa con un sentimento ed una fiducia nuova. Sa infatti, dalla rivelazione, che Dio è Padre di cui, per la grazia, è diventato suo figlio (cfr. Mt 7,11).

“Il cristiano” - si dice nel testo - non domanderà mai a Dio la guarigione di una malattia”. Ma se ciò fosse vero, perché la Chiesa prega per implorare la guarigione dei malati, e perché Gesù li ha guariti, ascoltando le loro invocazioni? (Mc 1,28; 1, 32-34; Lc 4,37; 4,40; 9,11; Mt 12,15; 19,2). Perché ha dato alla Chiesa potere di compiere miracoli e guarigioni? (Mc 16, 17-18).

Se nel piano della provvidenza la malattia, la fame, ecc., può diventare una grazia, nessuno potrà affermare che queste non sono un male da combattere. In nome della fede, vogliamo forse abolire ospedali, cure, anestetici e così via? Forse la Chiesa cattolica che prega per implorare la guarigione dei malati, sta ancora in uno stato di religiosità naturale?

Pag. 58 (2° capoverso)

“Il processo di scristianizzazione, il divorzio tra cristianesimo e vita, viene dall'essersi infiltrata nel cristianesimo la religiosità naturale. Per comprendere come ciò è avvenuto faremo un disegno della storia della salvezza. “

Nota: Il vero motivo del processo di scristianizzazione va ricercato nella diminuzione della fede e nell'avanzare del materialismo e dell'edonismo anche fra i cristiani.

Il grafico di Kiko sembra voglia insinuare che la vera Chiesa di Cristo da Costantino al Vaticano II non sia più esistita. Lo Spirito Santo avrebbe dormito per 16 secoli!

Quindi l'era dei Padri della Chiesa, il monachesimo, San Benedetto con i vari rami derivati dal ceppo Benedettino, S. Francesco, S. Domenico, S. Bonaventura, il Carmelo, il Concilio di Trento, S. Carlo Borromeo, la Compagnia del Gesù e tutte le altre congregazioni religiose fino ai grandi Santi che hanno preceduto il Vaticano II, S. Giovanni Bosco, il Cottolengo, il Cafasso, Don Orione, come pure gli istituti secolari tipo i Focolarini, l'Opus Dei, ecc... non hanno capito il messaggio evangelico? Per quasi 1600 anni la Chiesa sarebbe stata semipagana!

Per questa errata interpretazione della storia della Chiesa, i neocatecumenali si credono ed affermano spesso di essere loro soltanto la vera Chiesa di Cristo!

“Stando a uno di quei teologi che tanto peso ebbero al Conc. Vat II, parola d'ordine del cattolico d'oggi dovrebbe essere “enjamber seize siècles” “scavalcare sedici secoli”, rimuoverne sin la memoria, per ricongiungersi alla Chiesa precostantiniana; la sola, a sentir lui, davvero evangelica e presentabile in società.

Oltre che impossibile, un simile proposito non conosce né la storia della troppo mitizzata comunità primitiva - un'occhiata alle lettere di Paolo, ai cronisti ecclesiali primitivi e ai Padri ci ricorda come sempre il bene sia mescolato al male - né la storia che ne è seguita. Tagliarne le radici è sempre il modo migliore per far morire un albero. Si cerchi almeno di esserne consapevoli.” (V. Messori, Pensare la storia: Ed. Paoline pagg. 43-44)

Pag. 59 (3° capoverso)

“... ora (cioè dopo le invasioni barbariche) non si può più fare questo catecumenato perché la gente entra in massa. Il catecumenato non può più tenere ed allora ciò che si deve fare è portare la gente al cristianesimo partendo dagli schemi religiosi pagani che ha”.

Nota: La Chiesa non ha portato alla fede i nuovi popoli partendo dal culto pagano. Una volta battezzati, ha utilizzato gesti, luoghi, templi ecc. dando a tutto questo un contenuto nuovo. La religione sta infatti, prima di tutto, nello spirito. Anche oggi la Chiesa fa questa opera con i pagani del nostro tempo. Vedi quanto si fa in tanti raduni nazionali ed internazionali anche alla presenza dello stesso Sommo Pontefice. Ciò è chiamato “inculturazione”. Non si può condannare questo metodo di evangelizzazione che, quando non è stato utilizzato, ha precluso per secoli l'adesione al cristianesimo di intere nazioni (Malabar - Cina).

Pag. 60 (1° capoverso)

“Allora, la Chiesa, partendo dal culto pagano della gente, la condurrà al cristianesimo... Con Costantino si apre come una parentesi che giunge fino ai giorni nostri. Quando parlo di parentesi non mi riferisco ad una cosa cattiva, ma ad un'epoca determinata della Chiesa in cui era necessario che le nazioni udissero l'annuncio del cristianesimo, come avvenne”.

Nota: Anche se si afferma che la parentesi che abbraccia ben 16 secoli di storia (da Costantino al Vaticano II) non si riferisce ad una cosa cattiva, ci si domanda quale sia il suo vero significato. “Indica - risponde Kiko - una epoca determinata della Chiesa in cui era necessario che le nazioni udissero l’annunzio del cristianesimo, come avvenne”.

Ma la spiegazione non elimina il dubbio, perché, si aggiunge, che in questo lungo periodo di ben 16 secoli la “Chiesa ha vissuto il cristianesimo a livello molto religioso e magico”!

Dunque, (secondo queste parole,) per ben 16 secoli la Chiesa ha praticamente perso lo splendore della fede primitiva che solo dopo il Vaticano II è stata ritrovata!

Come non si può affermare che questo giudizio così generico sia valido e che il grafico non indichi che qualcosa di molto importante sia accaduto nella Chiesa per tanto tempo; ma in senso negativo? Gli ascoltatori di Kiko, ignari per la maggior parte della storia della Chiesa, non sapranno che insieme alle ombre, conseguenze della sua parte umana, essa ha brillato nei secoli per tanti santi, per tanti Concili, dove l’attore principale è sempre lo Spirito Santo, per rendere sempre più chiara la fede e ferma la disciplina della Chiesa.

Si dimentica la serie innumerevole di missionari che hanno diffuso la fede anche a prezzo della loro vita.

Si dimenticano i tanti Ordini religiosi che nel corso di questi secoli sono diventati centro di civiltà e di santità per il mondo.

Si dimentica tutto per affermare soltanto che “bisogna uscire da un’epoca di un cristianesimo “molto religioso e magico”(!) per entrare nella fede”.

Questo giudizio non sappiamo se paragonarlo alla battuta di un ... impreparato sul piano culturale, o al tentativo che da secoli il Nemico rinnova per contrastare il Cammino del Regno di Dio.

La frase: bisogna uscire dalla religione per entrare nella fede, anche se oggi è usata da molti, non è esatta, né sul piano teologico, né su quello filosofico. Vuota retorica!

Pag. 60 (3° capoverso)

“Noi viviamo questo momento di transizione e proveniamo da un cristianesimo vissuto ad un livello molto religioso. La stessa cosa che Dio fece con il popolo di Israele, cioè che non distrusse la sua religiosità naturale, ma che andò purificandola, soprattutto nell'esilio in cui purificò i riti sacrificali, la stessa cosa ha fatto la Chiesa con le nazioni... Dio è andato sublimando questi sacrifici cruenti, di modo che quando giunge Gesù Cristo la spiritualità ebraica non è più basata su sacrifici di vacche e tori, ma fondamentalmente sulla Pasqua ebraica che una festa celebrata a livello familiare, che è un sacrificio di lode e una oblazione... “

Nota: Se noi uscissimo da un cristianesimo “vissuto ad un livello molto religioso”, come qui si afferma, che bisogno c'è di ricristianizzazione ecc. ? - Da notare inoltre, che la religione ebraica non era più una religione naturale, fondata cioè, sulle conoscenze di Dio acquisite con la sola ragione, ma, per le varie rivelazioni divine fatte ai Patriarchi, a Mosé, ai Profeti, era diventata una religione soprannaturale.

La purificazione dei sacrifici iniziata anche prima dei profeti e da questi poi tanto caldeggiata, non ha portato all'abolizione dei sacrifici di vacche e di tori che fino a Gesù sono continuati ad essere immolati nel tempio, ma a far capire il vero valore dell'atto che si compiva con quella immolazione rituale.

La Pasqua ebraica era il centro, ma non l'unica festa in cui si esprimeva la religiosità del popolo eletto.

Pag. 61 (1° capoverso)

“C'è stata un'epoca di cristianesimo vissuto ad un livello molto religioso e magico, oggi entriamo in un'epoca diversa ed abbiamo bisogno di passare ad un cristianesimo vissuto nella fede e non nella religiosità naturale. Uscire dalla religione per entrare nella fede. “

Nota: Chi non ha una fede, non ha neppure una religione. Ogni religione o religiosità nasce da una fede.

Da una fede laica, nasce una religione laica. Da una fede soprannaturale, come il cristianesimo, nascerà una religione soprannaturale. Ciò non significa che nell’uomo, in cui questa fede si manifesta, non ci possano essere atteggiamenti o manifestazioni non sempre coerenti con i postulati della sua fede.

“Non bisogna uscire dalla religione per entrare nella fede”, bensì purificare e approfondire la fede, per giungere ad una religione (o religiosità) che sia in coerenza con quanto creduto.

Questo è il compito dei maestri di ogni religione.

“Bisogna decisamente opporsi a questo schematismo di un prima e di un dopo nella storia della Chiesa, del tutto ingiustificato dagli stessi documenti del Vaticano II che non fanno che riaffermare la continuità del cattolicesimo. Non c’è una Chiesa “pre” o “post” conciliare: c’è una sola e unica Chiesa che cammina verso il Signore, approfondendo sempre di più e capendo sempre meglio il bagaglio di fede che Egli stesso le ha affidato. In questa storia non ci sono salti, non ci sono fratture, non c’è soluzione di continuità. Il Concilio Vaticano II non intendeva affatto introdurre una divisione del tempo della Chiesa”. (Card Ratzinger in Messori, Rapporto della fede, pag. 33).

Pag. 61 (1° capoverso)

Noi abbiamo creduto che la fede fosse aderire ad una serie di verità astratte, credere certe cose. ... Alcuni pensano che il cristianesimo sia credere delle verità a livello razionale. ... La Chiesa è un avvenimento che si dà. ... che si realizza nella storia. ... La Chiesa è un avvenimento che continua a realizzarsi.”

Nota: È opportuno, al di là delle frasi roboanti ad effetto, fare alcune precisazioni. La fede è l'assenso ad una verità non conosciuta direttamente. È perciò fede umana quando si dà l'assenso ad una verità che può raggiungere con la sola ragione. Anche la fede in Dio, emessa attraverso il ragionamento, è inizialmente una fede umana quando afferma la Sua esistenza e certe sue proprietà. (cfr. C.C.C. n° 142, 143, 150, 151, 153, 154, 155, 156 ss., 170 e 177).

In questo atto di fede, detta “initium fidei”, è necessaria la grazia di Dio. Con la grazia nasce l'atto di fede soprannaturale, perché ha per oggetto Dio che si rivela e ciò non può essere percepito se non con la grazia.

Il Battesimo infonde nell'uomo la virtù della fede che aggiunge all'atto di fede naturale la capacità, la facilità di comprendere e accettare Dio che si rivela e quanto Egli rivela.

Se non tutti accettano la fede soprannaturale, ciò dipende dagli uomini (2Cor 4,3 ss) che si lasciano accecare la mente da satana e non perché il Vangelo non risplende sufficientemente.

Al dono della fede soprannaturale deve corrispondere l'uomo che accetta così il dono di Dio.

Nelle parole di Paolo (2Cor 4,3 ss) c'è un continuo riferimento alla grazia ma anche alla risposta dell'uomo che permette al dono della grazia di radicarsi e di fruttificare in lui.

Pag. 62 (1° capoverso)

“Mi sono dimenticato prima una cosa molto importante sulle religiosità, naturale. Tutta la religiosità naturale è basata sul timore. Il cristianesimo invece è basato sull'amore. Che significa timore? Che abbiano paura delle malattie, dei castighi. Ma nel cristianesimo, dice San Paolo, non avete ricevuto uno spirito di servi da ricadere nel timore, ma avete ricevuto uno spirito per il quale potete dire a Dio “Papà”.

Nota: Il timore dell’uomo nella religiosità naturale, si restringe alla paura di non poter ottenere ciò di cui egli ha bisogno.

Il timore del cristiano, principalmente, consiste, invece, nella possibilità di perdere la vera ricchezza a cui l’uomo aspira con tutto il suo essere: Dio.

Nel vero cristiano il timore è più profondo di quello che conosce e vive soltanto una religiosità naturale. Il cristiano, per la sua fede, sa che la privazione dei beni materiali è niente di fronte alla perdita eterna di Dio, bene infinito. È questa perdita che lo fa tremare. La fiducia nella paternità di Dio, anche se attenua il terrore naturale della morte, non elimina nell’uomo la possibilità di peccare e, quindi, di perdersi eternamente.

Kiko sembra escludere questo timore. Per lui, a salvare l’uomo basta la fede fiduciale di tipo luterano.

Pag. 63 (1° capoverso)

“Noi diciamo che nelle nostre comunità deve apparire una spiritualità reale, non una spiritualità da mistici, verso la storia.”

Nota: Che differenza c'è tra “spiritualità reale” e “spiritualità da mistici”?

Forse che quelli che si dedicano alla vita cosiddetta contemplativa, sono usciti dal mondo perché lo odiavano? La loro scelta è conseguenza di un bisogno psicologico o è stata fatta per assecondare una chiamata dello Spirito Santo?

L'esempio e la preghiera dei mistici non contribuiscono alla trasformazione del mondo? Forse Kiko conosce poco la storia del monachesimo e la sua influenza sulla civiltà, cultura, arte dell'Europa e del mondo? Oppure ritiene che soltanto quello che si pratica nelle comunità neocatecumenali sia veramente una spiritualità reale di cui ha bisogno la storia del nostro tempo?

A nostra volta domandiamo: è spiritualità reale l'imposizione di partecipare alle adunanze, alle catechesi, alle lunghe celebrazioni neocatecumenali, tenute normalmente di notte, fatte a genitori costretti a portarsi i loro bambini, che vengono così privati del riposo e danneggiati nel loro ritmo biologico? È umana, prima che cristiana, questa imposizione?

È spiritualità reale l'imposizione fatta ai genitori, di trascurare i figli che richiedono la loro presenza, per partecipare alle numerose adunanze serali e notturne, altrimenti essi non dimostrano di amare Dio al di sopra di tutte le cose e non possono continuare a considerarsi partecipi del movimento? (Cfr. Mt 10,37; Lc 14,26). “Prima la convivenza ecc. ... poi i figli “ - dicono! Ma il primo dovere dei genitori non è quello di provvedere all'educazione ed alla salute dei figli? La Comunità è più sacra della Famiglia?

È spiritualità reale imporre ai figli di partecipare, contro la loro volontà, alle assemblee o funzioni dei N.C. che si svolgono in ore normalmente dedicate al riposo. Assemblee dove piccoli ragazzi sono costretti ad ascoltare quello che anziani o “vecchi” dicono e che ad essi non interessano; dove spesso ascoltano (nelle penitenziali) cose che sarebbe opportuno, forse, non conoscere mai.

È spiritualità reale imporre con prediche continue, martellanti, inopportune un concetto di Dio che i bambini rifiutano, perché sa di inquisitore non di padre che ama?

È spiritualità reale preferire la Comunità alla Famiglia; le adunanze del movimento ai bisogni dei figli, che specie nell’età dell’adolescenza, vogliono vedere i genitori condividere i loro giochi, preoccupazioni, lavori? Si ha così, da parte dei figli, un rifiuto, prima nascosto e poi più palese, di questo Dio così invadente da distruggere anche nei genitori l’amore per loro? E quando potranno, manifesteranno la loro opposizione rifiutando Dio e la Chiesa. In molti di loro nascerà non solo il rifiuto, ma l’odio!

Abbiamo testimonianze di bimbi che sembrano terrorizzati, da cui è scomparso il sorriso infantile; che non possono più manifestare la loro esuberanza naturale perché continuamente repressi dai loro genitori.

E allorché essi chiedono quando finirà tutto questo, si sentono rispondere: ancora un poco. Ma quando? essi chiedono. Sono arrivati a battezzarsi nel Giordano, ma ancora non sono arrivati!

È spiritualità reale imporre (vedi pag. 340) la rinuncia a tutti beni, con la minaccia che chi non lo farà non potrà né salvarsi, né entrare nel Movimento?

Mentre la Chiesa, nella sua esperienza secolare, non fa emettere voto di povertà totale o di rinuncia ai beni a coloro che hanno ancora dei doveri verso i figli, Kiko con la sua spiritualità “reale”, supera leggi e sapienza della Chiesa!

Pag. 63 (4° capoverso - fine)

“Questo è il senso religioso naturale: servirsi di Dio e non abbandonarsi a Dio.”

Nota: La spiegazione di che cosa intenda Kiko per religiosità naturale, non annulla le obiezioni che nascono dalle sue affermazioni. Se Gesù stesso, come Kiko riconosce, utilizza questo elemento di fede naturale, imperfetta, per aiutare l’uomo, ciò significa che esso non è così negativo come invece lo presenta Kiko.

Pag. 63 (5° capoverso) e Pag. 64

“Ma esiste anche una crisi di fede. Perché non c'è fede? Perché non si danno i segni della fede. Questo è molto importante: non c'è cristiano senza aver visto un altro cristiano. Non può esistere la fede senza che incontriamo un cristiano adulto.”

Nota: Anche qui le affermazioni valide si mescolano, come un po' dovunque, ad altre non valide né consequenziali. È vero che, normalmente, la fede è originata dall'incontro con un credente che ti parla di Dio (“fides ex auditu”; cfr. C.C.C. n° 166). Ma la storia del cristianesimo è piena di persone che sono arrivate alla fede perché, almeno all'inizio, Dio è direttamente intervenuto nella loro vita.

La mancanza dell'amore e dell'unità, sono, per Kiko, i soli segni che, a suo giudizio sono la causa per cui non c'è la fede. Ma, pur riconoscendo che dalla carità e dall'amore praticato sull'esempio di Gesù, può venire e di fatto viene uno stimolo a credere, ci sembra giusta l'affermazione che è proprio la carenza di fede che produce la mancanza dei segni della fede. La frase che qui appare - e che spesso viene ripetuta nel testo - “non c'è la fede perché non si danno i segni della fede”, deve perciò essere capovolta: “non si danno i segni della fede, perché non c'è la fede”! Certamente la testimonianza di un cristiano autentico può essere uno stimolo alla ricerca della fede. Ma non basta! Dio si incontra anche negli uomini, ma se non ho gli occhi della fede per vederlo posso passare tra migliaia di essi e rimanere cieco. Sembra, inoltre, dall'esposizione di Kiko, che la “fede nasca dal senso religioso” (come vogliono i modernisti) e non (come insegna la dottrina cattolica) da un atto dell'intelligenza che conosce e dà volontariamente il suo assenso, sotto l'influsso della grazia.

Pag. 64 (inizio)

“Non può esistere la fede senza che incontriamo un cristiano adulto... Perché la Chiesa è il tempio di Dio. Perché Cristo ha voluto incontrare gli uomini. Se siamo la Chiesa e la Chiesa è il tempio di Dio, comprenderemo che gli uomini si possono incontrare con Dio solamente attraverso di noi... E' negli uomini che si incontra Gesù Cristo. Per questo è chiaro che tu puoi avere avuto una chiamata dal Dio della religiosità naturale, perché hai paura che ti licenzino, o perché hai paura di prendere una malattia e per questo te ne vai al tempio, ma può anche essere che tu non abbia mai visto un cristiano... Nella religiosità naturale hai bisogno di un sacerdote con la sua brava sottana che ti serva il culto...

Nel cristianesimo la fede è un'altra cosa. E' molto diverso che tu ti incontri con Cristo attraverso un cristiano. Non si tratta più di riti; è diverso... La crisi di fede da dove viene? Perché non si danno i segni della fede... Dove si danno questi segni (l'amore e l'unità. ) nella attuale struttura della parrocchia? Dove sono questi fratelli che si amano sino a dare la vita? Perché la buona notizia è che noi non moriamo, che la vita eterna è giunta fino a noi, che Cristo è risorto... La Chiesa non dà dimostrazioni razionali della vita eterna. La Chiesa dà la vita eterna, che è diverso, e la dà con i sacramenti, con segni. Non ha bisogno dì dimostrare nulla razionalmente... “.

Nota: In questa pagina, pur non dubitando delle buone intenzioni dell'autore, non si comprende la logicità di certe affermazioni. Ogni catechista, infatti, non può non conoscere elementari principi filosofici e teologici se vuole che la sua “catechesi” sia veramente un “eco” della Parola di Dio che sta proclamando. Infatti ritornano i concetti esposti da Kiko sulla religiosità naturale, che noi abbiamo criticato. Il sacerdote (“con la sua brava sottana”) non è indispensabile nella religiosità naturale; mentre nel cristianesimo, religione soprannaturale, lo è quando egli agisce, in virtù del Sacramento, dell'Ordine, a nome e con l'autorità di Cristo. Proprio perché non si tratta di riti, ma di sacramenti, cioè di segni efficaci della grazia da Cristo istituiti per la nostra santificazione. Ritorna inoltre l'affermazione per noi non esatta, che la crisi di fede proviene dalla mancanza dei segni della fede. Come già detto riteniamo che sia vero il contrario.

Per Kiko l'attuale struttura della parrocchia non dà segni della fede: l'amore e l'unità. A parte l'incompletezza di questa affermazione, essa ci dà l'impressione che Kiko conosca molto poco la vita della Chiesa, specialmente quella che si svolge in tante piccole parrocchie. Ci sembra strano che egli, uomo del nostro tempo, non sappia quello che recentemente è avvenuto nella sua patria, la Spagna, che non molti anni fa ha dato una testimonianza stupenda di fede in Cristo e nella sua Chiesa con le migliaia di martiri trucidati dai nemici della fede. Molti di questi sono stati recentemente canonizzati dal Papa Giovanni Paolo II. C'è infine da notare che da tutto il discorso di questa pagina sembra che la fede non sia un dono di Dio, ma che essa nasca, come vogliono i modernisti, da un senso religioso o da gesti ed atti umani, e quindi dalle nostre forze, come vogliono i Pelagiani. Non c'è mai un accenno all'azione della grazia nell'emissione dell'atto di fede (cfr. C.C.C. n° 166, 168, 169 e 171).

Pag. 65 (2° riga)

“Nella Chiesa primitiva molti segni sacramentali si facevano prima della catechesi. Molte catechesi si facevano, dopo il battesimo, nel neofitato. Perché si comprendeva che il segno era reale, che il segno che ha bisogno di essere spiegato non è segno.”

Nota: Sembra che Kiko non abbia chiaro il concetto di “Segno sacramentale” o del “Sacramento, come segno efficace della grazia”. Inoltre, egli afferma:” il segno che ha bisogno di essere spiegato non è segno.”. Ma ciò non è sempre vero. Vi sono dei segni naturali (p. es.: il fumo, segno del fuoco), ma la maggioranza sono quelli artificiali (p. es.: i segnali stradali - infortunistici ecc.) che non hanno alcun significato per chi non è addetto ai lavori. Per comprenderli ci vuole una scuola (e spesso anche un esame!).

Il segno sacramentale è efficace per se stesso, e non perché io lo comprendo. Altrimenti bisognerebbe affermare l'invalidità del Battesimo dei bambini, o di altri Sacramenti dati in particolari circostanze (p. es.: ad un moribondo).

Da qui la confusione enorme e l'uso errato che si fa della parola “Sacramento”, dimenticando l’evoluzione che questa parola ha avuto specie con Tertulliano, S. Agostino e la Scolastica..

Pag. 65 (1° capoverso)

Perché la buona notizia è questa: non muori. Questa è la notizia che tutto il mondo sta aspettando. Perché tutti dobbiamo morire, bianchi, negri, cinesi, maomettani, ecc. Tutti siamo condannati a morte.”

Nota: La buona notizia (= il Vangelo) non è che tu “non muori”, ma che il Regno di Dio è arrivato con Cristo e in virtù della sua passione e morte tu sei stato fatto figlio di Dio. E, se figlio, anche erede (cfr. Mt 4,23; 24,14; Lc 8,1; 9,11; 9,60; At 1,3; 8,12; 19,8; 20,25; 28,23; Col 4,11)..

Pag. 65 (3° capoverso)

“Che deve fare un cristiano perché la gente veda Cristo? ... Essere molto casto e puro? Bene, figurati i Maomettani che fanno digiuni tremendi e non possono mangiare carne né bere bibite alcooliche, e tuttavia anche questi non sono segno di Gesù Cristo.”

Nota: È un po' troppo mettere sullo stesso livello mussulmani e cristiani soltanto per la preghiera pubblica e il digiuno (che poi è solo diurno!). E la fede nella Trinità, nell'Incarnazione, nell'Eucaristia? E la dottrina sulla famiglia, sulla Grazia, sulla redenzione ecc.?

Kiko aveva iniziato il suo discorso parlando di castità e di purezza come segni che il cristiano dovrebbe presentare per far conoscere Cristo Gesù, continuando però il discorso, dimentica la premessa da cui è partito per parlare dei digiuni tremendi (!!!) dei mussulmani. Che c’entrano questi con la castità e la purezza con la quale i cristiani potrebbero far vedere Cristo?

Pag. 66 (3° capoverso)

“S. Stefano quando lo lapidavano offriva il suo sangue per i suoi carnefici. Quegli assassini si salveranno per il sangue di Stefano, perché era lo stesso sangue di Gesù Cristo. ... Il sangue dei cristiani è lo stesso sangue redentore di Gesù Cristo.”

Nota: In Atti 7, 59-60 si dice che S. Stefano, mentre moriva, ha supplicato il Signore di non imputare ai suoi uccisori, il peccato che stavano commettendo. Egli, da buono ebreo, sapeva che Dio avrebbe fatto ricadere il suo sangue innocente sul capo di coloro che lo versavano perciò egli supplica il Signore di non attuare verso i suoi crocifissori quanto promesso, nel V.T., della stessa parola di Dio. La famosa frase di Tertulliano diceva che “il Sangue dei martiri è seme dei cristiani”, perché il martirio aiutava la diffusione del cristianesimo, ma non perché quel sangue redimeva le anime. Anche se il cristiano per il Battesimo è misticamente unito a Cristo, la natura umana resta intatta. Il suo sangue sarà sempre un sangue umano e non quello di Cristo, che è il solo sangue redentore (Rom 5,9; Ef. 1,7; Col 1,20; Eb 19,19 ecc.).

Il sangue di un uomo, non salva nessuno anche se, versato con amore, può implorare da Dio la salvezza del fratello. Siamo costretti a ripetere quanto già detto: a parte le gravi imprecisioni sul piano teologico, c'è un fondo di semi-pelagianismo in queste affermazioni, come se con le nostre forze, i nostri esempi, la nostra testimonianza di perdono ecc., noi fossimo capaci, da soli, senza la grazia, di salvare qualcuno, dimenticando che questa è un dono gratuito di Dio, che l'uomo non può meritare (Gv 6,44; Eb 12,2).

Pag. 67 (2°, 3° e 4° capoverso)

“Come ha risposto il Concilio a questa situazione? ...(= spirito di desacralizzazione). La prima cosa che ha fatto il Concilio è stato di rinnovare la liturgia e di parlare dei segni che devono essere recuperati. Perché dopo Trento eravamo rimasti con le essenze e le cose astratte ed avevamo perduto il valore dei segni.” ... “ Il Concilio ha risposto rinnovando la teologia. E non si è parlato più di dogma della Redenzione, ma di Mistero di Pasqua di Gesù, ...” ... “Ad una crisi di fede, perché mancano i segni della fede, il Concilio, dichiaratosi ecumenico, ...”

Nota: Il Vaticano II che è ecumenico non perché si è dichiarato tale, ma perché è nato e si è svolto osservando le norme del C.J.C. (337 ss), come ogni altro Concilio ecumenico della storia della Chiesa, ha dato le direttive necessarie per superare le difficoltà che la Chiesa del nostro tempo incontrava sul suo cammino.

Si nota in queste parole il fondamentalismo di Kiko che invece di cogliere l’essenziale della verità cristiana, si ferma ai termini con i quali certe verità della fede vengono riformulate.

Così qui, secondo Kiko, la formula “mistero pasquale di Cristo” usata dal Vaticano II, sembra escludere ed annullare quella in uso precedentemente: “mistero della redenzione”.

Ma il C.C.C. n° ci ricorda sovente che con l’espressione “mistero pasquale” si intende l’opera della Redenzione compiuta da Gesù: opera che comprende tutta la sua vita anche se essa ha avuto il suo culmine nella Passione e Morte in croce. (cfr. C.C.C. n° 517, 518, 519, 571, 599, 606, 607 e 613).

Usare una nuova formulazione non significa cambiare il contenuto del dogma. Ma chi non è abituato al linguaggio teologico, e perciò non è vero teologo, certe formule non le comprende!

Premesso questo, Kiko nel 2° capoverso ricorda il rinnovamento della liturgia voluto dal Concilio. Tutti riconoscono che questo rinnovamento, auspicato e preparato da tanti anni, (vedi la riforma del Triduo pasquale attuata prima del Concilio Vat. II) ha facilitato una maggiore partecipazione dei fedeli, come pure una migliore comprensione dei riti, “che dopo Trento (dice il testo) avevano perduto il valore dei segni, perché la Chiesa era rimasta con le essenze e le cose astratte”. Queste espressioni che suonano come un velato (ma non troppo!) rimprovero alle decisioni del Concilio di Trento e quindi al Magistero della Chiesa, sono la dimostrazione di una scarsa conoscenza teologica della dottrina dei sacramenti, come pure rivelano una superficialissima conoscenza della storia della Santità della Chiesa. L'autore, infatti, confonde tra liturgia e rubricismo, come pure tra l'effetto “ex opere operato” e quello “ex opere operantis” dei sacramenti stessi (cfr. C.C.C. n° 1127 e 1128).

Il primo effetto (ex opere operato), non dipende dalle condizioni di chi opera, ma dalla natura stessa del sacramento che si riceve. Questo effetto si ottiene sempre in forza dell'oggettivo compimento del rito sacramentale. Questa è una verità di fede solennemente definita (cfr. Concilio di Trento: D. 849 - 695 - 850 - 851 - 799). Ora il segno esterno, per quanto velato, o non compreso, non influisce sul valore del Sacramento (vedi per es. come in momenti di persecuzione ecc. sono stati celebrati e amministrati certi sacramenti). I protestanti hanno combattuto vivacemente questo modo di esprimersi della Chiesa perché per loro i sacramenti non sono mezzi di grazia, ma di fede e pertanto hanno solo un valore psicologico e simbolico.

“L'opus operantis” è, invece, la disposizione soggettiva di chi riceve il sacramento. La Chiesa insegna che la grazia sacramentale non viene concessa a motivo dell'attività soggettiva di chi riceve il sacramento; ma viene dal segno o rito sacramentale validamente posto, non importa se, più o meno, chiaramente percepito.

Non è quindi la maggiore o minore comprensione del rito, che rende efficace il Sacramento. Questa può rientrare nelle condizioni previe richieste esplicitamente dalla Chiesa nell'adulto (D. 849). Dal grado, infatti, della disposizione soggettiva dipende la misura della grazia ottenuta “ex opere operato” (D. 799). Come ricorda anche Pio XII (AAS. 1947 pag. 533-534 e AAS. 1945 pag. 39).

Non neghiamo, con questo, che la comprensione del rito possa aiutare ad acquisire una maggiore disponibilità interiore all'azione della grazia; ma altro è ritenere questa comprensione come la “conditio sine qua non” della validità del Sacramento. Se quanto si afferma qui fosse vero si dovrebbe dire che, dopo il Concilio di Trento, la Messa (in modo particolare) non sarebbe stata più, nella Chiesa, una sorgente di grazia e di santità, soltanto “perché si diceva in latino, in un certo modo per cui i segni erano oscurati”.

La storia della Chiesa presenta un grande numero di anime, anche di semplici cristiani, che dall'Eucaristia hanno tratto il nutrimento di una vita che li ha portati sino alla vetta della Santità. (Così S. Carlo Borromeo, S. Filippo Neri, S. Curato d'Ars, S. Alfonso de' Liguori, S. Giovanni Bosco, S. Gaspare del Bufalo, S. Maria Goretti ecc. e tutti i santi elevati agli onori degli altari anche prima del Concilio Vaticano II).

Non è la riforma del rito sacramentale o della Messa, che rende più efficace un Sacramento; ricadremmo nel rubricismo. È necessaria, anche dopo il Concilio, una catechesi fondata sul dogma, continua, capillare, altrimenti anche i nuovi riti ed i nuovi gesti perdono a lungo andare senso e significato. Per ultimo, nella dottrina del movimento neocatecumenale non c'è alcun collegamento tra salvezza e immolazione di Cristo, né sul piano ontologico, né su quello soprannaturale e meritorio ... La Pasqua, per Kiko non è più il Mistero della nostra Redenzione, ma soltanto quello della Risurrezione di Cristo! E ciò appare dal loro modo di celebrare la Pasqua. Infatti i neocatecumenali non partecipano - come gruppo - ai riti solenni che in tutte le chiese si svolgono il Giovedì ed il Venerdì Santo. Soltanto alcuni, singolarmente, perché educati da una precedente catechesi, vi partecipano. Il gruppo si limita ad una ripetizione della lavanda dei piedi, che non è poi l'elemento caratterizzante l'ultima cena, fatta fra i membri o in casa o in locali adiacenti alla Chiesa, ma senza messa. L'unica partecipazione o commemorazione di quei giorni è quella della notte del Sabato Santo...!

Con la frase di Kiko (pag. 67, 3° capoverso):” ... con il rinnovamento teologico del Concilio non si è parlato più di dogma della Redenzione, ma di Mistero di Pasqua di Gesù” “siamo al di là della stessa concezione luterana! Il mistero pasquale di Cristo comprende la Passione, Morte, Resurrezione e Ascensione del Signore; non solo la Resurrezione. Di questo mistero parla spesso il C.C.C.. Si confrontino i n° 456, 457, 461, 512, 517, 571, 601, 607, 608, 616 e 1934.

Il Card. Ratzinger scrive: “Difendere oggi la Tradizione vera della Chiesa significa difendere il Concilio. È anche colpa nostra se abbiamo dato talvolta il pretesto (sia alla “destra” che alla “sinistra”) di pensare che il Vaticano II sia stato un strappo, una frattura, un abbandono della Tradizione.

C’è invece una continuità che non permette né ritorni all’indietro né fughe in avanti, né nostalgie anacronistiche né impazienze ingiustificate. È all’oggi della Chiesa che dobbiamo restare fedeli, non allo ieri o al domani: e questo oggi della chiesa sono i documenti del Vaticano II nella loro autenticità.

Senza “riserve” che li amputino. E senza “arbitrii” che li “sfigurino” (Messori: Rapporto sulla fede, pag. 29).

Pag. 68 (1° capoverso)

“Come applicare il rinnovamento del Concilio alla parrocchia concreta? Per mezzo di una comunità catecumenale, aprendo un cammino catecumenale. ... Ad una crisi di fede che oggi esiste nella parrocchia, ... come risponderemo? Creeremo una comunità cristiana che dia i segni della fede.”

Nota: È lodevole il desiderio di portare alle Parrocchie i frutti del Concilio.

Ma per questo non esistono soltanto le Comunità neocatecumenali, dalle quali qualcosa si può anche imparare ma, certamente, non tutto!

La Chiesa non ha mai creato monopoli fra i cristiani o tra i movimenti sorti nel suo grembo.

Pag. 68 (5° capoverso)

Qual'è la porta per entrare nella Chiesa? Il Battesimo. Non c'è altro cammino. Oggi si parla molto di pluralità di vie. Ce n'è una sola: il Battesimo mediante un catecumenato serio, di anni.”

Nota: È veramente paurosa questa esclusione di una pluralità di vie e l'affermazione dell'unicità del Cammino neocatecumenale per entrare nella Chiesa viva, per riscoprire la vera Chiesa di Cristo. È una condanna implicita di ogni altro movimento! È la proclamazione dell'infallibilità del movimento neocatecumenale. Dopo 1600 anni di silenzio (vedi Pag. 58), lo Spirito Santo avrebbe affidato soltanto a Kiko la missione di rifondare la Chiesa!

L’affermazione di Kiko, inoltre, contiene altre inesattezze.

Se il Battesimo dovesse essere sempre preceduto da un catecumenato di anni, allora si dovrebbe abolire il Battesimo dei bambini, che la Chiesa invece pratica da secoli.

Anche i neocatecumenali dovrebbero escludere i loro aderenti dai sacramenti fino a quando, dopo 20 anni, avranno rinnovato il rito battesimale.

Pur esistendo varie motivazioni che consigliano nel nostro tempo una certa attesa per il conferimento del Battesimo, forse, si dimentica, che la presenza viva e dinamica dello Spirito Santo nel battezzato anche, se percepita e vissuta seppur debolmente, è sempre un dono di vita soprannaturale che ha leggi di sviluppo, proprie di ogni intervento dello Spirito di Dio. (cfr. C.C.C. n° 782, 846, 847, 848, 871 e 1213; D.B. 696).

premessa: Per aiutare quanti desiderano fare un confronto fra la catechesi di questo capitolo e quello che insegna la Chiesa, abbiamo creduto opportuno richiamare alcuni principi teologici sull'argomento.

1) Per quanto riguarda la fondazione della Chiesa da parte di Gesù confrontare: Vat. I - D. 1821; Pio X - D. 2145 e tutti gli innumerevoli testi del Nuovo Testamento (p. es.: Mt 4,17; 10,7; 12,28; 5,20; 7,21; 18,3; 6,33; 21,43; 23,13; 16,18; 4,18; 18,17; Mc 3,14; 16,15; Lc 6,13; 22,19; Gv 20,23; Ef 2,20; 5,13; Col 1,18 ecc. ecc.);

2) sul fine ad essa assegnatole da Gesù confrontare: Vat. I D.1821 - Enc. “Satis cognitum” - 1895 e il C.C.C. n° cap 3 art 9 n° 731, 874, 894, 895, 896 e 975;

3) sulla sua costituzione gerarchica, voluta dal Divino Fondatore confrontare: C. Tr. D. 966; Pio VI D. 1502; Pio X D. 2064; Pio XII Enc. M.C.; C.C.C. n° 551, 552, 553, 765, 880, 881, 882; e poi tutte le prove bibliche.

Dopo questo, ricordare la distinzione tra l'aspetto giuridico e quello mistico della Chiesa (C.C.C. n° 771).

Per quanto riguarda l'aspetto gerarchico, ricordare che Cristo, unico Redentore del mondo, ha voluto che tutti gli uomini per salvarsi si unissero a Lui per mezzo della Chiesa visibile, (Cfr. Pio XII M.C. 12 - L.G. 9), unendo tutti gli uomini in una organica unità (L.G. 2). Questo popolo è la Chiesa: “l'assemblea degli uomini convocati da Dio in Cristo” (Paolo VI - 6.5.70).

Il regno di Dio che Gesù ha voluto, è una società organica, ben organizzata, con dottrina propria, con propri capi e propri riti.

La Chiesa è il regno di Dio sulla terra, è la continuatrice di Cristo, anzi, in qualche modo, è Cristo stesso che continua la sua presenza nella storia. Questa identità della Chiesa con Cristo non può essere dimostrata, ma creduta. La Chiesa quindi è oggetto di fede (diciamo “credo la Chiesa”) per la realtà profonda che vi è in lei, attestata solo dalla Parola di Dio. Con Gesù la Chiesa santifica, insegna, rimette i peccati.

Per quanto riguarda l'aspetto mistico della Chiesa, richiamare la dottrina del Corpo Mistico, che non è pura elucubrazione di teologi, ma “è attinta originariamente al labbro stesso del Redentore” (M.C. 1). (Cfr. Gv 15,1-8; 17,21-23; Gal 3,28; Col 3,11; 1Cor 12-27 ecc.; Ef 1,28 e la M.C. 78).

I cristiani sono perciò partecipi della vita di Cristo. Nei membri della Chiesa, soprannaturalmente vivi, c'è un principio di unità reale; una realtà che li accomuna, la realtà della presenza di Cristo: della grazia.

L'incremento della Chiesa, corpo mistico di Cristo, è perciò prima dal di dentro. La Chiesa cresce dall'interno e non viceversa. Essa si forma nella vita di preghiera, nella vita sacramentale, negli atteggiamenti di fede, speranza e amore. Quindi per essere Chiesa, il singolo deve vivere prima questi atteggiamenti. Certamente questa incorporazione a Cristo dei cristiani, non deve essere intesa in senso panteistico (cfr. Pio XII M.C. 79-80), come sembra faccia Kiko a pag. 66 quando dice che il sangue dei cristiani, di Stefano, è lo stesso sangue redentore di Cristo! (cfr. anche pag. 143).

Questa distinzione o divisione tra Chiesa gerarchica e Chiesa mistica non deve portare a concludere che ci sono due chiese. La Chiesa invisibile e la Chiesa visibile sono l'unica Chiesa di Cristo (cfr. L.G. 7; Pio XII H.G. 17; L.G. & M.C. 63).

Anche se oggi si insiste di più sull'aspetto interiore (cfr. M.C. e L.G.), non si può eliminare, come fanno i Protestanti, l'aspetto sociale e gerarchico della Chiesa. Anche se la Chiesa cresce dal di dentro, implica l'altro elemento voluto da Cristo, il Corpo, del quale siamo chiamati a far parte in maniera completa. Ecco il carattere comunitario della Chiesa che richiede il “noi”. Io - da solo - non posso dire: sono la Chiesa. Ma “noi” siamo la Chiesa (noi, tutti i membri vivi e defunti).

L'aspetto gerarchico è sempre in funzione dell'aspetto mistico, cioè alla crescita della Chiesa dal suo interno. Per questo il Vaticano II sottolinea che l'autorità della Chiesa è un servizio per amore, per l'utilità altrui. Questo concetto di servizio riguarda tutta la Chiesa, tutto il corpo ecclesiale, quindi anche le supreme autorità e i supremi poteri gerarchici, che si caratterizzano, appunto, sul piano della carità, dal quale emergono e al quale sono ordinati.

La Chiesa è sacramento universale di salvezza.

Partendo dal principio biblico che nessuno si salva se non attraverso Cristo, unico mediatore, per divina disposizione la salvezza si compie, nella storia, attraverso la Chiesa. Se la Chiesa è prolungamento di Cristo: se è il Corpo mistico di Cristo, ne consegue che aderire alla Chiesa è aderire a Cristo, e aderire a Cristo è tutt'uno che aderire alla Chiesa.

Perciò, ammettere che uno si salvi fuori dalla Chiesa, è come ammettere che uno si salvi senza passare per il Cristo, con le sue sole forze. “Noi crediamo (Prof. di fede di Paolo VI) che la Chiesa è necessaria alla salvezza, perché Cristo, che è il solo mediatore e la sola via di salvezza, si rende presente per noi, nel suo Corpo, che è la Chiesa”. Così il Vaticano II (L.G. 48) chiama la Chiesa “Sacramento universale di salvezza” (sacramento = cioè, la realtà visibile che significa e produce l'unità di tutti i membri in Cristo (cfr. L.G. 9 - 14 e 15 e il Decreto U.R. che sviluppa questi concetti). Chi riceve il Battesimo validamente è inserito in Cristo, riceve la grazia, diventa membro di Cristo e della Chiesa.

Si resta nella Chiesa finché non la si rinnega con atto positivo e personale, col quale uno respinge Cristo e la sua dottrina. L'uomo, con tale atto, perde la grazia e diventa eretico o scismatico. Se un fedele pecca mortalmente, non si distacca dalla Chiesa, ma diviene membro inerte, ammalato. Quindi figli della Chiesa sono tutti i Battezzati, (anche protestanti o scismatici). L'essere nati fra questi non significa ripudio della fede o della disciplina. Si è fuori (= eretici) solo quando si impugna con atto personale, cosciente e libero, una o più verità di fede. Quindi chi nasce nel Protestantesimo o nell'Ortodossia non è separato dalla Chiesa (U.R. 3) cattolica, e si salva.

Ma anche i non cristiani (che ancora non sono membra della Chiesa) sono ad essa ordinati (L.G. 16) in vari modi, perché tutti gli uomini sono chiamati a formare il popolo di Dio (L.G. 13-16-17; 1Tim 2,4; At 17,25).

Però solo la Chiesa è il “sacramentum salutis”; altrimenti tutte le religioni positive sarebbero indifferenti per la salvezza. Tesi questa condannata dal Magistero (D.B. 1716; L.G. 9-13; At 17,23).

Pag. 69 (4° capoverso)

“Secolarizzazione è un fatto positivo: la gente non ha più bisogno di religione. E' quanto affermava il buon Bonfhoeffer.”

Nota: Non condividiamo questa affermazione: “la secolarizzazione è un fatto positivo: la gente non ha più bisogno di religione”. “La secolarizzazione è un fatto positivo”? Le scienze danno la risposta sui problemi fisici ecc., ma non su quelli del nostro destino e della nostra origine. La religione naturale è stata incapace (perché le era impossibile) di dare una risposta completa a questi problemi. Il limbo, o i campi elisi ed altre credenze pagane, nascevano da un'esigenza che scaturiva dal bisogno di immortalità, come pure da una conoscenza, anche se non perfetta, della trascendenza del divino. Kiko che si richiama tanto al Concilio non ha percepito o capito che il Concilio pur riconoscendo alla religione naturale certi valori, questi non sono sufficienti a risolvere il problema fondamentale dell'uomo. Il Vangelo non distrugge la religiosità naturale nel suo supporto di dipendenza dell'uomo da Dio, anche se lo arricchisce di una verità nuova e splendida, concepibile solo dopo una rivelazione. Il Vangelo non è una desacralizzazione, ma aggiunge alla sacralizzazione che ogni religione porta, questo aspetto bellissimo di una dipendenza da Dio, che non è più solo l'Assoluto, ma è soprattutto il Padre.

Il cammino della scienza, a cui il credente non è estraneo (vedi Marconi, Medi, Zichichi, ecc.) non allontana l'uomo da Dio, perché la scienza non risolve che una parte dei problemi umani. I più fondamentali li chiarisce solo la religione: ieri, oggi e sempre. L'uomo secolarizzato è in fondo un uomo che non vive completamente la sua dimensione umana (corpo e spirito), ma si ferma ad una parte dei problemi. La secolarizzazione è quindi ambigua, può essere buona, se ci fa cercare la soluzione giusta per vie giuste; è cattiva quando fa cercare una soluzione trascendente, solo per vie matematiche e scientifiche. Questa secolarizzazione è uno dei frutti dell'umanesimo ateo, dell'illuminismo, della rivoluzione francese, del liberalismo e ultimamente del marxismo, che da secoli si sono introdotti anche fra i cristiani.

Poiché Kiko non ha chiara la distinzione tra religiosità naturale e cristianesimo, che è religione soprannaturale, ne derivano le espressioni, poco chiare e abbastanza confuse di questa esposizione. Nella religiosità naturale non esiste l'idea della vita come prova, né del cielo o dell'inferno, come premio o castigo. Questa verità ce l'insegna, con chiarezza, soltanto la rivelazione, non la religiosità naturale, a cui non si può rimproverare se l'uomo chiede alla divinità soltanto ciò di cui ha bisogno in questa vita. Ma non è in queste affermazioni di Kiko che c'è il peccato più grave di questo testo!

Pag. 70 (1° capoverso - fine)

“l'uomo secolarizzato accoglie questa notizia in modo semplice.”

Nota: È vero il contrario: l'uomo secolarizzato non ascolta più nessuno perché non crede più a niente. Mentre il pagano, l'uomo che ha ancora la religiosità naturale, si converte al cristianesimo apprezzandolo quando ne conosce la verità e la bellezza.

Pag. 71 (4° capoverso)

“La storia della salvezza, infatti, comincia con Abramo, a cui Dio comanda di seguirlo senza neppure dirgli dov'è la terra che gli darà.”

Nota: Anche se comunemente si ripete in tutti i testi che la storia della salvezza comincia con Abramo, in realtà essa comincia con la promessa del Redentore fatta da Dio ai nostri progenitori subito dopo il peccato. La Bibbia che ci riferisce questa promessa riporta una realtà accaduta nella storia dell'uomo; poco importa che quel fatto sia accaduto in un'epoca comunemente definita preistorica.

Abramo è il punto di partenza della realizzazione del piano di Dio, che si completerà con la nascita, passione e morte di Cristo Gesù.

Pag. 71 (5° capoverso)

“Perciò per spiegare un po' che cosa intendiamo per fede infantile abbiamo parlato della religiosità naturale. E abbiamo spiegato come in fondo nell'uomo religioso naturale c'è un divorzio tra religione e vita, perché situa il sacro nel tempio e solo lì.”

Nota: La già notata mancanza di chiarezza su concetti fondamentali porta Kiko ad affermazioni imprecise. Anche il cristiano pur professando una religione soprannaturale può viverla in modo infantile che però non può chiamarsi mai religiosità naturale. Chi ha la fede soprannaturale può sempre chiedere l'aiuto, finché vive sulla terra, per la soluzione dei suoi problemi umani; quindi può chiedere, anche se in forma subordinata (cfr. Mt 5,33), i beni naturali di cui ha bisogno: “Padre ... dacci ...” ci ha insegnato Gesù. Come pure: “Signore, se tu vuoi puoi guarirmi”.

Nella religione naturale il sacro non è situato come afferma Kiko solo nel tempio. Questo è il luogo della manifestazione della divinità. Ma il sacro non è soltanto lì.

Pag. 72 (1° capoverso)

“Dicevamo ancora che questi cristiani, che vivono il loro cristianesimo a livello di religiosità naturale, vivono una religione di paura, in qualche modo vivono nel timore del castigo di Dio. Questo modo di vivere il cristianesimo viene dal fatto che non siamo stati sufficientemente catechizzati ed educati alla fede. Forse non abbiamo mai visto il vero cristianesimo incarnato in uomini reali. Perché il cristianesimo non è un ideale per santi, bensì una vita per ogni uomo, qualcosa che lo fa vivere meglio e più felice.”

Nota: Sono affermazioni gratuite. Anche l’uomo della religiosità naturale aveva delle norme che regolavano la sua vita e sulle quali sarebbe stato, alla fine, giudicato (Rom 2,12-16). S. Paolo dice: “Attendete alla vostra salvezza con timore e tremore (Fil. 2,12). Chi ha esperienza di vita cristiana sa che esistono molte persone semplici ed umili, che vivono un cristianesimo autentico, in una pienezza di fede da trasportare le montagne e rendere serena e bella la vita, pur tra le difficoltà e le pene di ogni giorno. E questi cristiani sono dovunque: nell'arte, nello sport, nella cultura, nel lavoro, ecc. Sono come le stelle: silenziose, ma splendenti. Kiko dice che questi uomini reali che incarnano il cristianesimo, non li ha mai visti!! Ce ne dispiace per lui! Ma non dica che i santi verranno solo dai neocatecumenali: Il cristianesimo è per tutti vocazione alla santità (Cfr. C.C.C. n° 459, 521, 562, 1694, 1697 e 1698) e non solo “qualcosa che ci fa vivere meglio e più felici”.

Pag. 72 (2° capoverso)

“Abbiamo visto che alla base di tutta questa realtà c'è una seria crisi di fede. Questa crisi è alla base. Consiste nel fatto che non abbiamo mai visto i segni della fede. I teologi dicono che senza i segni non si può dare la fede.”

Nota: I teologi, con S. Paolo, insegnano che la fede nasce dall’ascolto della Parola di Dio (Rom 10,17), e si fonda sull’autorità di Dio rivelante (C.C.C., 156).

Le prove esteriori, come i miracoli di Cristo, dei santi, le profezie, la santità della Chiesa, ecc., sono motivi di credibilità, i quali mostrano che l’assenso della fede non è affatto un cieco moto dello Spirito (C.C.C., 156).

Con la frase su riportata si ritorna all'affermazione da noi rifiutata, che la crisi della fede dipende dalla mancanza dei segni di fede. Per noi è vero il contrario. Kiko dimentica, su questo punto, gli insegnamenti della Chiesa (cfr. Vaticano II D.V. 4,5 e Paolo VI discorso del 21.6.67 e 24.11.65) e di tanti Padri e Dottori.

Ogni cristiano vero può dare segni di fede, dai più piccoli ai più grandi, che si notano oppure no. Non è forse presunzione e orgoglio, affermare che solo la Comunità neocatecumenale è capace di dare i segni della fede?

Kiko è tanto convinto della sua verità che, insieme a Carmen, disse ad un Arcivescovo: “soltanto se diventerà neocatecumenale sarà un buon Arcivescovo”!

Pag. 73 (1° capoverso)

“A questa situazione della Chiesa, ... in cui molti hanno perso il senso di Dio, ... perché non vediamo da nessuna parte i segni della fede, il Concilio Vaticano II ha risposto molto seriamente.”

Nota: Si ritorna ad affermare erroneamente che la perdita della fede è causata dalla mancata visibilità dei segni della fede.

In più Kiko dice che nella Chiesa “i segni della fede non si vedono da nessuna parte”. Anche se la Chiesa vera sarà sempre “un piccolo gregge” (Lc 12,32) fino al giorno finale, con queste affermazioni o si vuole demolire tutto - o si è ciechi del tutto!

Pag. 73 (2° capoverso)

“Di fronte ad un processo di desacralizzazione ha risposto rinnovando la liturgia, perché avevamo perso il senso di Dio, del culto e della liturgia. ... il Dio della scrittura non è mai un Dio immobile, ma è “Colui che passa”, in completa contrapposizione con gli dèi statici delle altre religioni. Il nostro Dio è la “Mercabà”, il carro di fuoco, è Iahvè colui che “passa”, è la Pasqua, è colui che fa Pasqua (passaggio) e fa passare anche noi. Gesù Cristo risorto non è mai statico. Gli apostoli lo incontrano sotto diversi aspetti e sempre in movimento.”

Nota: In tutto il lungo periodo ci sono affermazioni senza fondamento. Si ha l'impressione che Kiko conosca solo la fisica, non la metafisica! Vedi le frasi:

“Il Dio della Scrittura non è un Dio immobile, ma che passa”.

“Gesù risorto non è mai statico”.

“Gli Apostoli lo vedono sempre in movimento”.

Da ricordare che il Figlio di Dio facendosi uomo, ha accettato in tutto le leggi che ne regolano la vita. Per annunziare il Vangelo ovunque ha dovuto spostarsi continuamente, coi mezzi della sua epoca, spesso a piedi, soffrendo la sete, la fame, la stanchezza. Ma giunto a destinazione si sedeva e parlava come facevano i Rabbì del tempo, come l'ospite più desiderato (cfr. Mc 3,32; 12,49; Mt 5,1; 24,3; Lc 4,20; Gv 4,6; 6,3; 8,2).

È un po' ridicolo, anche se più scenografico, parlare di un Dio che passa, di un Gesù che non sta mai fermo. “Io sto alla porta e busso” ci dice l'Apocalisse (3,20). Forse l'immagine piace perché serve a convalidare l'idea del “Cammino”... neocatecumenale.

Non crediamo che soltanto il rinnovamento della liturgia abbia aumentato il senso del sacro e di Dio. Talvolta, per le tante manipolazioni che vengono introdotte arbitrariamente nelle nostre celebrazioni, si è ottenuto il contrario. Basta partecipare a certe liturgie che sembrano scampagnate, dove predominano danze, chitarre, abbracci et similia.

Pag. 73 (4° capoverso)

“Il Concilio ha rinnovato la liturgia con grande coraggio. ... Siamo usciti dall'immobilismo quasi totale del Concilio di Trento ...”

Nota: Kiko non ricorda che la riforma liturgica era già cominciata molto prima del Vat. II, e non lascia occasione per attaccare il Concilio di Trento. Soltanto i Protestanti sono così acidi nei confronti di quel Concilio, certamente il più grande nella storia della Chiesa.

Il cristiano sa che i concili non sono che tappe del cammino della Chiesa, durante la sua peregrinazione nel tempo.

Pag. 75 (1° capoverso)

“Perciò si parla oggi della Chiesa come Sacramento di Salvezza per il mondo.”

Nota: Dal Vaticano II la Chiesa è definita “Sacramento universale di Salvezza” perché è attraverso lei che ogni uomo deve giungere alla salvezza (cfr. L.G. nº 9, 48 ecc.). E questo la Chiesa lo è sempre stato, anche prima del Vaticano II (cfr. C.C.C. n° 774, 775, 776, 780 e 932).

Non sono le nuove formulazioni che cambiano la sostanza della fede cristiana!

Pag. 75 (2° capoverso)

“Di fronte a una scristianizzazione che esiste nelle parrocchie perché la gente non ha una fede adulta, perché non è stata iniziata alla fede, apriamo nella parrocchia un catecumenato, ...”

Nota: Non risponde a verità l'affermare continuamente che la Chiesa non ha catechizzato, non ha portato i fedeli alla fede consapevole! Quanti istituti e congregazioni religiose sono state fondate per l'educazione cristiana dei giovani e per le missioni al popolo, per gli orfani, per le prostitute, ecc. ecc. Perché colpevolizzare tanti Parroci, dotti e santi, che hanno fatto della catechesi al popolo il centro della loro attività pastorale? Non è giusto generalizzare episodi negativi che non sono né di tutte le parrocchie, né di tutta la Chiesa!

Pag. 75 (2° capoverso - centro)

“Questo catecumenato lo facciamo in piccole comunità che ci aiutino a vedere la nostra realtà profonda di peccato e in cui possiamo andare rivivendo il nostro Battesimo per tappe.”

Nota: Il vero catecumenato serve a conoscere meglio la realtà negativa del peccato e l'opera meravigliosa della salvezza, voluta da Dio, realizzata attraverso il mistero pasquale di Cristo e comunicataci per mezzo del battesimo. È certamente importante aiutare ogni battezzato, uscito dalla realtà di peccato e diventato figlio di Dio, ad approfondire e vivere le conseguenze del suo battesimo. Nella Chiesa c'è stato sempre questo impegno: a questo tendeva tutta la sua catechesi. Ben vengano i nuovi metodi proposti dal movimento NC se risulteranno positivi; ma senza assolutizzare o condannare niente e nessuno.

Pag. 75 (2° capoverso - fine)

Può passare all'ultima tappa del Battesimo solo colui in cui l'apostolo riconosce l'opera di Dio, colui che ha dentro di sé Gesù Cristo e lo fa visibile in segni di fede adulta.”

Nota: La catechesi di Kiko sembra dimenticare che l’aspirante neocatecumenale, per il battesimo ricevuto è già figlio di Dio, vive in Cristo e con Cristo, anche se non percepisce appieno questa misteriosa realtà della sua anima.

L'opera della grazia non è percepita dal solo catechista del movimento.

Continua, in questo modo, martellante e penetrante l'esaltazione di questa figura che nel movimento ha una parte importantissima, superiore a quella dello stesso presbitero.

Pag. 76 (3° capoverso)

Così andremo aprendo comunità e formeremo una nuova struttura di parrocchia.”

Nota: Si ripetono qui quali sono le intenzioni ed i progetti del movimento: cambiare la struttura della parrocchia secondo i criteri dei neocatecumenali e non secondo quelli del C.J.C.! Queste idee, ripetute continuamente, purtroppo producono i loro effetti, negli ascoltatori neocatecumenali.

Pag. 76 (3° capoverso - fine)

Questa Chiesa locale è la scoperta del Concilio.”

Nota: Questa Chiesa locale non è una scoperta ma una riscoperta del Concilio. La comunità del I secolo conosceva già questa verità (Cfr. 2Cor 1,1; 1Tes 1,1; 2,14; Gal 1,2-22).

Pag. 78 (1° capoverso)

Qual'è la missione della Chiesa? Per vedere qual'è la missione della comunità, la missione della parrocchia, occorre vedere qual'è la missione della Chiesa.”

Nota: In questa pagina iniziano alcuni giudizi di Kiko sulla missione della Chiesa, “della quale molte persone hanno idee che egli si propone di smontare (Pag. 78)”.

Così Kiko si domanda qual è la missione della Chiesa: “La missione della Chiesa è che tutti vi entrino... che sia quella di portare dentro quelli che sono fuori?” e risponde: “Certamente no!”. Commentando il testo di Mt 5,13 e seg., egli conclude “che la missione della Chiesa non è far sì che tutti vi entrino, a far parte giuridicamente, bensì che siano illuminati...” (pag. 81).

Anche “la Chiesa primitiva - continua Kiko - non si considerò mai come l'unica tavola di salvezza, ma come una missione dentro la storia”.

Purtroppo questa concezione giuridica - continua Kiko - si è radicata così profondamente nella Chiesa che “smontarla è difficilissimo”. “Per questo la Chiesa ha battezzato ad ogni costo con la spada, altrimenti tutti sarebbero andati dannati”. Importante, a quei tempi, era “far aderire tutti alla Chiesa anche solo di nome con un battesimo inteso giuridicamente”. Ciò che interessava era fare un proselitismo che cercava di battezzare tutti in un modo qualsiasi!

Proprio per la sua concezione della Chiesa che Kiko afferma di ricavare dal Vaticano II (L.G.), questa non deve preoccuparsi di fare del proselitismo, perché “Dio non chiama (certi uomini) ad appartenere giuridicamente alla Chiesa”, a differenza di altri che invece sono chiamati a formare una comunità (ad essere Chiesa Sacramento)”.

C'è gente infatti che “non è chiamata ad appartenere alla Chiesa” (pag. 87).

Da quanto esposto deriva quello che Kiko scrive a Pag. 86: “così noi (neocatecumenali) pensiamo la Chiesa, senza trionfalismi né proselitismi, senza voler portare Gesù Cristo non so dove e che tutti entrino in essa.”

La Chiesa, quindi, che cos'è? Kiko risponde:

“La Chiesa è un evento, è una storia, è un fatto (Pag. 87); un evento in ordine alle nazioni, non alla propria perfezione personale (Pag. 83). La Chiesa è un servizio (Pag. 84). Gesù Cristo nel Vangelo ha concepito la sua Chiesa, come luce del mondo, sale della terra, lievito (Pag. 78)”.

Quindi la Chiesa è (pag. 167) “non una cosa giuridica, ma sacramentale”.

A Pag. 88 scrive: “che in una parrocchia esista un parroco, due coadiutori, una grande Chiesa...campane...statue di Santi - Messe in varie ore... tutto questo non fa la Chiesa di Gesù Cristo... Dov'è allora la Chiesa? Dove c'è lo Spirito Santo, lo Spirito vivificante di Gesù Cristo Risorto, dove è l'uomo nuovo del Sermone della montagna. Dove c'è questo, lì c'è la Chiesa”.

A Pag. 89 “La Chiesa sta illuminando gli uomini, senza costringerli e perdonandoli: è Dio stesso che li sta perdonando, perché un cristiano è Cristo e Cristo è Dio”.

A Pag. 90 “La Chiesa salva tutti. Ha la missione di salvare il mondo”. “La Chiesa salva tutti perché perdona tutti”.

Da queste citazioni appare chiaro che a Kiko sfugge la vera natura della Chiesa, dal duplice volto: spirituale e gerarchico, alla quale Cristo ha affidato il compito di reggere, governare e santificare. Anche i cristiani laici, secondo le loro capacità e competenze, possono, e a volte debbono intervenire anche con decisione per illuminare la Gerarchia, ma non per sostituirsi ad essa.

Notiamo infine due espressioni della pag. 78:

“Se la missione della Chiesa è che tutti vi entrino, come mai Dio ha permesso che siano troppo pochi quelli che oggi sono nella Chiesa?”

“Se la verità fosse questa potremmo dire senza dubbio che Gesù Cristo è fallito dopo 2000 anni, perché oggi quelli che sono nella Chiesa sono molto pochi” (cfr. C.C.C. n° 782, 874, 875, 876, 888 e ss, 893, 894 e ss, 935 e 939).

Pag. 78 (ultimo capoverso)

“Con queste catechesi vogliamo smontare un po' queste idee che molti hanno sulla missione della Chiesa.

Vediamo nel Vangeli come Gesù Cristo ha concepito la sua Chiesa. L'ha concepita forse, come l'unica tavola di salvezza su cui tutti devono salire per salvarsi. Gesù Cristo nel Vangelo (Mt 5, 14) dice: Voi siete la luce del mondo, voi siete il sale della terra, voi siete il lievito... Se Gesù Cristo concepisce così la sua Chiesa, la cosa cambia...”.

Nota: La frase di Matteo 5,14 che viene subito dopo le beatitudini, parla di quello che devono essere i suoi discepoli: sale, luce e lievito. La terra, dice Gesù, ha bisogno del sale da cui riceve forza e sapore. Questo dovranno essere i discepoli che, mettendo in pratica le parole del Signore, diventeranno la forza di una umanità scipita.

Ma se questa vocazione perde il suo primo vigore, viene a mancare non solo nel discepolo ma anche sugli altri questa irradiazione vitale (Trilling pag. 92). Se il discepolo non diventa sale sarà gettato via. Le parole di Gesù si riferiscono non alla Chiesa come istituzione, perché essa sarà sempre sacramento di salvezza, ma ai singoli cristiani (cfr. C.C.C. n° 813 e ss, 822).

Pag. 79 (1° capoverso)

“Faccio un esempio: se stiamo in una stanza all'oscuro e dobbiamo trovare l'uscita perché corriamo il rischio di asfissiare tutti... occorre accendere una luce... una luce potente che illumini l'uscita... Però, accendendo tante candeline non si illumina l'uscita. Il problema è invece trovare un fuoco potente che illumini l'uscita e ci faccia trovare la salvezza.”

Nota: Gli esempi portati da Kiko per illustrare il suo pensiero sono... claudicanti. Perché ci vuole una luce potente per poter trovare l'uscita? Non occorrono molte candeline, ne basta una, anche se con molte si può far prima.

Pag. 79 (ultimo capoverso)

“L'importante non è essere luce, ma aver scoperto la luce ed essere illuminato. Tutti vogliamo essere questo fuoco che illumina. Perché sembra che esserlo sia la perfezione. Dio non ha concepito le cose così. Ha concepito la luce come un servizio... La luce mi pone nella mia realtà. Se non conosco la mia realtà mi posso ammazzare, posso morire ...”

Nota: Da ricordare che l'oggetto illuminato diventa a sua volta irradiatore di luce. Così solo Cristo è la sorgente della luce e chi lo segue viene illuminato da Lui. La luce rende certamente un servizio, ma non tutte le lampadine sono capaci di emettere luce, lo fanno soltanto quelle che hanno certe caratteristiche. Ciò si può chiamare “privilegio”: parola che indica una condizione speciale di diritto accordata a qualcuno prescindendo dall'aver fatto qualcosa per ottenerla. Se Gesù vuole che il cristiano sia luce, l'uomo lo diventa quando in lui c'è Gesù luce degli uomini. Soltanto possedendo Lui l'uomo scopre la sua realtà e può aiutare gli altri a trovare Cristo, luce vera.

Pag. 81 (2° capoverso)

“Da questo si deduce che la missione della Chiesa non è far si che tutti vi entrino a far parte giuridicamente, bensì che gli uomini siano illuminanti dalla Chiesa e giungano al Padre. “

Nota: Le conclusioni di Kiko sul cristiano - luce, sale e lievito - anche se valide per il suo comportamento personale non portano ad affermare, come egli fa, che la missione della Chiesa non è far sì che tutti vi entrino a far parte giuridicamente (C.C.C. n° da 758 a 769).

Pag. 81 (ultimo capoverso)

La Chiesa primitiva non si considerò mai come l'unica tavola di salvezza, ma come una missione dentro la storia.”

Nota: Tutto l'insegnamento dei Padri della Chiesa contraddice questa affermazione di Kiko. Così S. Ignazio M.; lo pseudo Barnaba, S. Giustino, Tertulliano, S. Agostino, ecc. Le citazioni di Kiko o sono inventate o sono sempre “ad usum delphini”. Egli cita spesso la Costituzione L.G. del Vat. II. Questa non dice che la Chiesa è “luce delle genti” ma che “Cristo è luce delle genti”. La Chiesa è chiamata “un Sacramento o segno e strumento dell'intima unione con Dio e dell'unità di tutto il genere umano (L.G. n° 1 e n° 9).

Pag. 81 (2° capoverso)

“Da questo si deduce che la missione della Chiesa non è far si che tutti vi entrino a far parte giuridicamente, bensì che gli uomini siano illuminanti dalla Chiesa e giungano al Padre. “

Nota: Gli scrittori ecclesiastici del II secolo e del principio del III parlano con grande entusiasmo della diffusione del cristianesimo. (Così Giustino: Dial. c. 117); Ireneo: “adversus haereses” 1.10.1; Tert. Apol. c. 37). Ma Origene che aveva tanto viaggiato, dà delle indicazioni più sobrie e precise. Benché talvolta asserisca che il cristianesimo si era diffuso su tutta la terra, pur concede che “molte regioni”, tanto fra i barbari, quanto fra i nostri, non erano ancora evangelizzate. Nomina anche un certo numero di paesi dove, secondo la sua conoscenza, il Vangelo ancora non era annunziato. Conviene con Celso che i primi cristiani in confronto al numero universale dei sudditi romani erano “Nun pànu olìgoi” (Contra Celsum 8,69) = cioè “ora del tutto pochi”.

Carmen afferma che la frase di S. Cipriano era vera in senso ontologico (cioè che a quel tempo, chi non entrava nella Chiesa aveva una volontà molto cattiva, perché tutti avevano potuto ascoltare la buona notizia = il Vangelo) ma non era vera intesa in forma giuridica, perché in questa forma la frase è falsa (pag. 82).

Per comprendere il senso della frase di S. Cipriano è opportuno ricordare che in quel tempo si discuteva (vedi Conc. di Cartagine del 1 sett. 256) sul battesimo degli eretici. Partendo da S. Paolo (Ef 4,4-6) alcuni vescovi concludevano: “c'è un solo Battesimo, ed è quello della Chiesa. Dove non si trova la Chiesa, nemmeno vi può essere il Battesimo”.

S. Cipriano vide negli elementi enumerati nel passo di S. Paolo una reciproca dipendenza e connessione, fin ad arrivare ad una quasi identificazione della Chiesa cattolica con Cristo stesso. (Vedi lettera di Firmiliano).

Ma mentre l'Apostolo, nel passo citato, intende enumerare i vari elementi che costituiscono l'unità di tutti i cristiani, Cipriano vi intravede la sua interpretazione, fondendo gli ultimi due elementi: una sola fede e un solo battesimo.

Quindi conclude: non si appartiene a Cristo se non con l'unica Chiesa e l'unico Battesimo. Per Cipriano un sacramento amministrato da un eretico o uno scismatico, non poteva essere strumento immediato ed efficace della grazia.

Questo il suo pensiero! Gli assiomi che ne sono derivati, come il citato “extra ecclesiam nulla salus” ed altre simili non hanno tenuto conto (anche perché la frase originale di Cipriano: “salus extra Ecclesiam non est” è stata un po' cambiata) del senso di tutto il discorso e delle circostanze in cui è stato fatto.

Studi recenti concludono che Cipriano, quando parlava di “salvezza” (Salus) non intendeva la salvezza eterna, decisiva, ultima. Egli voleva dire che chi è fuori la Chiesa (gli scismatici) non gode dei mezzi che ordinariamente hanno i cristiani che restano fedeli alla Chiesa. Non si tratta quindi della salvezza assoluta, quanto piuttosto del modo offerto di conseguirla.

Cipriano, perciò non negava la possibilità di salvezza a chi non aveva ancora potuto ascoltare la predicazione cristiana (egli ben conosceva le condizioni storiche e geografiche da noi riportate più sopra). Ed inoltre; in quei testi si parla sempre e soltanto di cristiani o di quasi cristiani, cioè di persone che si sono staccate o sono sul punto di staccarsi o di allontanarsi dalla Chiesa. Solo in questi casi Cipriano afferma che essere fuori, volontariamente, dalla Chiesa era lo stesso che essere contro la Chiesa. E ciò è vero anche oggi.

Le interpretazioni rigide, che poi sono diventate assiomi come quello riportato, non sono colpa di S. Cipriano.

Il Vaticano II ha tolto ogni equivoco ricordando (L.G. II 16-17) che anche a quelli che non hanno ancora ricevuto il Vangelo, in vari modi, spesso a noi misteriosi, si apre la via per essere invitati a far parte del popolo di Dio (Da Lateranum a. 1984 n° 1).

Proprio perché Sacramento di Salvezza l'ingresso nella Chiesa, in re, aut in voto, rimane necessario, come rimane logica la preoccupazione della Chiesa di far sì che tutti gli uomini la riconoscono per quella che Gesù ha voluto che sia, cioè il mezzo (il sacramento) indispensabile affinché tutti raggiungono la salvezza meritataci dal suo sacrificio.

L'ultima risposta alla tesi di Kiko la dà il C.C.C. n° ai num. 846, 847 e 848.

Pag. 82 (ultimo capoverso) Pag. 83 (1° capoverso - inizio)

“(Kiko) Se per noi la Chiesa è, come la concepisce il Concilio, Sacramento di salvezza, non si tratterà di avere molta gente nella Chiesa, ma che nella Parrocchia ci sia una comunità di cristiani per davvero, che siano sacramento di salvezza per gli uomini che non vengono in chiesa. Per noi il problema e che là dove c’è un gruppo di uomini esista in mezzo a loro una Chiesa che sia fermento, una Chiesa che senza imporsi chiama gli uomini alla salvezza e alla conversione, che sta vicino agli uomini compartecipe della loro realtà esistenziale e che senza imporsi annunzia a quegli uomini la salvezza di Gesù Cristo.

(Carmen) L'altra concezione porta ad un proselitismo che cerca di battezzare tutti in un modo qualsiasi. E’ una imposizione assoluta, con il Cristo in mano.”

Nota: Né Gesù, né la Chiesa, hanno mai voluto un proselitismo che porti tutti al Battesimo in qualsiasi modo: “chi crederà e sarà battezzato ecc.” (Mc 16,15-16; At 1,8; Lc 24,47).

La Chiesa non ha mai dimenticato il comando di Gesù di predicare il Vangelo a tutti e di battezzare tutti (Mt 28,19-20; Mc 16,15; L.G. c. 7,48; G. et S. 42). La Chiesa per natura sua è missionaria (Cfr. A.G. 1-3 ecc.; C.C.C. n° 767, 768, 850 e 851).

Quando Kiko parla di un tempo, il nostro, in cui bisogna uscire dalla religione per entrare nella fede, come quando parla di periodi in cui si facevano diventare tutti cristiani per forza, con la spada (come ha fatto la Spagna in America (Or.: pag. 81-82), dimostra con l’ultima frase di avere la mentalità dei protestanti che “ritengono i popoli latino americani non evangelizzati; perché, secondo loro, il cattolicesimo è una forma sincretista e carnale di un cristianesimo pagano (Fidel Gonzales Fernandez: Processi alla Chiesa, Pag. 281).

L’idea è propria delle attuali correnti indigeniste che sostengono la stessa tesi, anche partendo da presupposti differenti; cioè che dal 1492 è iniziato un incontro tragico tra due mondi, un sistema iniquo che dura ancora oggi, dove i conquistatori iberici avrebbero imposto con la forza una lingua, una cultura e una fede (ivi pag. 282). Da qui uno dei grandi capi d'accusa: l'evangelizzazione degli Indios fu strumentalizzata dalla corona spagnola con la collaborazione della Chiesa al servizio della ragion di stato (ivi pag. 282).

Chi conosce la storia della conquista del nuovo mondo sa che gli Indios furono quasi ovunque lasciati liberi di accettare la fede per farsi battezzare. Alcuni però chiamati da Acosta “i nemici più crudeli di Cristo”, avevano fatto delle pressioni per battezzare gli Indios, che a loro volta, con l'apparente conversione cercavano vantaggi sociali ed economici. A questi mali ovviò il Concilio III di Lima. Le numerose testimonianze dei missionari parlano della vocazione dei popoli Indios alla fede in Cristo come una realtà gioiosa fondata su fatti certi e comprovati (ivi pag. 314).

Non bastano perciò alcuni errori, ad accusare la Chiesa di voler fare diventare tutti cristiani per forza con la spada! Chi afferma questo conosce poco la storia, mentre ripete acriticamente le accuse che il mondo protestante prima e il liberalismo ateo dopo, hanno mosso contro la Chiesa. Dispiace che un catechista non approfondisca come è suo dovere, i problemi che deve esporre, col pericolo che invece di chiamare alla Chiesa i suoi ascoltatori, li allontani ancora di più da essa.

Pag. 83 (1° capoverso - fine)

“Essere Chiesa non è un privilegio (concezione moralista) ma un dono gratuito di Dio al servizio degli uomini.”

Nota: L'essere al servizio degli uomini non toglie che la chiamata costituisca un privilegio ed un impegno per chi è stato scelto. Lo stesso Israele sapeva di essere eletto fra tutti gli altri anche se in loro funzione, come ricorderanno spesso i profeti. Ogni dono o privilegio è sorgente di diritto e di doveri in chi lo riceve. Così l'appartenenza alla Chiesa per il cristiano comporta il dovere di diffondere la sua fede (C.C.C. n° 767, 768, 771, 850 e 851).

Pag. 83 (2° capoverso)

“Giacobbe per esempio è eletto senza averne diritto, perché il diritto toccava ad Esaù che era il primogenito.”

Nota: Ma proprio per questo la sua elezione è stata un privilegio!

Inoltre, cosa centra questo ragionamento con l'affermazione fatta prima che “essere Chiesa non è un privilegio”? Si può concludere proprio il contrario: Come fu un privilegio per Giacobbe essere eletto, così lo è per l'uomo essere chiamato alla Chiesa.

Pag. 83 (4° capoverso)

“Bisogna dire alla gente in questa notte, che queste parole che state loro rivolgendo sono una chiamata di Dio a formare un popolo che è la Chiesa, un evento oggi in ordine alle nazioni, non alla propria perfezione personale.”

Nota: Se i presenti, come si presume, sono già battezzati, essi fanno parte della Chiesa. Le parole che vengono loro rivolte hanno lo scopo di far meglio conoscere gli obblighi derivanti dalla loro fede. Quando si afferma, come qui, che essi sono chiamati alla Chiesa “in ordine alle nazioni”, e non alla propria perfezione personale, si dimentica quanto la L.G. al n° 39 dice: “tutti nella Chiesa... sono chiamati alla santità” (Cfr. ancora i n° 40 - 42). Tendere alla santità è tendere alla perfezione della carità e all'unione sempre più intima con Cristo (C.C.C. n° 773, 2013, 2014, 2017 e 2028).

Pag. 84 (1° capoverso)

“Il problema è che la gente pensa che se non è sale si condanna o cose di questo genere. Quindi immaginatevi il terrore!... Bisogna insistere spiegando che la Chiesa è un servizio alle nazioni” ecc.

Nota: Se i cristiani o la Chiesa, come ricorda anche Kiko, devono essere sale, per tutti vale quanto dice Gesù riguardo al sale che se diventa scipito viene buttato via e calpestato dagli uomini! (Lc 14,34-35). Questo non è forse una condanna che Gesù annuncia e che deve provocare un “terrore” salutare nel cristiano? Se egli non diventa sale quale servizio renderà alla Chiesa? (Il compito dei laici nella Chiesa è trattato dal C.C.C. n° ai n° 898, 899, 905, 906, 907, 910, 911 e 913).

Pag. 84 (6° capoverso)

“Un primo cerchio di persone sono quelle chiamate a formare nuove comunità, chiamate ad essere la Chiesa Sacramento.”

Nota: Premesso che la Chiesa è sempre, per sua natura, sacramento di salvezza anche là dove non esistono le comunità neocatecumenali od altre simili; è paurosa l'affermazione che Dio non chiama tutti ad appartenere alla Chiesa! A parte la ripetizione “dell'appartenenza giuridica” che indica mancanza di chiarezza nella distinzione tra Chiesa “società visibile” e “comunità spirituale” (Cfr. G. et S. n° 40), il Battesimo Gesù lo ha voluto non come un segno giuridico, ma come un Sacramento apportatore di grazia. Forse per Kiko la Chiesa è soltanto un fatto interiore, come vogliono i Protestanti e i modernisti? (C.C.C. n° 782 e 871).

Pag. 85 (4° capoverso)

“Ma Gesù Cristo vuole che la Chiesa dia una catechesi contro quella del mondo: illuminare il mondo presentando che tutto questo è verità: che esiste l'amore, che si può amare in una nuova dimensione perché la morte è stata vinta. Questa è la buona notizia che la Chiesa dà anche con i fatti.”

Nota: Ritorna l'idea predominante nella catechesi neocatecumenale che il Vangelo sia l'annuncio della vittoria di Cristo sulla morte, prima che sul peccato.

Pag. 86 (2° capoverso - fine)

“Così noi pensiamo la Chiesa, senza trionfalismi, senza voler portare Gesù Cristo non so dove o che tutti entrino in essa.”

Nota: (Cfr. quanto detto nella nota introduttiva).

Kiko non avverte di cadere ogni tanto in contraddizione. Infatti all'inizio afferma che è necessario aspettare anni prima che gli uomini guardino alla Chiesa. Poi dice di pensare ad una Chiesa “senza proselitismi”, “senza voler portare Gesù agli altri ecc.ecc.” Ma se non vuole fare proselitismo perché va cercando di far sorgere ovunque il suo movimento? Forse i neocatecumenali sono un'altra Chiesa a cui è concesso fare il proselitismo negato invece alla Chiesa di Cristo?

Pag. 87 (1° capoverso - centro)

“La Chiesa non presenta una filosofia, una religione,... è un evento, una storia, un fatto” ecc.

Nota: Poiché il cristianesimo è una religione soprannaturale, fondata sulla rilevazione di Dio, non sarà mai la filosofia a dare i motivi ultimi per la sua accettazione.

Lo sperimentò anche S. Paolo nel discorso di Atene (At 17, 22 ss). La filosofia entra nel cristianesimo per illustrare, sul piano della ragione, i motivi della sua credibilità (cfr. C.C.C. n° 31 ss., 36 ss., 38, 94, 154 ss., 159, 285 ss.).

Pag. 88 (2° capoverso - inizio)

“Che in una parrocchia esista un parroco, due coadiutori, ... tutto questo non fa la Chiesa...”

Nota: Kiko dimentica, quando addirittura non la nega, la costituzione gerarchica della Chiesa e l'esistenza in essa del Magistero; come i Protestanti, i gallicani, i modernisti che negano questa verità di fede. Lo Spirito Santo è l'anima della Chiesa, mentre la comunità organizzata ne è il corpo. La parrocchia fa parte della Chiesa (C.C.C. n° 752, 832, 833 e 2179).

Pag. 88 (2° capoverso - fine)

“Dov'è allora la Chiesa? Dove c'è lo Spirito Santo, lo Spirito vivificante di Gesù Cristo Risorto, dove è l'uomo nuovo del Sermone della montagna. Dove c'è questo, lì c'è la Chiesa.”

Nota: “Da ricordare che la Chiesa è la presenza di Cristo che vive, è presente, per la fede, nei cuori; ed è lì che Egli forma la sua Chiesa. Quindi, noi siamo la Chiesa, noi stessi la costruiamo” (Card. Ratzinger, “Chiesa, ecumenismo, politica”, Ed. paoline, 1982). Inoltre la Chiesa non è fatta solo di perfetti e giusti ma anche di peccatori (C.C.C. n° 825, 827, 1212 e 1428).

Pag. 88 (ultimo capoverso) Pag. 89 (ultimo capoverso)

“Abbiamo visto, quindi, un primo grande cerchio, che è la gente chiamata ad appartenere alla Chiesa-Sacramento. E un altro grande cerchio di gente che non entrerà giuridicamente nella Chiesa, ma che sono chiamati da Dio ad essere salati, fermentati, illuminati dalla Chiesa. E’ quella gente che a poco a poco comincia a pensare: Ma non sono poi tanto matti come io pensavo. Guarda come sono stato ingiusto e idiota a criticarli tanto. Ieri mi è morto un figlio e mio cugino che è della comunità è stato qui a vegliarlo e nessun altro della famiglia è venuto. E quando ho chiesto loro qualcosa me l’han data. Sono un ingiusto. Con tutte le cose che ho detto contro di loro...

E’ vero che quelli di queste comunità si amano. Quello che mi succede è che a me manca la forza. (Perché in fondo credono, siccome sono molto religiosi naturali, che quelli della comunità sono dei fenomeni perché il sabato invece di andarsene in campagna vanno in chiesa ...).” ...

C’è, infine, un terzo cerchio, un terzo gruppo di fratelli. Sono quelli che vivono nella menzogna, che hanno sempre mentito a se stessi. Sono quelli in cui Satana agisce con una forza reale. Ma non perché siano cattivi e ne abbiamo colpa, ma forse è toccato a loro, per un qualsiasi motivo, su cui noi non indagheremo. Sono i più ricchi umanamente, i più intelligenti (Giuda era il più intelligente degli apostoli, per questo teneva la borsa). Sono quelli che non sopportano la comunità. Questa missione è molto importante, perché senza Giuda non c’è mistero di Pasqua di Gesù. E se voi siete chiamati ad essere Gesù Cristo dovete avere il vostro Giuda. Come tutti voi che siete qui avrete la vostra ora: la vostra vita è in funzione di assumere un’ora. Gesù Cristo stava aspettando che arrivasse la sua ora e un giorno disse: è arrivata la mia ora, l’ora di dare testimonianza di Gesù, l’ora di essere elevati in alto, l’ora in cui il Padre sarà glorificato in voi. Tutti i cristiani sono chiamati da Dio per assumere quell’ora.

Quando arrivi quel giorno, costoro avranno la missione di ucciderti, di distruggerti. In fondo vivono dominati dal demonio perché non sono stati mai amati. Perché, affinché un uomo ami se stesso e ami gli altri, ha bisogno di essere amato lui. Costoro non ascoltano le tue ragioni, non riconoscono lo Spirito, dicono che è un angelismo e una forma di alienazione per non muovere un dito.

L’unico modo che hanno questi fratelli di essere salvati è che la Chiesa dia il suo sangue per loro, il sangue dei cristiani, che è il sangue di Gesù Cristo. Sono quelli che ti uccideranno e tu darai il tuo sangue per loro; come santo Stefano dette il suo sangue per quelli che lo lapidarono. Così tutti sono salvati.”

Nota: A nostro avviso è paurosa questa concezione della Chiesa che Kiko presenta ai suoi ascoltatori. Egli, oltre che negare la volontà salvifica di Dio che chiama tutti a entrare nella Chiesa, da Lui voluta e costituita con una struttura stabile (C.C.C. n° 755, 757, 768, 771 ecc.) e nella quale, come insegna l’Apostolo, non c’è distinzione di persone (Rom 10,12) perché tutti sono figli di Dio, insinua principi che fanno il suo movimento non la Chiesa di Cristo, ma una conventicola o, meglio, una setta dove ci sono distinzioni di gradi, di appartenenza, di privilegi.

È scoraggiante, dopo aver letto queste catechesi, sapere che solo alcuni (e cioè i neocatecumenali) sono gli “eletti”, i veri componenti della Chiesa, mentre gli altri si dividono in due categorie delle quali, l’ultima, non sarà mai Chiesa!

Riaffiora così l’eresia di Calvino, sulla predestinazione incondizionata. “Quelli del terzo cerchio sono coloro nei quali Satana agisce con una forza reale (?!). Ma non perché essi siano cattivi e ne abbiano colpa: ma forse perché è toccato (?) loro, per un qualsiasi motivo...”. Osservando questi principi, gli aderenti al movimento si ritengono, essi soli, gli “eletti”; membri veri della chiesa vera.

Alla fine anche tutti gli altri saranno salvati, dice Kiko. Ma come lo saranno, se per salvarsi ci vuole la fede che essi non hanno mai avuto? (Mc 16, 15-16; Gv 20,31; Eb 11,6; C.C.C. n° 142, 143 1 161).

Se alla fine tutti saranno salvati, senza alcun impegno e risposta personale, si domanda allora: “perché il Verbo si è Incarnato, perché ha istituito la Chiesa, i Sacramenti, il Sacerdozio...?

Perché l’esistenza dello stesso movimento neocatecumenale? Se questo ha lo scopo di chiamare alla salvezza “i lontani”, i motivi qui addotti (“tanto alla fine tutti saranno salvati”) rendono inutile anche la presenza dei N.C.!

Pag. 89 (4° capoverso - centro)

“C'è, infine, un terzo cerchio, un terzo gruppo di fratelli sono quelli che vivono nella menzogna. Sono forse i più ricchi umanamente, i più intelligenti (Giuda era il più intelligente degli apostoli, per questo teneva la borsa). Sono quelli che non sopportano la comunità. Questa missione è molto importante, perché senza Giuda non c'è mistero di Pasqua di Gesù.”

Nota: Di Giuda si dice che “era il più intelligente degli Apostoli!” “perché teneva la borsa”(?!). Il Vangelo quando nomina gli apostoli mette Giuda sempre all’ultimo posto, classificandolo non come “il più intelligente”, ma con la qualifica, ormai riconosciuta, di “traditore” (Mt 10,4; 26,15; 26,48; 27 e ss.; Mc 3,19; 14,10 ss.; 14,18-21; 14,44 ss; Lc 6,16; 22, 3-6; 22, 21-22; 33,48).

Il fatto di tenere la borsa non eleva ad un più alto grado di cultura e di missione la persona di Giuda. Ma questo basta a Kiko per definirlo “il più intelligente”!

Il tradimento compiuto da Giuda non è stato una missione affidatagli dal Padre. S. Pietro (At 1,17) dice che Giuda faceva parte, per volontà di Gesù, dello stesso loro ministero apostolico. Ma per il mistero del male che ha preso possesso del suo cuore, quella missione altissima, che avrebbe fatto di lui una colonna e fondamento della Chiesa, è stata tradita.

KIKO conclude la sua catechesi con le seguenti affermazioni (Pag. 90):

“La Chiesa salva tutti perché perdona tutti. E se essa è Cristo e Cristo è Dio, è Dio stesso che ha perdonato loro.”

“La Chiesa non giudica, non esige, bensì salva, cura, perdona, risuscita e tutto ciò lo fa facendo presente l'escatologia”.

Nota: Vogliamo chiedere a Kiko su quali parole della S. Scrittura e del Magistero della Chiesa, egli fonda le sue affermazioni.

A noi risulta, stando alle parole di Gesù (Mt 25,16 ss.) che non tutti nell’ultimo giorno saranno salvati (Mt 24,30; Mc 13,26; Mt 16,27; 10,32; 11,21-24; 13,48; Lc 17,34; Rm 14,10-12; Ap 22,12)). Il C.C.C. n° ricorda che la missione della Chiesa è quella stessa di Cristo che non ha potuto salvare chi non ha ascoltato il suo messaggio (n° 730), quindi anche nella Chiesa uguale sarà il risultato (n° 738), perché non tutti risponderanno al suo invito.

Ugualmente la Chiesa, sull’esempio di Gesù, perdona tutti purché siano pentiti (At 2,38 ss.).

Non è vero che la Chiesa non giudica e non esige. Fin dai primi tempi gli Apostoli hanno giudicato ... e condannato.

Dio mette la luce della fede nel cuore dell'uomo, ma tocca all'uomo mettere le risorse dell'intelligenza, affinché quella possa illuminare tutto il complesso delle verità umane. Allo stesso modo la grazia battesimale richiede lo sforzo umano per imporsi alle membra terrestri (Col 3,1-5; Rm 6,13; 7,5), ossia a tutte le attività dell'uomo in questo mondo. S. Paolo ingiunge a quelli che “si sono rivestiti di Cristo” mediante il Battesimo (Gal 3,27) di “rivestirsi del Signore Gesù Cristo” attraverso tutta la loro vita (Rm 13,14); e a quelli che in virtù del Battesimo sono già dei puri pani azzimi, chiede di togliere via il lievito vecchio (1Cor 5,7); a quelli infine che sono risorti nei cieli, di cercare le cose di lassù (Col 3,1).

Pag. 95 (2° capoverso)

“Se qualcuno scopre che non ha la fede, ha due possibilità. O dare una pedata a tutto questo, perché non accetta di non aver fede, o porsi in un cammino di fede e lasciare che lo conduciamo alla fede in un cammino di anni, lento, in cui imparerà a pregare e dove sarà esorcizzato.”

Nota: L'esposizione di Kiko fa rinascere la domanda già fatta in altri passi.: “la fede è una conquista dell'uomo, o un dono del catechista, oppure una grazia di Dio a cui l'uomo deve però corrispondere?

I neocatecumenali sembrano ossessionati dalla presenza del Maligno per cui tutti devono essere a più riprese esorcizzati, dimenticando di esserlo già stati quando sono stati battezzati!

Pag. 96 (2° capoverso)

“Il demonio in che cosa tenta Gesù? Lo invita a rinnegare la sua realtà esistenziale, a non incarnarsi, a non accettare la sua realtà di oggi, ...”

Nota: Ma Kiko ha letto il Vangelo? Il demonio non invita Gesù a non incarnarsi. Egli era già venuto nel mondo ed aveva accettato liberamente tutta la realtà umana con le sue conseguenze.

Pag. 96 (ultimo capoverso)

“Mi ricordo per es. di un ragazzo di Firenze che davanti a tutti disse: Io sono omosessuale e benedico Dio con tutto il mio cuore perché sono così. Andavo da un psichiatra; mai la psicologia mi ha salvato. Oggi posso testimoniare davanti a tutti voi che io sono salvato per il potere di Gesù Cristo.”

Nota: “Se a quel ragazzo fosse stata fatta una vera catechesi, egli avrebbe saputo che la Parola di Dio condanna apertamente la fornicazione (1Cor 6,18; 10,8), la sodomia (Rm. 1,27), i peccati della carne (Rm. 8,8; 13,13 ss).

S. Paolo dice chiaramente che chi commette questo peccato non avrà in eredità il regno di Dio (Gal 5,19-21).

I cristiani, continua l’Apostolo, ormai non vivono più uniformandosi all’andazzo dei pagani (Ef. 2,1 ss.; 4,17-19; Col 3,5; 1Tim 4,3 ss.).

Da quanto contenuto nel suo testo, sembra che Kiko non abbia chiarito al giovane il pensiero di Cristo e dei suoi apostoli.

Sembra, invece, che si sia preoccupato soltanto di esporgli alcuni problemi di psichiatria o di ripetergli che oggi “l’omosessualità” non è una cosa tanto cattiva e la gente accetta”. Si comprende allora perché la risposta del giovane non rispecchi il pensiero della Chiesa (C.C.C. n° 2358), che non esclude nessuno dalla possibilità di amare veramente Dio, purché si sforzi di osservare, pur continuando ad essere tendenzialmente un omosessuale, quanto il magistero insegna su questa materia.

Pag. 103 (1° e 2° capoverso)

“Siamo noi quelli che dobbiamo vedere queste attitudini, non tu. Perché Dio non ti lascerà giudicare da te stesso, perché non ti insuperbisca. E’ la Chiesa quella che ti dirà: qui si trova lo Spirito Santo. Questo è il catecumenato, un tempo in cui lo Spirito gesta in voi Gesù. ...

Nel Battesimo è dato alla luce questo bambino. E chi non l’ha non può entrare nel Battesimo, ha una gravidanza isterica, e non può dare alla luce nulla. Per quanto si sforzi, se Dio non l’ha eletto per essere sale... E non succede nulla, non importa. Non è né peggio né meglio di nessuno.””

Nota: Kiko riserva a sé e ai suoi catechisti il giudizio sui Carismi, che invece appartiene alla Gerarchia della Chiesa e non ai semplici fedeli (Cfr. L.G. n° 7, 27 e 30; 1Cor 14). Il C.C.C. n° riserva il discernimento dei carismi ai Pastori della Chiesa (n° 801, 890 e 910). A Kiko poco importa se qualcuno di quelli che lo ascoltano non segue le sue indicazioni.

Non così la pensava Gesù che si preoccupava delle pecorelle che ancora non erano entrate nel suo ovile (Gv 10,16).

La stessa preoccupazione aveva S. Paolo (2Cor 1,9,12; 12,15) e tutti gli apostoli (Gv 2,17).

S. Agostino scrive: “Chi ascolta con indifferenza ciò che riguarda le pecore, dimostra di non aver alcuna preoccupazione del gregge” (Disc. 47, Lunedì della XII T.O.). Lo stesso avevano detto il salmista (Sal. 69,10; 119,139; 132,1-5) e i profeti (Ger 20,9).

Il C.C.C. al n° 851 e ss. riassume tutti i motivi della preoccupazione degli apostoli.

Pag. 103 (2° capoverso)

“Nella Chiesa primitiva, al termine del catecumenato, il Vescovo con il Battesimo veniva a confermare se c'era nel catecumeno una creatura nuova.”

Nota: La creatura nuova nasce nel Battesimo (cfr. Gv 3,5) e non nel Catecumenato, durante il quale l'aspirante si prepara, studiando e pregando, ad una libera accettazione del dono di Dio e delle sue implicazioni.

Il Vescovo, al termine del catecumenato, col Battesimo, conferiva questo dono per mezzo del Segno Sacramentale.

Si può parlare di gestazione nel senso di lavoro del soggetto per togliere dal proprio cuore ogni impedimento all'azione della grazia. In tutti questi atti preparatori non manca certamente la grazia di Dio (perché essa è necessaria anche all'inizio della fede). Ma la rinascita vera, si ha solo nel Battesimo.

Pag. 104 (1° capoverso)

Non siamo uomini di dottrina

Nota: Questa è l’unica frase autenticamente vera del testo. Ma se l’affermazione fosse sincera, il tono magisteriale, dogmatico, impositivo non esisterebbe. Ma, purtroppo è vero il contrario! I catechisti del movimento rifiutano ogni spiegazione dottrinale che non corrisponde a quella del loro fondatore.

Pag. 105 (ultimo capoverso)

“In quest'altra catechesi facciamo un passo avanti. ... Vogliamo porre l'uomo di fronte alla fede che ha”.

Nota: Per una conoscenza più approfondita della dottrina cattolica sulla fede confrontare il Catechismo della Chiesa Cattolica al capitolo terzo, articolo primo dal num. 142 al num. 184.

Pag. 106 (6° capoverso)

“Mi ricordo di una ragazza di Roma che diceva di aver visto veramente Dio nella natura, nei fiori, nella bellezza, ecc. Ed è vero. perché l’uomo ha la capacità di scoprire Dio attraverso la ragione. L’uomo, per mezzo della filosofia, arriva a scoprire Dio come causa prima, arriva a scoprire l’esistenza di Dio.

Ma, al di là di tutto, c’è un Dio rivelato nella storia personale concreta di un popolo. E questa rivelazione che ha inciso storicamente nel popolo è percepita dal popolo stesso. Questa è la fede: che Dio si lasci conoscere dal suo popolo. Il popolo ha percepito che realmente il Mar Rosso lo ha aperto Dio.

Molti videro Gesù, ma non tutti lo riconobbero. Gli Apostoli furono illuminati per conoscere che questo Gesù era Dio, era il Signore.

La rivelazione di Dio è un’opera di Dio, che va molto al di là della filosofia o dei cammini umani per scoprire Dio.

C'è molta gente, fra quelli che vi ascoltano, che non ha questa rivelazione di Dio, perché Dio non ha eletti. Per questo la Chiesa, come il popolo d’Israele, è un punto dentro la storia. Perché non sono i migliori, ma sono gli eletti per una missione all’interno della storia. Così vedrete che molta gente che viene alle catechesi, anche se sono preti o suore, non hanno una vera esperienza di Dio.”

Nota: Premettiamo una prima osservazione: mentre ai neocatecumenali si insegna a non giudicare nessuno, qui alla Carmen è permesso esprimere giudizi su persone, che si presume per la scelta che hanno fatto (preti o suore) abbiano una personale esperienza di Dio!

Ma questa esperienza sembra che sia un monopolio neocatecumenale e si verifichi soltanto per gli aderenti al movimento.

Inoltre la Carmen non distingue tra fede naturale, derivante dalla ragione, e fede soprannaturale fondata sulla Rivelazione e sull’autorità di Dio rivelante. Questa fede è frutto della grazia, che Dio non nega a nessuno, perché Egli chiama tutti alla salvezza. L’uomo che si oppone alla grazia si perde, non perché Dio non l’abbia eletto, ma perché egli liberamente ha rifiutato il dono di Dio.

Ascoltando queste catechesi che ripetono in modo martellante certe idee, i neocatecumenali si convincono sempre di più di essere, essi soli, gli “eletti”, la “vera Chiesa”, nella quale ciò che conta è solo la fede. La gerarchia non esiste più!

Pag. 107 (4° capoverso)

“Bisogna mostrare alla gente che gli dèi che hanno, anche se veri, non sono frutto di una esperienza cristiana, tale da farli testimoni nel mondo di Gesù Cristo”.

Nota: Come è possibile dire alla gente che gli dei che hanno sono veri, specie se non sono frutto d'una esperienza cristiana? Quanti dei veri esistono oltre l'Unico? Il fatto di ascoltare una catechesi, non è indice per chi è presente “della elezione di Dio”. Indica soltanto che Dio ha fatto arrivare la sua parola a quella persona che, solo dopo averla accettata, diventerà “eletto”.

Pag. 107 (ultimo capoverso)

“In fondo quello che vuole questa catechesi è mostrare alla gente che il suo cristianesimo non serve a nulla nella vita e invitarla a guardare la sua vera realtà.”

Nota: Kiko nei suoi giudizi coinvolge quasi sempre tutti i cristiani. Come, in questo caso, affermando che “il suo cristianesimo non serve a nulla”. Possibile che nella Chiesa non ci sia un cristiano autentico o che per diventarlo bisogna passare tra i neocatecumenali?

Se questa catechesi vuol portare il soggetto alla conoscenza della sua vera realtà, usciamo dal campo della fede e della teologia, per entrare in quello della psicologia.

Pag. 108 (1° capoverso)

“S. Giovanni Battista chiama alla sincerità, all'onestà, alla verità le persone. Non fa nessun moralismo, le pone di fronte alla loro realtà. Questo è quello che vogliamo fare: chiamare l’uomo a conversione.”

Nota: Chiamare a conversione, esortare a non fare più certe cose (Lc 3,10 seg.), l'invito a cambiare è fare “morale”, non “moralismo”. Tra i neocatecumenali non si fa alcuna distinzione (che pure esiste), tra il richiamare alla morale e fare “moralismo”. Per questo un neocatecumenale ha detto: “la morale: sono balle! Non riduciamo tutto a schemi. Perché il cristianesimo è meditazione della Parola, esempio e vita vissuta”.

S. Giovanni chiamava i suoi ascoltatori a porsi di fronte - con la loro realtà - alla parola di Dio. Non li ha chiamati ad uno studio psicologico di se stessi, ma ad un confronto con una verità che esisteva fuori di loro e che non potevano ignorare, se volevano salvarsi.

Pag. 109 (3° capoverso)

“Tutte le filosofie e tutte le religioni sono sorte come risposta a questo interrogativo: chi sono io?”

Nota: L'espressione è giusta; ma a pag. 54-55 Kiko affermava che la religiosità naturale nasce dal bisogno di trovare un riparo dalle disgrazie, di rendersi propizio l'essere supremo. Non c'è un po' di confusione in affermazioni così contrastanti?

Pag. 115 (3° capoverso)

“Chiamare a conversione l’uomo è chiamarlo alla sua realtà profonda. Per questo, attenti con certi concetti di Dio buono che è tutta misericordia... Perché la vita è molto più seria. Venite con me, voi che avete certi concetti di Dio tipo Sacro Cuore, con la manina così e la faccia ritoccata, tutto zucchero e miele, tutto soavino e tenerino... andiamo a una baracca a vedere una donna il cui marito si ubriaca e la picchia tutte le notti, che ha un figlio in carcere e un altro mezzo scemo; una donna che si alza tutti i giorni alle cinque del mattino per andare a sfregare pavimenti e non ha nulla da mangiare. Andiamo a chiedere a quella donna di quel Gesù tanto soave... Andiamo a vedere le prostitute, le retate, i macelli, i drogati, andiamo a vedere la guerra del Vietnam, i cadaveri putrefatti, vediamo un po’ quel Dio tutto soave che avete, quella vita così regolare, così per bene, così carina! No!

La vita è molto più seria di tutto ciò e non si può fare di essa una caricatura. Quel Dio di cartapesta non esiste. Il Dio della Bibbia non è così. E’ un Dio che elegge un popolo e gli dà grazie che non dà ad altre nazioni, perché compia la sua missione. Però, che non lo tradisca, altrimenti la sua maledizione sarà tremenda. E’ un Dio che a seconda maledice e benedice.

Nota: Le espressioni qui contenute rivelano che la conoscenza di Kiko su Dio, si è fermata alle prime rivelazioni del Vecchio Testamento (cfr. pag. 199). L’immagine di un Dio, che i profeti presenteranno più tardi, pieno di una tenerezza sconvolgente, come un padre che ama il suo figlio, o come uno sposo che perdona la sposa fredigrafa, a Kiko sembra essere sconosciuta!

Forse, più che la conoscenza del testo sacro, influisce su di lui la mentalità dell’artista moderno, che rifiuta certe immagini perché lontane dalla sua formazione culturale.

Anche se qualche immagine del S. Cuore può sembrare, a più di qualcuno, alquanto sdolcinata, tuttavia molti fedeli del nostro tempo ancora le prediligono.

Per Kiko quel Dio dolce e tenero che la figura del S. Cuore ci presenta, è un Dio di cartapesta, che non esiste. Ma, nonostante le sue affermazioni, è proprio a questo Cuore ferito e sanguinante che si rivolgono gli uomini del nostro tempo per alimentare una speranza tra il dilagare del dolore e della disperazione.

È, ancora una volta, la rivelazione del Dio amore, già fatta in parte nel V.T., viene completata da Gesù, Verbo Incarnato, che ha voluto camminare accanto a noi e presentarsi con il cuore squarciato (Gv 19,35-37) perché gli uomini ricordassero che lì sono le sorgenti della nostra salvezza!

Pag. 116 (1° capoverso)

San Giovanni Battista chiama gli uomini a conversione e dice: Io battezzo con acqua di penitenza, ma dietro a me viene uno cui io non sono degno di sciogliere i lacci dei calzari... Dove mira tutta la predicazione di San Giovanni Battista? A questa realtà profonda: fare l’uomo cosciente della sua realtà di peccato. Per questo si arrabbia quando i farisei, timorosi delle parole forti che avevano ascoltato, gli andavano dietro per vedere cosa diceva quel pazzo. Gesù dice: E’ venuto Giovanni e dicevano che era un indemoniato, viene il Figlio dell’uomo e dite che è un mangione e un beone. Giovanni Battista li chiama a conversione con parole forti, e dice loro: Razza di vipere... perché la conversione è per loro ed essi non lo riconoscono. Perché sono disposti a fare riti come se fossero magia. Ma entrare in conversione non è questo: è prendere coscienza della propria realtà di frustrazione, prendere di peso la propria vita.

Nota: Entrare in conversione non è “prendere coscienza della propria realtà di frustrazione”. Se fosse solo questo moltissimi, invece di prendere la strada della conversione, imboccherebbero quella della disperazione o dello psichiatra. A che serve prendere coscienza della propria frustrazione se nello stesso tempo non ci appare la medicina che ci può salvare da questo stato?

Poiché Dio chiama gli uomini ad entrare in comunione con lui, essi devono “convertirsi”, cioè “cercare Jahvé, cercare la sua faccia, umiliarsi davanti a lui, fissare il proprio cuore in lui”. Questo intendeva Giovanni quando parlava di conversione. Il termine usato nella Bibbia comporta l'idea di cambiare strada, invertire il cammino, operare un cambiamento di condotta sia pratica che interiore.

A questo tende tutta la predicazione profetica che spiega parallelamente il carattere della conversione e la conoscenza del peccato. Se i profeti annunciano sventure per chi non riconosce la sua colpa, annunziano anche che verrà il giorno della conversione del cuore e dell'intervento misericordioso di Dio “che darà al suo popolo un cuore nuovo”, per cui “esso sarà suo popolo e Dio sarà il loro Dio” ... “perché ritorneranno a lui con tutto il cuore”. Anche la predicazione del Battista che sottolinea l'ira di Dio che si manifesterà nel giorno di Jahvé apre una prospettiva di speranza di cui il battesimo che lui conferisce, è un segno. Gesù riprende questo messaggio di speranza affermando che è venuto per chiamare i peccatori ai quali apre, se pentiti, la casa ed il cuore del Padre.

Le parole di Kiko sembrano annullare questo aspetto. Infatti, non si capisce come un uomo chiamato a prendere coscienza della sua realtà negativa possa, solo con questa conoscenza, aprirsi alla speranza di un cambiamento radicale, se non gli si mostra Cristo, ideale e modello dell'uomo nuovo. Ma per Kiko Cristo non è il modello a cui l'uomo deve guardare. Il suo Dio è ancora quello del vecchio testamento, la cui vera natura però, come appare dalla sua catechesi, egli non ha capito.

Il concetto di Dio misericordioso, come la devozione al Sacro Cuore di Gesù sembrano a Kiko cose poco serie che fanno della realtà della vita una caricatura; mentre il Papa Pio XII (HA n° 69) ha definito la devozione al S. Cuore come “la quintessenza della religione cristiana”.

Pag. 119 (ultimo capoverso)

“Conversione è una parola che ci mette tutti in crisi perché non sappiamo cosa voglia dire. Convertirsi è porsi nella vera dimensione in cui Dio ti ha posto, nella quale ha permesso che ti trovi oggi. Questo è convertirsi; aprire gli occhi, uscire dal sonno, entrare nella verità... “

Nota: La Bibbia in molti passi ricorda che convertirsi significa cambiare, pentirsi delle proprie iniquità, ravvedersi, tornare a Dio, abbandonare il peccato. (cfr. Tb 14,6; At 11,18; 11,21; 15,35; 20,21; 26,20; 1Tes 1,9; 1Re 8,35; 2Re 17,13; Is 59,20; Ger 18,8; Ez 14,6; 18,30; 33,11; Du. 9,13; Mt 12,41; Lc 5,32; 10,13; 15,7; At 14,15).

Kiko prima afferma che non sappiamo il significato della parola: “conversione”. Adesso ne dà uno suo: “entrare nella verità; sapere che tu muori; prendere di peso la morte.” Ma tutto questo può essere il punto di partenza per la conversione che resta sempre, come ci dice la Scrittura, un cambiamento di vita e di mentalità. La conversione vera inizia quando, constatato l'errore commesso, si lasciano le ghiande per ritornare alla casa del padre.

La Chiesa da secoli ha fatto della predicazione sulla morte e sui “Novissimi” uno dei pilastri della sua catechesi. Oggi purtroppo si parla solo della Risurrezione e non dei “Novissimi”.

Pag. 125 (6° capoverso)

“Il cristianesimo non è un moralismo. Gesù Cristo non è affatto un ideale di vita. Gesù Cristo non è venuto a dare l'esempio e ad insegnarci a compiere la legge.”

Nota: È la prima volta che nella Chiesa il fondatore di un movimento cattolico afferma che Cristo non è un ideale di vita! Forse l'autore non ricorda le espressioni di Gesù quando si propone come esempio, (vedi Gv 13,15 - e il passo di Mt 11,29 “imparate da me”, come anche Mt 9,13 e 1Tes 4,9; Cfr. Vat. II - L.G. 5). La liturgia della Chiesa e l'insegnamento dei Padri è pieno di richiami agli esempi di Cristo. Con una frase Kiko cancella opere poderose di ascetica, che nel corso dei secoli, sono state di aiuto a tante anime per giungere alla santità! (Cfr. “Imitazione di Cristo. Uno dei libri più famosi dopo il Vangelo)! Si vuol forse eliminare anche il Magistero della Chiesa che da sempre ha additato Cristo Gesù, come maestro e modello dell'uomo? (Cfr. C.C.C. n° 426, 426, 427, 459, 520, 561, 562 e 618).

Pag. 126 (6° capoverso)

“Il cristianesimo non è un moralismo, né una religione, né una filosofia. il cristianesimo è fondamentalmente una buona notizia: un avvenimento.”

Nota: Il fatto che molti non riescano ad osservare la legge evangelica nonostante la grazia dei sacramenti e la forza dell'esempio di Gesù, non significa che il cristianesimo sia un moralismo... Il moralismo è “l’indebita estensione dei principi morali a settori dell’attività umana retti da norme particolari, note soltanto ai rispettivi competenti, ai quali qualcuno presume di sostituirsi cambiando le leggi specifiche che regolano determinate materie” (P. Zoffoli: Dizionario del Cristianesimo). Sebbene Kiko a pag. 138 spieghi che cosa egli intenda per moralismo (“la presunzione di poter osservare tutta la legge morale con le proprie forze”), il cristianesimo ha sempre insegnato che: “senza la grazia di Dio, non possiamo far niente di bene” (Gv 15,5). Altro che moralismo! (cfr. C.C.C. n° 618, 915, 1694, 1709 e 2082).

Se infine con la sua frase Kiko intende affermare che nel cristianesimo non ci sono precetti morali da osservare, allora egli deve ricordare quante volte Gesù, a chi gli chiedeva cosa dovesse fare per salvarsi, ha risposto: Osserva i comandamenti (Mt 19,17; Mc 10,19).

Pag. 126 (a metà 1° capoverso)

“Da queste parole del soldato ricevono tutto, al punto che la città, che prima era soggiogata dall'angoscia e dal panico, all'ascoltare questa buona notizia prorompe nella gioia, nell'allegria, nella festa....”.

Nota: Ma che sarebbe valsa la buona notizia della vittoria sui nemici, se questa non ci fosse stata realmente? La notizia esalta, dà gioia ecc., quando riferisce una realtà veramente accaduta. Ed è questa realtà storica la causa di una gioia vera! (Cfr. 1Cor 15,14).

Pag. 127 (4° capoverso)

“Il cristianesimo non è affatto una dottrina che si può imparare con catechismi e teologie. Il cristianesimo è una Buona Notizia, un evento storico; ciò che lo distingue da tutte le filosofie e religioni. Di questo evento storico vi sono dei testimoni che sono in esso coinvolti: gli apostoli”.

Nota: Il cristianesimo è anche una dottrina nel senso che porta con sé alcuni principi e verità a cui si deve uniformare poi la vita del credente. La buona notizia è qualcosa che cambia la vita del credente soltanto se prima è vera e poi viene poi accettata e vissuta praticamente.

Pag. 128 (1° capoverso)

“San Paolo, nella lettera agli Ebrei (2,14-15), dice: “Poiché dunque i figli hanno in comune il sangue e la carne, anch'Egli (Gesù Cristo), ne è divenuto partecipe, per ridurre all'impotenza mediante la morte colui che della morte ha il potere, cioè il diavolo, e liberare così quelli che timore della morte erano soggetti a schiavitù per tutta la vita”.

Qui San Paolo dice: il problema dell'uomo è uno solo: è tenuto schiavo dal signore della morte, il diavolo; l'uomo è schiavo del diavolo per la paura che ha della morte. Questa paura gli dura per tutta la vita. L'uomo è accerchiato, tenuto schiavo della morte per la paura che ha della morte. E dice che Gesù Cristo viene a tirar fuori l'uomo da questa situazione, annientando e vincendo la morte... “.

Pag. 128

Premessa generale: chi legge la catechesi di Kiko a questo punto deve tener presente alcuni testi della Parola di Dio, dai quali risulta chiaramente che il fine primario dell'Incarnazione, Passione, Morte e Resurrezione di Gesù è stato quello della redenzione dell'uomo, del suo riscatto dal peccato e della sua riconciliazione con Dio.

Ne riportiamo alcuni:

1) È Gesù stesso (Mt 20,28; 26,28; Mc 10,45) che considera l'offerta della sua vita come “prezzo di riscatto per molti”.

2) San Paolo insegna che Cristo si offerse come prezzo di riscatto per gli uomini e che l'effetto della sua morte fu la nostra Redenzione: (1Tim 2,6; Rom 3,24). Così in Ef 1,7: “in Lui abbiamo la Redenzione per mezzo del suo sangue, la remissione dei peccati, secondo la ricchezza della sua grazia”.

Col 1,13-14: “Egli ci ha strappati dal potere delle tenebre (= del diavolo) e ci ha trasportati nel regno del Figlio suo diletto, nel quale abbiamo la redenzione e la remissione dei peccati.

Così pure in: 1Pt 3,18; Rom 5,10; 1Cor 1,30; 2Cor 5,18 e seg.; 1Gv 1,7; Col 1,20; Tit 2,14; Ebr 10,15; Cfr. Ef 2,13 e seg.; 4,10; 2,2.

1Cor 6,20: “Voi siete stati comprati a caro prezzo. Glorificate dunque Dio nel vostro corpo”.

1Pt 1,18: “Voi sapete che non per mezzo di cose corruttibili, come l'oro o l'argento, siete stati riscattati dalla vana maniera di vivere ereditata dai vostri padri, ma dal sangue prezioso di Cristo”.

Ap 5,9: “Essi cantavano un cantico nuovo dicendo: Tu sei degno di prendere il libro e di aprirne i sigilli, perché sei stato immolato e hai riscattato per Dio con il tuo Sangue, uomini di ogni tribù, lingua e popolo e nazione...”.

Inoltre:

La schiavitù, dalla quale Cristo ha riscattato gli uomini con la sua morte, è quella del peccato (e non quella della morte, come dice Kiko nel suo commento.);

Tit 2,14 “Nostro Signore Gesù Cristo che sacrificò per noi se stesso, per redimerci da ogni iniquità”;

Rom 4,25 “Fu dato per i nostri peccati e fu risuscitato per la nostra giustificazione”

Ef 1,7 (già citato);

Col 1,14 (già citato);

Eb 9,12: “Cristo ... è entrato una volta per sempre nel santuario ... col proprio sangue dopo averci ottenuta una redenzione eterna”.

Cristo morendo ci ha liberato dalla schiavitù della legge mosaica:

Gal 3,13: “Cristo ci ha riscattati dalla maledizione della legge, diventando lui stesso maledetto per noi”;

Rom 7,1 “... o forse ignorate, fratelli - parlo a gente esperta di legge - che la legge ha potere sull'uomo solo per il tempo in cui egli vive?”

Ci ha liberato dalla schiavitù del demonio:

Col 1,13-14: “È lui infatti che ci ha liberati dal potere delle tenebre e ci ha trasferiti nel regno del suo Figlio diletto, per opera del quale abbiamo la redenzione, la remissione dei peccati”.

La redenzione secondo la rivelazione ha un aspetto negativo = liberazione dell'uomo dal dominio del peccato e dalle conseguenze che da esso ne derivano (schiavitù del demonio e della morte), e

un aspetto positivo = che è la riconciliazione con Dio, e la comunione con la sua vita.

Questa redenzione abbraccia, nel suo stadio escatologico anche il nostro corpo. Lo afferma San Paolo (Rom 8,22; 2,23): “noi sappiamo infatti che fino ad ora, tutta quanta la natura insieme sospira e soffre le doglie del parto; anzi non soltanto essa, ma anche noi, che abbiamo le primizie dello Spirito, noi pure sospiriamo in noi stessi, aspettando il compimento dell'adozione, che è la glorificazione del nostro corpo”.

Lo stesso dice in Ef 1,14: “siamo in attesa della completa redenzione”.

Così in Rom 8,14-16 e Gal 4,6-7: dov'è l'apostolo dice che la presenza dello Spirito in noi, garantisce la redenzione anche nel suo aspetto escatologico, (con la risurrezione di corpi).

Così pure in Ef 4,30 - dove si afferma che ogni Battezzato, per la presenza dello Spirito Santo acquista il diritto alla redenzione perfetta (nel giorno della resurrezione finale).

In Ef 2,4-7 ancora San Paolo, ricorda che “Dio ci ha fatto resuscitare e sedere nei cieli insieme con Cristo” nel senso che col Battesimo, ci viene comunicata la vita di Cristo, gloriosa e vivificante che Egli ha acquistato con la sua risurrezione.

La nostra è una risurrezione spirituale, ma che dà al nostro corpo l'anticipato diritto a questa vita di gloria.

Poiché la morte è castigo del peccato (Rom 5,12-21; 6,23; 8,2; 1Cor 15,21; 22,55-56) Cristo liberandoci dal peccato, ci libererà con la sua morte e risurrezione, anche dalla nostra morte; (2Tim 1,10; Rom 5,12-21; Eb 2,9) e dal timore stesso della morte (Eb 2,15).

Concludendo: Se il fine primario dell'Incarnazione è quello di liberarci dal peccato e renderci partecipi della vita stessa di Dio, è necessario, in una sana catechesi, mettere l'accento su questo punto. Invece Kiko, basandosi su una sua interpretazione massimalista di Eb 2, 14-15, afferma che il problema unico dell'uomo, quello che lo angustia e lo tiene schiavo, è la paura della morte; per cui il fine primario dell'Incarnazione, Passione e Resurrezione di Gesù Cristo è stato quello di tirare fuori l'uomo da questa paura annientando e vincendo la morte.

Da pag. 128 in poi, Kiko espone più ampiamente il suo pensiero, già accennato in vari passi. (Cfr. a pag. 48, 49, 50, 65, 66, 86, 138 e 139).

Osiamo sperare che il suo discorso voglia essere soltanto “ad effetto”, per fare colpo sui “lontani”. Ma una tesi teologica non si dimostra fondandosi su esigenze o motivazioni antropologiche. La paura della morte, può giustificare o motivare l'Incarnazione, Passione e morte del Figlio di Dio? Per Kiko il Kerigma è questo: “Cristo è venuto a spezzare la barriera della morte” (v. Pag. 30 - 32 ecc.).

Contro le espressioni di Kiko ci sono innumerevoli testi biblici in parte già citati:

Rom 4,25 “Gesù Cristo fu messo a morte per i nostri peccati ed è stato risuscitato per la nostra giustificazione”.

Da tutta la rivelazione risulta espressamente che Cristo è stato dato per la nostra giustificazione: Cfr. 2Cor 5,15; Rom 4,25; Ef 1,7; Eb 1,3; 9,15; Rom 5,10; 1Cor 1,30; 2Cor 5,18; Col 1,20; Rom 3,24-26; Tit 2,14; Eb 10,15; Rom 8,22-23; Ef 1,14; Ef 4,30; Eb 9,26; Rom 6,23; Ef 2,47; Col 2,13-15. Il Vaticano II (D.V. n° 2), afferma la stessa verità.

Questo è il Vangelo (il Kerigma), che ha per centro la morte redentrice di Cristo e la sua resurrezione. La nostra giustificazione dipende dalla sua morte redentrice e dalla fede nella sua resurrezione.

La morte nei testi sacri viene sempre presentata come castigo del peccato di Adamo e non come causa del peccato (Cfr. Rom 5,12-21; 6,23; 8,2; 1Cor 15,21; 22,55; 56). Cristo con la sua morte e risurrezione ci libera anche dalla morte (2Tim 1,10; Rom 5,12-21; Eb 2,4) e dal timore della morte (Eb 2,15).

Kiko, citando a sostegno della sua tesi cita Eb 2,14-15, a nostro avviso, non ha ben compreso il pensiero dell'autore sacro. Questi, dopo aver detto che Cristo ha veramente partecipato alla natura umana (sangue e carne), descrive gli scopi intesi da Dio nella Incarnazione e Redenzione del Figlio. Essi sono:

1° ridurre all'impotenza satana che è il padrone della morte, nel senso che egli ne è la causa, avendo spinto i progenitori al peccato di cui la morte è una fatale conseguenza. Gesù Cristo riduce all'impotenza il diavolo togliendogli questo potere, proprio attraverso la sua morte, perché Egli, contrariamente a quanto avviene per tutti gli uomini, non fu vinto dalla morte, ma fu Lui a vincerla con la sua risurrezione.

2° liberare, attraverso la morte di Cristo, tutti gli uomini, rendendoli partecipi della sua risurrezione. Infatti, il timore della morte teneva in schiavitù gli uomini stessi, nel senso che questo timore (senza speranza di risurrezione) diventava un motivo paralizzante le energie e l'entusiasmo. L'uomo dopo la morte e risurrezione di Cristo, sa che per i meriti di questa morte e risurrezione anche lui, risorgerà dopo la sua morte e parteciperà, perciò, al trionfo di Gesù su colui che, col peccato, ha introdotto la morte, diventandone così come il Padrone. Questa certezza della sua risurrezione elimina nell'uomo quel timore che, come una paralisi, impedisce a chi ne è colpito, di muoversi liberamente. (Cfr. Cipriani op. cit.).

Ma di quale morte si parla nel testo citato? “Non si tratta - dice Kiko - della morte fisica, “ma di tutto ciò che distrugge l'uomo: i difetti della moglie o del marito, del compagno di lavoro, la malattia, il licenziamento, le cose che non vanno bene, tutto ciò che minaccia la tua personalità e che perciò ti distrugge e ti uccide” (Pag. 128) - “Tutto quello che va contro di te non lo puoi sopportare e soffrire” (Pag. 129). Questa cosiddetta morte, che Kiko chiama “la morte ontologica”, (= la morte dell'essere) è quella che lo tiene schiavo. Così che l'uomo pur sentendo dentro di sé che egli si realizzerebbe amando l'altro, non può farlo perché glielo impedisce la morte, di cui egli ha paura. “E perché l'uomo è rimasto schiavo del maligno avendo peccato (Pag. 130), non può fare il bene” (Pag. 130).

L'argomento di Kiko, può sembrare affascinante, ma si fonda prima di tutto su una interpretazione psicologica e massimalista del testo sacro. Secondo gli esegeti, in tutto il Nuovo Testamento quando si parla di morte, si intende la morte fisica e non quella cosiddetta ontologica, di Kiko.

Tutta la rivelazione insegna che la redenzione operata da Cristo con la sua morte e resurrezione ha per effetto primo la cancellazione, di fatto e di diritto, dello stato di inimicizia con Dio a cui il peccato aveva condotto l'umanità. Cadendo lo stato di peccato, viene anche cancellata la morte fisica, minacciata da Dio all'uomo, come una seconda conseguenza del peccato e segno visibile della perdita di quella vita soprannaturale, frutto della grazia, dono di Dio, che il peccato aveva cancellato. Ecco perché l'uomo, unendosi per la fede a Cristo redentore, rientra in questa corrente di salvezza totale da Lui instaurata, per cui non sta più sotto l'ira divina, ma partecipa, con Cristo e per Cristo, alla pienezza della vita nuova da lui meritata, e quindi anche alla resurrezione del suo Corpo.

A noi uomini, immersi nella materialità e nel tempo, fa certamente più effetto soffermarci sulla seconda conseguenza del peccato, la morte. È una realtà più sensibile, sotto gli occhi e nell'esperienza di tutti; per la schiera di dolori e distacchi che quella porta con se. Ma sappiamo che anche prima di Cristo, in varie scuole filosofiche, la morte era vista come una logica conclusione della vita, da accettare serenamente godendosi il tempo presente (vedi il “carpe diem” degli epicurei), o mettendosi in un clima di totale indifferenza di fronte ad essa (gli stoici). Del resto, anche nel Vecchio Testamento, prima che venisse rivelato il dogma della resurrezione dei corpi, la morte era vista come la conclusione che portava l'uomo a riposarsi con gli antenati. Certamente la paura che essa poteva suscitare in alcuni, non era considerata la causa dei vari mali o peccati dell'uomo.

Il dramma della morte colpisce maggiormente i cristiani che credono in una religione soprannaturale. Essi sanno, meglio che i non credenti, che la morte non è la fine di tutto, ma è il momento dell'incontro con Dio che domanderà conto all'uomo delle grazie ricevute e delle opere compiute nella vita terrena.

Questa paura della morte, fatto normale ad ogni essere vivente perché contrario al suo istinto vitale, è superata, nel cristiano, non tanto dalla dottrina della resurrezione del suo corpo, quanto dalla verità che precede e fonda questa resurrezione: cioè la redenzione di Cristo che cancella lo stato di inimicizia dell'uomo con Dio e lo introduce, con la morte, nella esistenza finale per la quale è stato creato. Inoltre riteniamo che il motivo profondo che spaventa l'uomo, o lo terrorizza, e che in un certo modo, lo rende psicologicamente schiavo, non è la morte in sé, ma quello che con la morte incomincia: eternità, inferno o paradiso. Ciò è confermato dal fatto che molti desiderano che venga la morte ad abbreviare i loro dolori, ma non fanno nulla per affrettarla, perché credono a questo giudizio che li attende nell'incontro con Dio.

L'autore di Eb 2,14-15 parla anche di schiavitù cui è sottoposto l'uomo che ha peccato. Ma la paralisi o schiavitù di cui parla l'autore della lettera, non deve intendersi per l'impossibilità di compiere il bene che la paura della morte provocherebbe nell'uomo.

Questa impossibilità, che per Kiko diventa il fondamento del suo catechismo, è un'idea dei Riformatori e dei Giansenisti; mentre il Concilio di Trento (D. 815) insegna che la libera volontà umana non è andata perduta né fu estinta con il peccato di Adamo. Il Vaticano I (D. 1785 e 1806) insegna che l'uomo, con la forza naturale del suo intelletto, può conoscere con certezza l'esistenza di Dio, cioè verità religiose e morali. tutto ciò è dogma di fede. Negarlo è mettersi fuori della Chiesa.

Si può aggiungere ancora che Dio (Gen 2,16) parlando ad Adamo gli aveva detto che se avesse disubbidito al suo comando sarebbe stato punito con la morte. Ne deriva che la morte è conseguenza, e non causa del peccato. San Paolo lo dirà chiaramente: “per peccatum mors”; la morte entrò nel mondo a causa del peccato (Rom 5,12). È contro la Rilevazione affermare il contrario: “per la morte, per la paura della morte viene il peccato”. Ora, è proprio questo che Kiko ripete continuamente: “l'uomo pecca, non ama, perché ha paura della morte”. “Perché non vuol morire l'uomo non può amare. Perché se ama, specialmente fino alla dimensione della croce, cioè, fino al dono totale di sé, deve morire. Ma egli non vuol morire. Dunque egli non ama. Egli non può amare!”

Ne consegue - per Kiko - che Cristo ha ridato all'uomo la libertà togliendogli questo timore e assicurandolo che risorgerà. Ma se la redenzione consistesse, come egli afferma, solo in una convinzione dell'uomo di raggiunta immortalità del corpo, e non nella sua reintegrazione nello stato di grazia, ci sarebbe da domandarsi: ma perché Dio si è Incarnato? Perché Gesù è morto in croce? Perché la Chiesa, i sacramenti ecc.? C'era bisogno di tutto questo per eliminare nell'uomo la paura della morte? No, certamente!

Già al tempo dei Maccabei, Israele credeva nella risurrezione dei morti. Fu proprio questa fede che sostenne i 7 fratelli e la loro madre nei tormenti del martirio (2Mac 7). Anche i Farisei contemporanei di Gesù credevano nella risurrezione dei morti (al contrario dei Sadducei). Ma sia i primi come gli altri, non legavano questo mistero alla morte e risurrezione di Cristo, bensì alla semplice rivelazione tramandata nel popolo dalla Parola di Dio.

Inoltre, se l'affermazione di Kiko secondo il quale è il timore della morte che fa peccare l'uomo, fosse vera, allora, perché Adamo peccò pur non essendo in quel momento prigioniero della paura della morte che ancora non era entrata nel mondo? Questa infatti entrò nel mondo dopo il suo peccato!

Ancora: se l'uomo che nasce dopo Adamo, fosse schiavo per la paura della morte, come afferma Kiko, egli non avrebbe alcuna responsabilità dei propri atti, perché compiuti da un soggetto privo della libertà. Ma senza libertà non esiste “responsabilità”, non esiste peccato. E senza peccato non c'è bisogno di redenzione!

Diventa logico concludere che l'interpretazione di Kiko non è né teologica, né biblica. L’interpretazione kikiana è, come spesso avviene anche per altri passi biblici, una interpretazione che si ferma alle parole del testo negando, in tal modo, elementari principi di ermeneutica, e il cui scopo non è di comprendere meglio la pagina rivelata, quanto di sostenere con l'autorità della parola divina l’idea che si intende proporre. L'interpretazione del testo rivelato, fondata soltanto sulla paura che l'uomo ha della morte, può appartenere alla psicologia. Questa paura per alcuni assume aspetti patologici, mentre dalla maggioranza viene accettata con una certa serenità, come condizione esistenziale, inevitabile di tutta l'umanità. Si nasce per morire, dice un proverbio. Vedi le correnti filosofiche o religiose che invitano l'uomo a liberarsi dai desideri, per raggiungere così la felicità! Leggendo questi argomenti, una donna, sposa e madre di 5 figli esclamò: “ma, quest'uomo, deve essere un celibe complessato, che non ha mai fatto l'esperienza di un vero amore umano”!

Per ultimo: a che servirebbe risorgere, se l'uomo non potesse vedere Dio? “Senza la Grazia l'immortalità sarebbe stata più di peso che di vantaggio” (S. Ambrogio: “Sulla morte del fratello Satiro”). È questo il problema vero che Kiko ignora.

Fondare una catechesi su questo tipo di argomenti a nostro giudizio non è fare una vera catechesi cattolica, ma solo un tentativo di fornire a persone psicologicamente labili qualche argomento per aiutarle ad uscire dal loro stato. La catechesi di Kiko è forse una medicina utile per qualche settore della psicoterapia, ma non della teologia!

Pag. 129 (1° capoverso)

L'uomo è schiavo perché non vuol morire, perché ha paura della morte. A questa morte mi riferisco, alla morte ontologica, alla morte dell'essere, alla morte di te stesso.

Per questa realtà di morte che tu hai, perché non hai altra vita che quella che hai oggi, tu sei schiavo del male: sei schiavo del maligno e obbedisci alle sue concupiscenze e ai suoi comandi. Questo crea dentro di te un uomo insoddisfatto, sei un uomo in stato di sofferenza perché dentro di te è scolpita la legge naturale, tu sai che ti realizzi amando l’altro, trascendendoti nell’altro. Nel momento in cui il tuo io si trascende nell’altro, chiunque egli sia - il tuo collega, il povero all’angolo, tua moglie o tuo figlio... - nella misura in cui sei capace di trascenderti nell’altro amandolo, realizzi te stesso, compi la legge. Perché tutta la legge e i profeti si riassumono in questo: amare Dio e amare il prossimo come te stesso.

Ma l’uomo constata ogni giorno questa realtà: che non può passare all’altro, che non può passare la barriera che lo separa dall’altro, perché fra lui e l’altro c’è un mostro, un dragone: la morte. Per questo l’uomo è insoddisfatto: perché da un lato sa che si realizza amando, passando all’altro: dall’altro si ritrova incapace di farlo, perché quando ci prova, incontra nel mezzo il dragone, incontra la morte, ed egli ha paura della morte.

La morte si è convertita in un mostro, ed abbiamo tutti una terribile paura della morte. (Non parlo solo della morte fisica, ma di ogni morte in genere; non c’è che una morte: la morte ontologica dell’essere, cioè che tu muori, che la tua persona cessa di esistere e di essere. La mia vita, la mia storia è soltanto fumo che non serve a nulla perché l’uomo muore e sparisce).

L’uomo vive atterrito da questa realtà. Cerca di essere, cerca di vivere il reale, ciò che è vero, ciò che non perisce, ciò che non è mobile, l’autentico. (Per questo il mare è simbolo della morte, perché è mobile e sinuoso, è il contrario di ciò che l’uomo cerca: il reale, ciò che non si muove, ciò che è certo, ciò che non perisce, l’eterno). Il tempo conduce alla morte e questo l’uomo non lo può sopportare.

Ma perché l’uomo vive in questa schiavitù? Com’è possibile che l’uomo sia giunto a questa situazione? Come sono arrivate le persone a questa situazione di non potersi saziare con nulla, di non essere felici? Perché l’uomo non si soddisfa con questi tipi di felicità piatta che la società presenta: la macchina, la moglie, la casa, educare i figli e basta?

Perché un uomo non è felice quand’anche abbia una magnifica casa, una moglie fantastica e dei figli magnifici? Perché l’uomo si trova in questa situazione di cui parla San Paolo nella lettera ai Romani: che sperimenta, da una parte, che la sua ragione gli dice di fare il bene e, dall’altra parte, che è incapace di realizzarlo? Perché se conosco il bene non posso farlo? (Cfr. Rom 7,15 ss.).

(Perché è un fatto che l’uomo non può realizzare il bene. La gente si scandalizza di questo, perché il moralismo è molto profondo dentro di noi. La gente, quando vede un povero, pensa: quello è un lazzarone, perché se volesse lavorare non morirebbe di fame; il fatto è che beve. L’uomo crede che tutto dipende da lui, che tutto si conquista coi pugni. Se uno è povero, è perché non vuol lavorare, perché preferisce vivere a sbafo. Siamo tutti talmente catechizzati in questo senso che crediamo che il bene sia in mano nostra, per questo ci scandalizziamo che il bene non sia alla nostra portata. Viviamo in un fariseismo totale: crediamo che tutto sia opera nostra).

Questa è la realtà dell’uomo: vuol fare il bene e non può. Il marxismo dirà che non può perché è alienato dalle strutture ingiuste della società; la psicologia dirà che non può a causa dei suoi complessi psicologici. Tutto questo non mi convince. Il cristianesimo dice un’altra cosa. Dio ha rilevato la realtà dell’uomo così. L’UOMO NON PUO’ FARE IL BENE PERCHE’ SI E’ SEPARATO DA DIO, PERCHE’ HA PECCATO ED E’ RIMASTO RADICALMENTE IMPOTENTE E INCAPACE IN BALIA DEI DEMONI. E’ RIMASTO SCHIAVO DEL MALIGNO. IL MALIGNO E’ IL SUO SIGNORE.

(Per questo non valgono né consigli né sermoni esigenti. L’uomo non può fare il bene).

Domani t’imbatterai in questa realtà: una dicotomia interiore: vuoi e non puoi. Tutto va molto bene, ma appena ti scontri con un evento di morte e ti ribelli, non ce la fai, affondi e servi il demonio. Non puoi camminare sulla morte, non puoi passare la barriera, perché sei schiavo del maligno che ti manipola come vuole, perché è molto più potente di te. Non puoi compiere la legge, perché la legge ti dice di amare, di non resistere al male, ma tu non puoi: tu fai quello che vuole il maligno.

Perché succede questo?

Vediamolo nel racconto della Genesi (cfr. Gen. 3).

Nota: Molte sono le osservazioni che si possono fare:

1) Alcune affermazioni non corrispondono all'insegnamento della Chiesa; essa, fondandosi sulla rivelazione, insegna che il peccato originale non ha distrutto la libertà dell'uomo (Cfr. Conc. Trento D.S. 1554, 1555; Vat. II G.E. 10; DH 1,2,5 e7; GS 4, 6, 9, 13, 17, 31, 37, 39, 68, 74, 75 ecc.; C.C.C. n° 400, 405, 407, 409 e 1008);

2) Kiko parla di morte ontologica, ma la morte “ontologica” dell’essere umano non esiste. La filosofia insegna che l’uomo, una volta creato, esisterà sempre nella sua componente spirituale anche se si dissolve con la morte quella materiale;

3) L’uomo non può fare il bene perché ha peccato, afferma Kiko. Se l'uomo fa sempre quello che vuole il maligno “e non può fare altrimenti”, il suo peccato non è più un atto libero di cui è responsabile (Cfr. C.C.C. n° 1730, 1731, 1732, 1734, 1739 e 1761 dove invece si afferma la libertà dell'uomo; e n° 397, 406, 407, 1732, 1736, 1739, 1853, 1868, 1869, in cui si afferma la sua imputabilità).

Pag. 131 (2° capoverso)

“La prima cosa da far notare di questo testo (Genesi 3) che è rivelazione, è che il serpente ha detto alla donna (Adamo ed Eva sei tu): Come mai non potete mangiare di nessun albero del giardino? Perché il serpente dice questo? Infatti Dio li lasciava mangiare di tutti gli alberi del giardino? eccetto quello che era nel mezzo... L'intenzione del maligno è molto chiara. Dio ha detto loro di non mangiare di un solo albero. Ma il serpente lascia cadere nel subconscio: se non possono mangiarne di uno è come se non potessero mangiarne di nessuno: sono degli esseri limitati.”

Nota: Adamo ed Eva sapevano bene di essere limitati. La proibizione divina non mette in risalto tanto questa limitatezza dell'uomo che egli già conosceva, quanto il suo dovere di ubbidire al comando di Dio.

Pag. 132 (1° capoverso)

“Il Maligno insinua un sospetto nel nostro cuore: se non puoi mangiare di quell'albero, in fondo non puoi fare niente. Ci ha lasciato questa idea nel subconscio. Ci ha fatto pensare che non siamo liberi, che siamo degli esseri limitati.”

Nota: L'idea della nostra limitatezza non l'ha posta in noi il maligno. È invece è giusto dire che egli ha insinuato in Adamo l'idea che Dio non è amore.

Pag. 133 (1° capoverso)

“Che succede allora? Viene la morte dell'essere. Dal momento che l'uomo è in quanto Dio gli dà l'essere e Dio gli dà l'essere amandolo, perché Dio è amore, se accettiamo che Dio non è amore, se con un sacramento, il peccato, neghiamo non a livello intellettuale, ma profondo, esistenziale, che Dio ci ama, da dove ci verrà l'essere? Con il peccato neghiamo che il sostegno del nostro essere, che la vita, venga Dio. Per quanto è in nostro potere ci separiamo da Dio. Allora la nostra vita cessa di avere senso. Allora penso: chi mi ha creato? Perché la ragione profonda della vita scompare. Io muoio ontologicamente.”

Nota: Anche se certe espressioni vengono accettate in una esposizione apologetica, bisogna ricordare che nel peccato e col peccato l'uomo non nega che Dio è il suo creatore; solo non accetta la dipendenza da lui e l'obbedienza a Lui dovuta. Questo rifiuto non porta alla distruzione ontologica dell'essere, ma fa cessare il senso della nostra vita perché rende impossibile il raggiungimento del fine per cui l'uomo è stato creato.

Pag. 133 (ultimo capoverso)

“Adamo ed Eva siamo noi. Che ci succede peccando? Sperimentiamo la morte ontica la morte dell'essere l'assenza di Dio in noi è per tanto perdiamo il senso della vita.”

Nota: I progenitori peccando hanno sperimentato l'impossibilità di raggiungere il fine a cui erano destinati: Dio. Questo atto negativo nella Chiesa si chiama peccato mortale. Esso è una trasgressione in ordine all'amore vero verso Dio; una disubbidienza, una ribellione contro di Lui (C.C.C. n° 1849). Distrugge la carità nel cuore dell'uomo, lo distoglie da Dio suo ultimo fine e sua beatitudine (C.C.C. n° 1845). La morte fisica, quella che il Signore aveva minacciato, i nostri progenitori la conosceranno più tardi.

Pag. 134 (1° capoverso)

“La morte fisica e la sofferenza non sono nulla paragonate alla morte che si sperimenta con la separazione da Dio nel peccare. Allora si sente il terrore infinito, perdi completamente la tua dimensione. Questo è la morte. Dal momento che l'uomo ha peccato è rimasto radicalmente incapace di vivere: è morto, porta una semente di morte innestata in sé. Questa semente di morte è ciò che di più potente ha, e ciò che governa la sua vita. Quest'uomo faccia ciò che vuole, se ne va al cimitero. Il peccato mette in noi un veleno che ci lascia debilitati. Il peccato vive in noi come una semente di morte.”

Nota: L'uomo fin che vive sulla terra, non potrà mai sperimentare appieno la conseguenza della sua separazione da Dio prodotta dal peccato. Per questo tanti peccatori vivono una vita almeno apparentemente serena, pur continuando a peccare. Solo quando compariranno davanti a Dio diranno: “abbiamo sbagliato”, “siamo stati consumati nella nostra malvagità” (Sap 5,13).

Pag. 134 (3° capoverso)

“Il peccato vive in noi, regna in noi come qualcosa che ci schiavizza e che, senza che lo vogliamo ci porta a peccare”.

Nota: Affermare che per il peccato l'uomo è rimasto radicalmente incapace di vivere perché quello vive in noi schiavizzandoci e portandoci a peccare senza che noi lo vogliamo, è ripetere la dottrina dei luterani condannata dalla Chiesa (Conc. Trid., pag. 400; cfr. Cristianesimo. Corso di Teologia Cattolica, E. Zoffoli, pag. 399).

Pag. 134 (4° capoverso)

“Basta che ci manchi o che ci sia proibita qualcosa perché la vogliamo fare. Perché l'uomo che ha sperimentato la morte ora non vuole morire; ha sperimentato il non essere e vuol essere, ha paura di morire, paura della morte. Non essere, significa non essere amato. Vivere significa essere amato. Allora cerchiamo in tutto di essere amati: col denaro, col prestigio, con una bella donna. L'uomo vuol essere amato, vuol essere stimato, perché questo vuol dire vivere”.

Nota: Anche ammesso che col peccato l'uomo sperimenti la morte “ontologica”, perché si è separato da Dio, per il fatto che egli continua a cercare con tutte le forze ciò che crede essere la vita, pur avvertendo che questa ricerca è inutile, si deve arrivare ad una conclusione: quella di accettare o la soluzione luterana (come sembra fare Kiko), oppure quella insegnata dalla Chiesa: la speranza infinita!

Pag. 134 (5° capoverso)

“Così comprendiamo San Paolo: “Sappiamo infatti che la legge è spirituale mentre io sono di carne, venduto come schiavo del peccato. Io non riesco a capire neppure ciò che faccio; infatti non quello che voglio io faccio, ma quello che detesto. Ora, se faccio quello che non voglio, io riconosco che la legge è buona; quindi non sono più io a farlo, ma il peccato che abita in me. Io so infatti che in me, cioè nella mia carne, non abita il bene; c'è in me il desiderio del bene, ma non la capacità di attuarlo; infatti io non compio il bene che voglio, ma il male che non voglio. Ora, se faccio quello che non voglio, non sono più io a farlo, ma il peccato che abita in me. Io trovo dunque in me questa legge: quando voglio fare il bene, il male è accanto a me... Sono uno sventurato! Chi mi libererà da questo corpo votato alla morte?” (San Paolo parla di “corpo” non in senso ellenistico di corpo e di anima. Il corpo per San Paolo è la carne, e quest'esistenza così com'è, disastrosa, che non ci può saziare, è l'uomo sempre costretto a sperimentare la sua realtà; il suo peccato. E' inutile).”

Nota: Le parole di Paolo (Rm 7,14 e seg.) che concludono la pericope, riflettono una constatazione assai amara dell'Apostolo. Sembra quasi che Paolo riduca al nulla la libertà umana; ma in realtà egli vuole dire che con la Legge soltanto l'uomo non riesce a riscattare se stesso, senza tuttavia negare che qualche opera buona possa farla ugualmente. Altrimenti non si spiegherebbe la colpevolezza precedentemente ricordata sia dei giudei che dei pagani (Rm 1,18; 3,20). Come lo stato di grazia non elimina i possibili ritorni del peccato, così lo stato di Legge, non annulla la possibilità di compiere qualche opera di bene oltre che di desiderarla (v. 18; S. Cipriani, l.c., pag. 442). L'espressione “Corpo di morte” non significa “corpo mortale” (Cornely), ma “corpo schiavo del peccato” e come tale destinato alla morte temporale ed eterna. (J. Vicentini, lett. a Rom pag. 150).

Pag. 135 (1° capoverso)

“Per questo Gesù dice nel Vangelo: Il vostro peccato é che volete vivere e credete che la vita sia assicurata dall'abbondanza dei beni (cfr. Lc 12,15)”.

Nota: Siamo alla consueta alterazione dei testi biblici.

Pag. 135 (4° capoverso)

L'uomo a causa del peccato, è rimasto accerchiato dalla paura della morte e ormai non può passare all'altro, non può amare. La legge dice che ci realizziamo amando. Ma noi siamo accerchiati dalla paura della morte e non possiamo amare nessuno, perché passando all'altro ci scontriamo con la barriera della morte che ci minaccia. L'altro ci distrugge e ci uccide e non possiamo amarlo perché non vogliamo morire...

Dal peccato e dalla paura della morte siamo resi incapaci di fare ciò che sappiamo essere la nostra realizzazione...”

Nota: Si ripete l'errore con il quale si afferma che per effetto del peccato nell'uomo manca la libertà. Se la “legge” scritta nel nostro essere ci dice che ci realizziamo soltanto amando l'altro, come si può affermare che l'amore per l'altro ci distrugge, ci fa morire? Come può portare alla morte un atto che costituisce l'essenza dell'essere vivente? Come può una legge di vita diventare una legge di morte? Sarebbe l’assurdo filosofico e teologico!

Pag. 136 (2° capoverso)

“Questo è ciò che ci fa soffrire: la paura che abbiamo della morte. E per sfuggire la morte cadiamo vittime del maligno, ci facciamo idolatri per cercare la vita...

Non serve a nulla dire alla gente che si deve amare.

Nessuno può amare l'altro. Tu potrai avvicinarti e amare tua moglie e un'altra persona, ma fino a un punto: fino a che non ti distrugga. Ma oltre non puoi andare perché devi difendere la tua vita, perché è la sola cosa che possiedi, perché vuoi vivere, essere... Chi perde la vita per nulla? E' assurdo. E chi ha colpa di questo? Nessuno. Per questo non servono i discorsi. Non serve dire: sacrificatevi, vogliatevi bene, amatevi. E se qualcuno ci prova si convertirà nel più grande fariseo, perché farà tutto per la sua perfezione personale.”

Nota: La conclusione di Kiko è sbagliata, come lo sono le premesse delle pagine 136 e 137. Egli afferma che l'uomo, avendo perso a causa del peccato il suo rapporto esistenziale con Dio, cerca con ogni mezzo di essere amato, perché in questo consiste la vita e fugge da tutto ciò che può distruggerla, sia sul piano fisico come su quello psicologico. Questa è la tragedia che, secondo Kiko, l'uomo sperimenta ogni giorno, per cui non riesce a superare la sua realtà di egoismo per la profonda dicotomia interiore. Per questo - conclude Kiko - l'uomo, senza sua colpa, non potrà mai veramente amare qualcuno.

Ma proprio qui cade l'argomento chiave di Kiko. Se l'uomo, dopo aver continuamente sperimentato l'impossibilità di avere dalle cose l'amore o la vita, perché continua a cercarle pur sapendo che non potrà mai raggiungerle? O è completamente incapace di ragionare e quindi è un irresponsabile; oppure intuisce che una soluzione esiste. Ecco allora la risposta della religione cristiana che ci rivela la verità sull'uomo, ricordandoci che la strada della vera felicità non passa attraverso le cose terrene, come lo stesso paganesimo aveva intuito. Solo il cristianesimo dà all'uomo, con la visione giusta della vita, la possibilità di raggiungere il fine della sua esistenza.

Pag. 138 (1° capoverso)

“Adesso possiamo capire cos'è il moralismo: pretendere che l'uomo con le sue proprie forze, senza Gesù Cristo, vinca il peccato... Non può fare di più perché è profondamente tarato. E' carnale. Non può fare a meno di rubare, di litigare, d'essere geloso, di invidiare, ecc. Non può fare altrimenti e non ne ha colpa. Non Trasformiamoci in fascisti che pensano che ogni uomo è come lui stesso vuole essere.”

Nota: Qui Kiko spiega il significato che dà alla parola “moralismo”. Ma questo concetto può esistere in chi non ha conosciuto il mistero dell'Incarnazione e della Grazia. Il cristiano sa che senza la grazia, meritataci da Gesù, l'uomo non potrà mai fare alcunché di valido per la vita eterna (Gv 15,5).

Quello che dice Kiko non è l’insegnamento né della filosofia né della religione cristiana.

Pag. 138 (2° capoverso)

“Qual è la buona notizia? Gesù Cristo ha spezzato questo cerchio di morte e di peccato che ci schiavizza; ha vinto il Signore della morte affinché possiamo passare la barriera che ci separa dall'altro ed amarlo; la morte è stata vinta nella morte e resurrezione di Gesù Cristo. Ora possiamo amarci in una nuova dimensione.”

Nota: La riconciliazione dell'uomo con Dio è innanzi tutto una realtà interiore che non si attinge coi sensi. Gli effetti che essa produce nell'uomo saranno anche esteriori; ma non bisogna ritenere che si limitino all'amore dei nemici, anche se in questo amore, inteso nel senso più vasto, il cristiano vede un segno dell'avvenuta trasformazione interiore. La redenzione operata da Cristo non solo dà agli uomini la possibilità di amarsi in una nuova dimensione (quella di Cristo, che ci ha amati anche quando eravamo peccatori: quella della croce, dice Kiko): ma in quella di fratelli che amano Dio non più come delle semplici creature, ma come figli veri, perché partecipi della sua stessa natura. La redenzione, perciò, non cambia solo il tipo di rapporto dell'uomo con il suo prossimo, ma anche quello dell'uomo con Dio che egli chiamerà d’ora in poi, come Gesù ci ha insegnato, col nome dolcissimo di “Padre nostro”.

Pag. 139 (1° capoverso)

“Conoscete la canzone del pigiatore? Le parole sono prese da Isaia 63. Parla di uno che avanza vestito di rosso che viene da Edom (Gli Edomiti sono i nemici d'Israele) a cui chiedono: perché avanzi marchiato di rosso?...”

Perché vieni così? E dice: Nel tino sono entrato da solo; del mio popolo nessuno era con me; guardai e non c'era chi mi aiutasse; il giorno della vendetta era arrivato, calpestai i popoli nella mia ira. Sapete che vuol dire ciò. Tutti i nemici del popolo di Dio sono stati calpestati. Sapete chi erano i nemici del popolo d'Israele? Tu ed io... Colui che è stato calpestato è Gesù. Al posto tuo e mio... Abbiamo una grande ignoranza della Scrittura. Per questo abbiamo le nostre idee di un Gesù mieloso, con la barbetta a punta così... (come certe immagini del S. Cuore). Pensiamo che Gesù fosse tutta dolcezza. E non sappiamo che Gesù disse: Canaglie! Razza di vipere! E riferendosi ad Erode dice: Questa volpe... Gesù si arrabbia anche. Ma siccome abbiamo quest'immagine di Dio dei santini, non possiamo capire il Dio della Bibbia che è un Dio potente e fermo.”

Nota: Ritornano qui le idee esposte già a pag. 115. Dopo la spiegazione spirituale di Isaia 63,4-6, Kiko si sente autorizzato a fare dell'ironia sull'immagine del S. Cuore che, in forma popolare, vuole esprimere la dolcezza, la misericordia e l'amore di Gesù. Per confermare le sue parole egli arriva a cambiare anche il senso e le espressioni pronunziate da Gesù stesso.

Kiko non sa distinguere tra rabbia ed ira.

L’ira, come sentimento è un desiderio ardente di respingere e di punire il colpevole (l’aggressore). Può esservi l’ira legittima, come fu in Gesù (cfr, Gv 11; 13,17). E quella illeggitima - che certamente non ci fu in Gesù - in cui secondo Kiko uno arriva fino alla violenza, rabbia.

E questa non è certamente virtù, per cui non c’è stata, né poteva esserci in Gesù.

Pag. 139 (4° capoverso)

“Qual'è la salvezza per l'uomo? che sia distrutta in lui la morte, le barriere che ha nel suo cuore. Questo è stato fatto nella morte e Resurrezione di Gesù Cristo.”

Nota: Sappiamo già in che consiste la salvezza dell'uomo: non solo nell'abbattimento delle barriere che lo dividono dal fratello, ma prima di tutto della barriera del peccato che lo divideva da Dio. Di esatto in questa frase c'è solo l'inciso: “questo è stato fatto nella morte e resurrezione di Cristo”.

Pag. 140 (inizio)

“Gesù Cristo ci risuscita dalla legge perché il Lui essa cioè donata gratuitamente compiuta. Perché mai più la legge sia per noi pietra di inciampo. Adesso la manifestazione di Dio non è una legge sublime che bisogna compiere (e la giustificazione viene dal suo compimento). Ora c'è una nuova teofania: per questo nella Trasfigurazione Gesù appare con Mosè ed Elia. Dio, la sua più grande manifestazione l'ha fatta in Gesù Cristo, che ha resuscitato dai morti e costituito Nostro Signore, nostro Kyrios, è Lui il Signore del Sinai, la verità.”

Nota: Quando Kiko parla di Legge egli, ancorato al Vecchio Testamento, dà l'impressione di non aver capito la differenza tra la legge antica e legge nuova; distinzione chiarissima in S. Paolo (Cfr. Rom cap. 6 e 7). Non è solo l'amore al nemico la novità insegnataci da Gesù. Questa sta nell'aver riportato l'uomo a condividere per i meriti della sua passione, la vita stessa di Dio nel seno della Trinità anche con il corpo che, come quello di Cristo, sarà un giorno risuscitato dalla morte.

Pag. 140 (2° capoverso)

“Perché il salario del peccato è la morte. Egli è stato consegnato per i nostri peccati affinché noi non moriamo. Dio lo ha resuscitato perché ci annunci il nostro perdono. Per questo nel nome di Cristo Gesù si annuncia il perdono dei peccati. San Paolo dice: fu consegnato per i nostri peccati e resuscitato per la nostra giustificazione (cfr. Rm 4,25). Quello che ci giustifica non è la morte, bensì la resurrezione. Se Gesù Cristo non è vivente ora, capace di entrare dentro di te, di amarti nel profondo, di strapparti il serpente dell'odio verso tuo marito che non ti fa parlare con lui e di darti la pace, chi ti dice che i tuoi peccati sono perdonati? Perché te lo dico io? No! Gli Apostoli hanno sperimentato che Dio era Kyrios, Signore, solo quando Cristo è stato vivo in loro. Perché questi - dice San Paolo - Dio l'ha costituito, mediante la resurrezione, Spirito vivificante, che dà vita.”

Nota: Commentando Rom 4,25, Kiko afferma che quello che ci giustifica non è la morte ma la Resurrezione. Ora il senso della frase paolina è diverso. S. Paolo infatti considera la Resurrezione quale naturale complemento della Redenzione. Senza la Resurrezione la stessa Passione di Cristo sarebbe infruttuosa, perché i suoi meriti non potrebbero esserci comunicati; diventato invece per la Resurrezione “spirito vivificante” (1Cor 15,45), egli può effondere con più abbondanza lo Spirito Santo nelle anime dei credenti. In effetti la “giustizia” consiste nella partecipazione alla vita del Cristo risorto e glorificato (Cipriani l.c., pag. 424).

Pag. 140 (3° capoverso)

“Adamo è il primo uomo, paradigma di questo uomo della carne schiavo del potere del peccato, è uomo vivente; Gesù Cristo è il secondo uomo, il primo di una nuova creazione. Egli è Spirito vivificante. Egli può vivere in te e in me, perché l'uomo nuovo è una sola cosa con Dio. Dio ha un tale amore per l'umanità che ci fa suoi figli. Egli può vivere in noi. Quest'uomo nuovo, questa nuova dimensione che l'uomo riceve in Cristo, non si può rappresentare, non si può visibilizzare meglio che in una realtà: LA CHIESA. Perché l'uomo nuovo è comunione di cuori. Se tu sei stato innestato in Cristo, se sei stato resuscitato con Cristo e sei costituito Spirito vivificante, anche tu puoi dare vita agli uomini, perché puoi trasmettere loro lo Spirito, perché puoi annunciare loro la buona notizia della quale sei testimone. Allora tu vivi nel cuore di tutti, perché le preoccupazioni del mondo non sono più preoccupazioni perché tu ami gli uomini come Dio li ama; tu vivi in Cristo e pertanto sei una cosa sola con l'umanità.”

Nota: Gesù è diventato Spirito vivificante perché ci dà la vita nuova della grazia e vive misteriosamente in noi, ma non in senso panteistico. Anche se innestati in Cristo, Lui solo è spirito vivificante. L'uomo non trasmette a nessuno lo Spirito; è soltanto il Padre che lo dà. Per Kiko, invece, specialmente i catechisti del movimento possono dare lo Spirito, la grazia (vedi pag. 141).

Pag. 141 (1° capoverso)

“Questo fratelli, è il cristianesimo. Se un uomo veramente nato da Cristo, ama gli uomini fino a dar la vita per loro”.

Nota: Il cristianesimo non è solo amore per gli uomini, anche se portato fino “alla dimensione della croce”. Se fosse soltanto questo non sarebbe una religione soprannaturale, ma una stupenda filosofia filantropica che in breve lo renderebbe un ideale impossibile. Il Card. Ratzinger scrive: “Circolano dei facili slogans. Secondo uno di questi, ciò che oggi conta sarebbe solo l’ortoprassi cioè il “comportarsi bene”; l’”amare il prossimo”. Sarebbe invece secondaria, se non alienante, la preoccupazione per l’ortodossia e, cioè credere in modo giusto, secondo il vero senso della Scrittura letta all’interno della Tradizione viva della Chiesa. slogan facile perché superficiale. Infatti i contenuti dell’ortoprassi, dell’amore per il prossimo, non cambiano forse radicalmente a seconda del modo di intendere l’ortodossia? Per trarre un esempio attuale dal tema scottante del Terzo mondo e dell’America Latina: qual è la giusta prassi per soccorrere i poveri in modo davvero cristiano e dunque efficace? La scelta di una retta azione non presuppone forse un retto pensiero, non rinvia forse alla ricerca di una ortodossia?” (Card Ratzinger in Messori, Rapporto sulla fede, pagg. 19-20).

Pag. 141 (3° capoverso)

“Che cos'è il Battesimo? E' realizzare il mistero di Pasqua di Gesù attraverso un segno. Il corpo del peccato, che Gesù Cristo ha inchiodato sulla croce, muore. Ma questo non sarebbe sufficiente. Se Gesù Cristo non fosse risorto, che cosa avrebbe dimostrato? Che noi uomini siamo tutti delle canaglie, che nessuno ha compiuto la legge e che abbiamo condannato Gesù chiedendo grazia per un assassino. Con ciò nessuno di noi si sarebbe salvato. Avrebbe dimostrato che il nostro corpo è un corpo di peccato? Per questo San Paolo dice: Se Cristo non fosse risorto, vana sarebbe la nostra fede, resteremmo tutti nei nostri peccati. Ma il Padre ha risuscitato colui che ha voluto farsi peccato (è stato condannato nel nome della legge la quale dice: maledetto colui che pende dal legno). Egli ha preso il nostro posto ed ha permesso che i nostri peccati fossero lì inchiodati. Sono i tuoi peccati ed i miei peccati che ha portato sulla croce e per i quali è morto. I peccati lo hanno condotto alla morte per esprimere così ciò che i peccati fanno di noi. Perché se siamo stati creati ad immagine e somiglianza di Dio, se Lui è morto per i nostri peccati, anche noi siamo morti per i nostri peccati. Egli è l'autore della vita. Egli è il Signore del Sinai. Ma se egli ha occupato il tuo posto ed il mio ed è stato messo nella fossa al nostro posto e il Padre lo ha resuscitato, ha resuscitato anche noi. Perché l'ha resuscitato come pegno, come garanzia che i tuoi peccati sono perdonati. Che abbiano accesso alla vita di Dio, che ora possiamo nascere da Dio.

E allo stesso modo che la parola di Dio disse: sia la luce e la luce fu - dice San Paolo - Dio ci ha dato questa parola, che il kerygma, la quale ha il potere da far sì che sorga una nuova creatura. Per il potere della Parola di Dio...

Nota: S. Paolo (1Cor 15,17) afferma che senza la Resurrezione la morte stessa di Cristo non avrebbe senso alcuno perché non segnerebbe il trionfo totale di Cristo sul peccato, di cui l'ultima conseguenza è proprio la morte, e perché ciò sarebbe un segno che Dio non avrebbe gradito il sacrificio di Cristo. Il che significherebbe che noi saremmo ancora nei nostri peccati (Cipriani, l.c., pag. 222).

Pag. 141 (4° capoverso)

Che noi uomini siamo tutti delle canaglie, che nessuno ha compiuto la legge e che abbiamo condannato Gesù chiedendo grazia per un assassino. Con ciò nessuno di noi si sarebbe salvato. Avrebbe dimostrato che il nostro corpo è un corpo di peccato.”

Nota: La Resurrezione di Cristo dimostra che la sua morte di croce ha un significato salvifico, perché Egli è Dio. Se Cristo, invece, non avesse dato con la sua Resurrezione la prova definitiva della sua divinità, la nostra fede sarebbe vana (Cipriani).

Pag. 142 (1° capoverso)

“Sapete che cos'è la fede? Credere che questo che stiamo dicendo è possibile, che è possibile che voi nasciate veramente da Dio, che tutti i vostri peccati sono perdonati e che avete accesso alla vita eterna, alla natura di Dio. Perché l'annunzio di questa Parola, dicevano i Santi Padri, è lo sperma dello Spirito, perché ha il potere di generare nell'uomo una nuova creatura. In colui che nella predicazione, immediatamente incomincia a crescere una nuova creatura. La fotografia di questa nuova creatura è Cristo. Perché Cristo resuscitato è un'opera che Dio ha fatto per te, perché tu possa essere salvato. Egli è la manifestazione di Dio. Dio ha voluto manifestarci in lui il suo volto.”

Nota: Già sappiamo che l'oggetto della fede soprannaturale è Dio e quanto Egli ci ha rivelato. Per avere perciò una fede vera e completa è necessario che sia annunziato con chiarezza il messaggio di Dio. Tutto ciò esige che l'uomo conosca sia la Rivelazione che l'insegnamento della Chiesa, altrimenti si avrebbe una fede monca che non è più la fede di Cristo, ma di qualcuno che si crede o si presenta come suo autentico interprete.

Pag. 142 (ultimo capoverso) e inizio Pag. 143

“Se credi questo, ora stesso puoi essere battezzato, possiamo dire. ... Credi forse di poter smettere di bere, smettere di essere egoista? Tu non puoi. Proprio perché tu non lo puoi ti è stato inviato Gesù Cristo Risorto, vincitore della morte. Perché se tu lo potessi, a che servirebbe Gesù Cristo? Basterebbe la legge.”

Nota: Oltre che negare la possibilità di compiere atti buoni sul piano naturale, anche dopo il peccato originale, come insegna la Chiesa (Conc. Trid. D. 817, 1035, 1040, 1399) qui Kiko ripete che basterebbe la legge per salvarsi anche senza Cristo, non ricordando più quanto affermato più volte con S. Paolo che la legge del Vecchio Testamento non ha avuto il potere di salvare nessuno! (Gal 3). Come di consueto, prima si nega e poi si afferma; o viceversa!

Pag. 143 (2° capoverso)

“L'uomo dominato dal serpente, dal demonio, dalla morte, dal peccato. Cristo ha vinto tutto ciò. E' Stato costituito da Dio Kirios di tutto (del denaro, del matrimonio, dei figli, del prestigio, della sessualità, ecc.), in lui hai salvezza. Solo in lui c'è salvezza in questo mondo, c'è accesso a Dio, solo in lui puoi essere ricreato veramente, ricuperando l'immagine di Dio in te, divenendo Dio stesso, figlio di Dio, avere la stessa natura di Dio.”

Nota: Attenzione a non farsi trascinare dall'entusiasmo! L'uomo redento e ricreato ricupera l'immagine di Dio, ma non diviene Dio stesso anche se per la grazia è diventato suo figlio adottivo (C.C.C. n° 1996 e 1997).

Pag. 143 (3° capoverso)

“Allora quest'uomo, quando esce dal battesimo, esce con un corpo nuovo, perché come un bambino ha creduto e ha invocato il nome di Gesù. Non è un inganno, è la realtà: ha ricevuto un corpo nuovo...”

Nota: Con il battesimo, sacramento della rigenerazione, (C.C.C. n° 1213) mediante l'acqua e la parola, l'uomo risorge quale nuova creatura (C.C.C. n° 1214; 2Cor 5,17; Gal 6,15), ma non riceve un corpo nuovo. Questo lo riceverà dopo la morte con la resurrezione.

Pag. 143 (5° capoverso)

“Qual'è la buona notizia? Che Gesù Cristo ha spezzato la morte l'ha vinta, ha rotto il cerchio di morte che ci tiene schiavi e ha stabilito una nuova dimensione nell'amore...”

Nota: Ritorna il concetto di “Buona Notizia” che per Kiko è limitata, almeno per quanto indicano le sue espressioni, alla rottura del cerchio della morte e nel dare all'uomo una nuova dimensione nell'amore. Queste frasi non indicano con chiarezza gli effetti della redenzione operata da Cristo.

Questo è psicologismo non fede.

Pag. 144 (2° capoverso)

“La notizia che vi portiamo è questa: che la morte è stata vinta, che noi non moriamo, perché un uomo è stato resuscitato dai morti e quest'uomo viene con noi a darvi la vita eterna.”

Nota: La notizia che il cristianesimo porta gli uomini è quella stessa annunziata dall'angelo a Giuseppe (Mt 1,21-23) e che gli angeli cantarono nella notte di Natale: oggi è nato il Salvatore (Lc 2,11). Mentre essi parlano solo di redenzione e riconciliazione dell'uomo con Dio, Kiko parla di vittoria sulla morte e di risurrezione dei corpi. Metodo pedagogico nuovo o poca chiarezza teologica?

Pag. 147 (2° capoverso)

“Questo amore si offre gratuitamente ad ogni natura. Questo amore si da a voi. E lo vedrete come una realtà tangibile. E' terribile fare della chiesa una religiosità naturale in cui l'uomo si salva per mezzo di pratiche, mentre la chiesa è qualcosa di tanto impressionante, è il tempio di Dio, il Corpo di Gesù Cristo”.

Nota: Peccato che nella conclusione positiva di questa catechesi, ritorni la confusione tra religiosità naturale e cristianesimo che spesso emerge nei discorsi di Kiko.

Nella religiosità naturale non esiste il concetto di salvezza oltre la morte che per il cristiano consiste nella sua partecipazione alla vita stessa di Dio, quando potrà vederlo “così come Egli è” (1Gv 3,2). L'osservanza delle leggi morali naturali iscritte nel cuore dell'uomo lo portano a raggiungere una felicità temporale. Nella religione naturale non esiste né paradiso né inferno come insegna il cristianesimo.

Pag. 148 (1° capoverso; Kiko)

“In questa catechesi bisogna prima di tutto ripetere brevemente la precedente: la situazione di schiavitù dell'uomo, che è accerchiato dal potere del peccato e della morte, e l'annuncio della Buona Notizia.”

Nota: È inutile ripetere le osservazioni già fatte a questa impostazione kikiana dell'uomo accerchiato dal potere e dalla paura della morte. Ne abbiamo parlato nelle note precedenti.

Pag. 149 (centro pagina)

“... L'Apostolo è sempre testimone di ciò che annuncia... io sono testimone, perché la mia vita lo attesta. “.

Nota: Il testimone è: “colui che ha diretta conoscenza del fatto”. Soltanto i 12 apostoli furono i “testimoni diretti” di quanto predicarono (= cioè della Risurrezione di Cristo). La loro vita fu una prova che essi, per primi, credevano a ciò che annunziavano. Tutti “gli apostoli” venuti dopo, ripetono la testimonianza data dai primi, cercando di dare anch'essi la prova che credono a quella testimonianza. La vita dell'apostolo di oggi può testimoniare la verità della sua fede, ma non direttamente la verità della sua testimonianza. C'è, infatti chi crede fanaticamente ad una verità che oggettivamente non è verità, come fanno i testimoni di Geova ed altri...

Pag. 150 (2° capoverso)

“Gesù è il Cristo, l'Unto, Cristo viene da crisma, olio. Tutta la Scrittura dice che coloro che Dio elegge li unge con olio. Come quando nel libro di Samuele il profeta, elegge Saul, gli versa in segreto tutto un fiasco di olio e gli dice: Tu sarai il re.”

Nota: Dalla Sacra Scrittura risulta che con l’olio venivano unti soltanto i sommo sacerdote e il re. Il testo (1Sam 10,1) parla di ampolla di olio, non di fiasco. Al capitolo 16,1 il testo parla di corno, che secondo l’uso di allora, serviva a portare l’olio. A Kiko piace drammatizzare.

Pag. 150 (4° capoverso)

“Questo è il Kerygma: una proclamazione della buona notizia, che questo Gesù Crocifisso, uomo storico, di Nazaret, è il Messia, il Salvatore di tutti gli uomini, Egli è il Signore.

In modo che se qui, oggi, c'è qualcuno che è dominato di qualche potere della natura, dalla nevrosi, dai più grandi problemi, sappia che in Gesù ha la vita eterna, la salvezza. Egli è l'inviato per ogni uomo; la sua morte e resurrezione sono avvenute per tutti gli uomini della terra.

Questo la gente non lo crede. Per questo ha bisogno di vedere “segni”, e i segni sono la Chiesa, che è il Corpo di Gesù Cristo, alla quale è stato dato il potere di trasmettere lo Spirito Santo che era stato promesso in tutta la storia della salvezza. Ezechiele dice: nel gran giorno di Jahvè io vi toglierò il vostro cuore di pietra e vi darò un cuore di carne. Io vi darò il mio Spirito e potrete amarvi gli uni gli altri e vivere nella pace e nella felicità (Ez 11,17).

Nota: Il Kerygma è la proclamazione solenne di un fatto: Cristo, “l'uomo storico” di Nazaret, è il Signore e il Salvatore. Questa proclamazione è successiva all'atto di fede. La storia di Pietro e dei Dodici attesta che essi, sotto l'azione della grazia che in loro è stata efficace, hanno creduto e accettato le conseguenze del fatto storico della Resurrezione, mentre altri, pur avendo visto, non hanno creduto... “Questo la gente non lo crede perché ci vogliono i segni che essa vuol vedere.”. Ogni qual volta, in questo testo si parla di fede, si fa dipendere questa dai segni fisici o morali, come effetto da causa. Ma, come ricordato, la fede è grazia, dono di Dio. Gesù proclamerà “beati quelli che crederanno senza aver veduto” (Mt 11,25; 16,16 ecc.).

Infine, Dio promettendo l'invio dello Spirito non dice che gli uomini “potranno amarsi gli uni gli altri e vivere nella pace”, ma che Esso opererà la restaurazione spirituale e morale del popolo d'Israele.

Pag. 150 (ultimo capoverso) e inizio Pag. 151

(Carmen) “Questo è importante: San Pietro è testimone non perché ha visto coi suoi occhi Gesù Cristo risorto, perché il Kerygma non consiste solamente nella resurrezione di un morto - anche Lazzaro è risorto -. Il Kerygma consiste nel fatto che in questo risorto essi hanno riconosciuto il Messia. Solamente questa è una esperienza di fede. Questo non lo può attestare né la storia né lo stesso avvenimento della resurrezione. Questa è l'esperienza dello Spirito Santo. Per questo è avvenimento oggi, perché non è essere testimoni di quello che accadde duemila anni fa; né è l'aver conosciuto il Cristo secondo la carne. Per questo San Paolo dice che a lui, l'aver conosciuto il Cristo secondo la carne, non importa affatto. L'importante è che questo stesso Spirito testimonia al nostro spirito. Per questo l'opera che Dio ha fatto in Gesù per l'uomo è di poter ricevere questo Spirito che vivifica l'uomo già qui e pertanto lo risuscita e libera dalla morte.

Nota: S. Pietro è testimone di un fatto storico (la Resurrezione di Gesù) che, sotto l'azione dello Spirito Santo, ha fatto nascere negli Apostoli la fede nella divinità di Cristo. Noi riportiamo nel mondo la loro testimonianza, fondata sul fatto storico della Risurrezione e sull'azione dello Spirito Santo che illumina anche noi ad accettare le conseguenze che da essa ne derivano: Cristo è Dio e Signore.

Non mettiamo, perciò, sullo stesso piano la resurrezione di Lazzaro e quella di Gesù!

S. Paolo (2Cor 5,16) non afferma che a Lui non interessa affatto l'aver conosciuto Cristo secondo la carne. Egli sta dicendo che di fronte al sublime amore di Cristo per gli uomini, nessuno deve più giudicare e comportarsi alla maniera umana, portando avanti il privilegio di aver conosciuto Cristo in terra, perché quello che ormai conta è solo questa conoscenza interiore e d'amore di Cristo. Solo in virtù di questa conoscenza spirituale noi veniamo assimilati a Cristo, diventando una nuova creazione (Cipriani, l.c., pag. 292).

Pag. 151 (5° capoverso)

“La Buona Notizia non consiste solo nella risurrezione, bensì che questo Gesù Dio lo ha esaltato ed elevato.”

Nota: La teologia insegna che la resurrezione di Gesù e la sua esaltazione alla destra del Padre sono l'unica realtà dello stesso mistero Pasquale, che noi esprimiamo come se fossero avvenute in due fasi successive.

Pag. 151 (6° capoverso)

“Figuratevi quanto questo è lontano dal perfezionismo, perché questo Spirito, dal quale gli Apostoli sono stati presi, è diffuso su di loro quando la croce li aveva convinti tutti di peccato. Non è affatto uno Spirito di buone opere e di fedeltà al Cristo morto.”

Nota: Gesù stesso ha detto che lo Spirito che Lui invierà sarà uno Spirito di verità che insegnerà al cristiano ad osservare, come Lui ha fatto, i comandamenti del Padre (Cfr. Gv 14,15 e seg.). Si vuole forse insinuare che non sono necessarie le opere, ma basta la sola fede per la salvezza? (Cfr. Gv 2,17).

Il rifiuto di Cristo da parte del popolo ebreo non è la prova dell'intervento di Dio e che Cristo stesso è un'opera di Dio per tutta l'umanità. Prova invece che nonostante le profezie che lo avevano annunziato, Egli non è stato né creduto né accettato.

Pag. 154 (6° capoverso - fine)

“e noi vi annunziamo la buona notizia che la promessa fatta ai padri...”

Nota: S. Paolo (At 13,32) dice che noi ascoltatori siamo figli dei Padri, nei quali si attua la promessa loro fatta da Dio.

Kiko, invece, si serve di questo testo per affermare che noi cristiani siamo diventati figli di Dio. Ma a dimostrazione di questo ci sono tanti altri testi (Cfr. Gv 1,12; Gv 15,52; 2Cor 6,18; Gv 12,36; Rm 8,16-17; Rm 9,26; Gal 3,26; Ef 5,1; Ef 5,8; 1Tes 5,5; 1 Gv 3,1).

Pag. 156 (3° capoverso - fine)

“il quale e' stato messo a morte per i nostri peccati ed e' stato resuscitato per la nostra giustificazione.”

Nota: Nel capitolo quarto della lettera ai Romani, S. Paolo conclude quanto ha detto precedentemente: i cristiani inseriti vitalmente in Cristo e liberati dalla legge del peccato e della morte (che da esso consegue), in virtù della legge dello Spirito della vita (v. 2)(= lo Spirito Santo presente in loro), non possono più soggiacere a condanna (= essere allontanati da Dio). Lo Spirito Santo (= la legge dello Spirito) diventa nel cristiano un principio di operazione, in sostituzione della legge mosaica, che era solo esteriore e quindi incapace a salvare.

Lo Spirito che aveva già dato la vita a Cristo, facendolo passare dalla morte alla vita gloriosa della resurrezione, sarà operante anche nel cristiano diventando per lui Spirito vivificante (= che dà la vita). La legge mosaica a causa della virulenza delle voglie della carne (v. 3) che era incapace di frenare, anzi eccitava (v.7), non poteva liberare gli uomini dal peccato e dalla sua punizione (= la morte). Con l'Incarnazione Dio rende possibile tale liberazione. Nella carne umana del Figlio suo Dio condanna il peccato e la morte (v. 4) proprio per la sua sottomissione sulla croce al piano di Dio. Questa era la missione del Figlio di Dio: egli era venuto per il peccato (v. 3), a distruggere, cioè, il peccato (v. 3) nella propria carne.

Ora, noi cristiani, inseriti in Cristo, e nel suo mistero di morte e resurrezione, abbiamo il potere di vivere secondo lo Spirito. Per questo le prescrizioni della legge, nella sua parte ancora valida, non ci fanno più difficoltà e dobbiamo essere pronti ed i primi ad “adempierle” (v. 4). Quindi la fede non distrugge la legge, ma la conferma. Come Gesù che è venuto a completare - (Mt 5,17) e non a distruggere. Del resto, tutte le prescrizioni della legge si compendiano ormai nell'unico comandamento dell'amore (Rom 13,10; At 22,40) di cui l'esempio più grande ce l'ha dato Gesù con la sua passione e morte (Cipriani: op.c.).

Pag. 157 (4° capoverso)

“Qui San Paolo non parla del corpo e delle sue concupiscenze... Dice che quest'uomo non può piacere a Dio. Quelli che vivono secondo la carne non possono ubbidire a Dio. E' loro impossibile. A quest'uomo non valgono discorsi. Con essi lo si rende ancora più frustrato.”

Nota: La Carmen, come Kiko, sembra non ricordare che Gesù ha abolito la legge mosaica nelle parti caduche e che i cristiani ormai sono sotto la sua nuova legge: quella dello Spirito. Il cristiano non sta perciò sotto il “moralismo”. Egli sa bene che questo non gli serve a nulla, perché la nuova legge, insieme al precetto, gli dà anche la grazia per adempierlo. Tutto questo è frutto del sacrificio di Cristo che ha distrutto il peccato nella propria carne, dando a chi aderisce a lui di vivere non più secondo la carne, ma secondo lo spirito.

Questo sacrificio di Cristo comporta anche prescrizioni della legge, che nella sua parte ancora valida, non fanno più nessuna difficoltà, e perciò i cristiani devono essere i primi ad adempierla. Carmen questo lo omette! Lei insiste sui versetti 5, 6 e 7 continuando ad affermare che quelli che vivono secondo la carne non possono ubbidire a Dio, è loro impossibile (pag. 152). S. Paolo la pensava diversamente dalla Carmen che continua: “se fosse così... bisognerebbe fustigare il corpo”. Paolo parlando di sé dice che mortifica il suo corpo (1Cor 9,27) perché anche in lui le forze della carne che portano alla morte, sono in contrasto insanabile con quelle dello spirito. Per cui quelli che sono nella carne, cioè finché hanno una volontà infrenata dalle sue voglie, non possono piacere a Dio, perché è loro nemico. La Carmen invece ripete la tesi luterana: “quelli che vivono... non possono ubbidire a Dio. È loro impossibile”. Mentre Paolo parla di uno stato di fatto, Carmen parla di negazione della libertà dell'uomo.

Pag. 158 (2° capoverso)

“Guardate che meraviglia: tu hai il corpo morto perché il peccato non ti lascia e non puoi fare opere di vita eterna; fai solo opere di morte.”

Nota: Dopo la citazione di Rom 8,10 Kiko aggiunge il suo commento in cui, ancora una volta, parla di impossibilità a compiere opere di vita eterna. Ripete così quello che ha detto altre volte; quasi che il peccato abbia distrutto (come riteneva Lutero) ogni capacità dell'uomo a compiere qualche opera buona.

Gli autori ascetici definiscono le virtù morali: “le buone abitudini, acquistate con atti frequentemente ripetuti, che agevolano la pratica del bene onesto” (Tanquerey). Quindi altro è la maggiore facilità a compiere l'atto buono, altro l'assenza di ogni difficoltà nel compierlo. Questa, in parte, rimane sempre! Il cristiano, anche se vivificato dallo Spirito non “compirà la virtù senza sforzo”. Anche lui dovrà continuamente mortificare, (= rintuzzare, sopprimere) le voglie della carne che si manifestano nelle opere cattive. Più si mortifica la carne, più trionfa la vita dello Spirito (Cipriani l. c.; Cfr. Mt 26,41; Lc 21,36; Col 4,2).

Pag. 158 (4° capoverso)

“Perciò, chi ha lo Spirito Santo ? Colui che fa opere di vita eterna. Chi non le fa, non ha lo Spirito di Dio”.

Nota: Si deve ricordare che solo il peccato contro la fede ci distacca dallo Spirito Santo e lo allontana. Gli altri peccati lo “mortificano”. Ma lo Spirito Santo rimane, anche se inoperoso, nell'anima del peccatore.

Pag. 158 (ultimo capoverso)

“Vicino a te è la parola, sulla tua bocca e nel tuo cuore: cioè la parola della fede che noi predichiamo. Poiché se confesserai con la bocca che Gesù è il Signore e crederai con il tuo cuore che Dio lo ha risuscitato dai morti, sarai salvo. Con il cuore infatti si crede per ottenere la giustizia e con la bocca si fa la professione di fede per avere la salvezza.”

Nota: Anche qui c'è un esempio di interpretazione della parola di Dio ad uso dei neocatecumenali. San Paolo (Rom 10,8) parla della giustizia che non deriva dalla Legge ma dalla fede. Mentre la prima è difficile e quasi impossibile ad ottenere, la seconda è molto più facile: perché “è vicina a te”: è la parola della fede che l'Apostolo predica. Basta perciò prestar fede alla Parola predicata dagli apostoli. La Carmen interpreta questo passo applicandolo invece ad una salvezza che non è più quella soprannaturale, ma dal bere, dalle donne, ecc., e che verrà certamente se credi, perché “chiunque crede in lui non sarà deluso”. Ma il testo sacro parla di salvezza in senso vero. La fede della Carmen sembra essere diventata il toccasana magico ed immediato di tutti i vizi dell'uomo. Basta credere: non occorrerà più altro!

Nota introduttiva: La Catechesi sul sacramento della riconciliazione, chiamato anche “Confessione” (R. et P. - pag. 98), a motivo dell'accusa dei peccati che in esso viene fatta, a nostro avviso sarebbe dovuta partire dai dati rivelati circa la sua istituzione da parte di Cristo Signore e dal conferimento agli apostoli, trasmissibile ai successori, del potere di rimettere i peccati (Cfr. a D. 894 - 913; D. 379).

Ma di questa verità fondamentale in questa catechesi non si fa alcun cenno. Come non si dice nulla sul Sacerdote, ministro della penitenza (D. 920 - 670 - 753; Mt 18,18; Gv 20,23), che nel Sacramento opera “in persona Christi” (P.O. 2 - 5 - 6 e R. et P. parte III), mentre si mette in risalto, esclusivamente, la presenza della Comunità, come una componente essenziale del sacramento stesso.

Ci si sofferma, inoltre, con una certa ampiezza, sull'evoluzione che questo sacramento ha avuto nel corso dei secoli, e cioè sul modo della celebrazione, che come tutti sanno ha avuto uno sviluppo vario e lungo (C.C.C. n° 1447).

A nostro avviso una trattazione di questo tipo non è assolutamente necessaria, specialmente se ci si rivolge a persone che non hanno, come problema primario, quello di fare una ricerca storica sullo sviluppo della dottrina o della storia del sacramento. Infatti i destinatari di questa catechesi sono i cosiddetti “lontani” che, desiderando avvicinarsi alla fede, hanno bisogno innanzi tutto di conoscerne la bellezza, per utilizzare con gioia e fiducia i mezzi della Grazia che Cristo ha lasciato alla sua Chiesa.

La presentazione della penitenza, come fatta nel testo, sembra raggiungere l'effetto opposto. Più che mettere in evidenza il grande dono fatto dal Signore alla Chiesa, viene presentato l'aspetto della sua celebrazione, che per molti motivi, ha avuto manifestazioni e forme diverse. Forme e modi che oggi, certamente, nessuno accetterebbe. Quello che più dispiace è il modo con il quale sono stati presentati i tentativi fatti nelle diverse epoche, tendenti a rendere più agevole l'accesso dei fedeli a questo sacramento. Così pure le espressioni ricorrenti: “fa ridere”, “è divertentissimo” ecc. suscitano certamente un senso di disgusto e di rifiuto.

Ci dispiace anche il modo con il quale vengono presentati i vari tentativi di molti Concili e, per ultimo, di quello di Trento, che hanno cercato di eliminare i difetti, mettendo fine, con decisioni magisteriali, a quanto doveva essere eliminato o modificato.

L'opera poderosa di quel Concilio è presentata come un ostacolo alla vera riforma ed un impedimento alla comprensione del dato sacramentale.

Si dimentica in tutta l'esposizione che, se la pratica del Sacramento ha avuto varie fasi di sviluppo, la sostanza dello stesso è rimasta sempre valida e immutata nella coscienza della Chiesa (C.C.C. n° 1447 e 1448).

Questa sostanza comporta alcune verità, come:

1) la certezza che per mezzo dell'assoluzione sacramentale, data dai Ministri della Penitenza, ogni peccatore può ricevere il perdono (C.C.C. n° 1461 e 1465);

2) che il Sacramento della Penitenza è stato istituito da Gesù per i fedeli caduti dopo il Battesimo nel peccato (C.C.C. n° 1425, 1426 e 1428);

3) che il Sacramento della Penitenza è la via ordinaria per ottenere il perdono e la remissione dei peccati commessi dopo il Battesimo (C.C.C. n° 1446);

4) che nel Sacramento si esercita una specie di azione giudiziaria di carattere terapeutico o medicinale (C.C.C. n° 1444, 1462, 1463 e 1466);

5) questo implica, da parte del penitente, l'accusa sincera e completa dei peccati, non come fine ascetico, ma perché inerente alla natura stessa del Sacramento (C.C.C. n° 1456 e 1457);

6) che gli atti del penitente (contrizione, confessione dei peccati e soddisfazione) sono indispensabili ciascuno o alla validità o all'integrità, o alla fruttuosità del segno sacramentale. (Cfr. D. 916, 587, 670, 724, 897 e 905; C.J.C. 887; C.C.C. n° 1450 e 1451).

Pag. 161 (1° capoverso)

“Tutto ciò che dirò non è perché lo diciate alla gente, ma perché voi lo abbiate come fondo, come base, e vi possa servire per risolvere i milioni di problemi che vi si possono presentare nel dialogo con la gente.”

Nota: Il capitolo inizia con la consueta raccomandazione a non far conoscere ad altri il contenuto di questa catechesi. A questo proposito scrive il Villa: “questo vivere alla macchia è già un fatto che mi aveva posto, subito sul chi va là, essendo, il “segreto” un evidente aspetto negativo del Movimento che fa pensare, e non senza fondamento, all'esoterismo massonico, basato appunto sul “segreto.” ...Dunque c'è una base, un fondo, che nessun altro, al di fuori degli adepti, (in questo caso, i già “addottrinati”!) deve conoscere.”

Pag. 161 (3° capoverso)

“Vi parlerò del sacramento della penitenza.”.

Nota: Nonostante la promessa qui formulata, in tutto il capitolo non vi è il minimo accenno all'istituzione da parte di Gesù di questo Sacramento, come pure alla dottrina della Chiesa, chiaramente definita in tante decisioni conciliari.

Pag. 162 (4° capoverso)

“Perché capiate ciò che desidero dirvi, dato che voi avete idee più chiare sul sacramento dell'Eucaristia., pensate che c'è stata un'epoca nella quale l'Eucaristia è stata vista quasi esclusivamente dal punto di vista del sacrificio, tant'è vero che abbiamo chiamato l'Eucaristia: il Sacrificio della Messa.

Nota: Si anticipa quanto verrà detto nella catechesi sull'Eucaristia, della quale si nega subito il carattere sacrificale. Soltanto adesso, afferma la Carmen, i cattolici non vedono più la Messa come sacrificio, come avveniva nel passato, ma “come memoriale della passione, morte e resurrezione di Gesù Cristo”. Questa concezione che i protestanti hanno avuto fin dalle origini con Lutero, ci avvicinerà - afferma la Carmen - ad essi, facendo sparire i contrasti che fino a questo momento esistevano con i cattolici. Con questa espressione, mentre si nega il carattere sacrificale della Messa (che è “de fide”), praticamente si nega anche l'indefettibilità della Chiesa alla quale lo Spirito Santo, nonostante le promesse di Gesù, avrebbe fatto mancare la sua assistenza. Di conseguenza l'ecumenismo che sta tanto a cuore alla Chiesa dovrebbe cambiare strada; l'unione delle Chiese si dovrebbe fare non con il ritorno dei protestanti alla Chiesa cattolica, ma con l'accettazione di questa dell'insegnamento di Lutero. Il discorso della Carmen inoltre sembra dire: che non si dovranno meravigliare delle novità che si diranno sull'Eucaristia.

Pag. 162 (4° capoverso)

“Ossia, l'essenziale del sacramento della Penitenza è la conversione. E la parola conversione fa sempre allusione diretta ed esclusiva a peccato.”

Nota: Possiamo chiedere: la conversione è “l'essenziale” nel senso che solo la “conversione” è il Sacramento, o nel senso che essa è una condizione “indispensabile” affinché il Sacramento stesso sia efficace? A Pag. 119 Kiko aveva detto che convertirsi è “uscire dal sonno, entrare nella verità”. Sarebbe bene mettersi d’accordo!

Pag. 162 (ultimo capoverso)

“La pratica della confessione attraversa oggi una crisi assoluta. Perciò desidero dare alcune idee prima di Kerygmatizzare sulla conversione, perché il senso del peccato che ha oggi la società, - passata dall’essere una società individualistica a società aperta al senso comunitario - fa sì che le forme ed i modi con cui oggi spieghiamo questo sacramento della confessione, non rispondono alle necessità attuali.”

Nota: È opinione comune di tutti gli studiosi del problema, che la sua soluzione non sia soltanto quella che Carmen, insieme a tanti altri, propone.

La crisi della Confessione nasce da motivi complessi e vari. Tra questi c'è anche l'influsso di una “certa scienza” (la psicanalisi) che in alcuni suoi orientamenti, ha annidata l'empietà come la chiama S. Paolo, cioè la soppressione della distinzione tra bene e male (P. Cantalamessa l.c. pag. 48), come pure la negazione, ripetuta anche in questo testo, del peccato personale.

Domandiamo infine se il Sacramento della Penitenza per essere valido debba essere adattato alla mentalità dell'uomo moderno o se invece debba essere l'uomo moderno che deve accettarlo così come Gesù l'ha voluto! Sembra che Carmen condivida la prima opinione.

Pag. 163 (3° capoverso)

“Il peccato nella Scrittura, come si vede nelle catechesi, ha sempre un senso esistenziale ed ontico di situazione dell'uomo sulla terra.”

Nota: Nella Scrittura, del peccato non c'è solo il senso “ontico”(?), ma specialmente quello di disubbidienza al comando di Dio.

Pag. 163 (4° capoverso)

“La conversione non è mai uno stringere i denti, uno sforzo dell'uomo. La conversione in tutta la Scrittura appare come un dono di dio, una chiamata di dio, una iniziativa di dio.”

Nota: La fede insegna che l'essenziale di ogni conversione è la chiamata di Dio a cui segue la risposta dell'uomo. Non c'è conversione senza la grazia che previene; ma perché agisca è necessario dare un minimo di consenso. Dio è sempre l'attore principale della conversione. Egli agisce col peccatore attraverso la cause seconde. Ma la conversione non sempre corrisponde al giuoco delle leggi psicologiche; perciò può venire soltanto da un intervento superiore. La Carmen ripete che la conversione “non è mai stringere i denti, non è un sforzo dell'uomo”. Su questo punto abbiamo già espresso il nostro giudizio. Vogliamo ricordare di nuovo che se per conversione, sul piano psicologico, intendiamo il passaggio da uno stato ad un altro nel quale si cambia il giudizio è chiaro che in questa fase colui che si converte passa a detestare quanto fino al quel momento aveva amato o ritenuto giusto. Ciò comporta logicamente un impegno per evitare gli errori del passato, come pure lo sforzo per riparare le conseguenze degli errori precedenti. Ogni conversione, non solo psicologica, ma a maggior ragione religiosa, comporta il rifiuto del passato e l'accettazione di verità e di realtà nuove. Tutto ciò costa fatica, sofferenze interiori ed esteriori talvolta gravissime. Per questo all'invito di Dio è necessario aggiungere l'impegno dell'uomo. Affermare che la conversione non richiede uno sforzo della volontà del soggetto, come spesso qui si ripete, significa non avere l'esperienza di una vera conversione. Anche a Paolo Gesù ricordava che è “duro per te recalcitrare contro il pungolo (At 26,14)”.

Nella Bibbia: il cambiamento di vita è sempre legato anche ad una scelta della volontà umana. Cfr. Mt 19,17: “se vuoi entrare nella vita eterna, osserva i comandamenti” e Mt 19,21: “Se vuoi essere perfetto ...va', vendi quanto hai, dallo ai poveri...”, e Mt 16,24: “se qualcuno vuol venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce...”, e Gv 6,68: “volete andarvene anche voi?...”, e 2Tim 3,12: “Tutti coloro che vogliono vivere in Cristo Gesù, sperimenteranno la persecuzione”.

Pag. 163 (ultimo capoverso)

“ ...la conversione non esiste se non c'è Dio che appare per primo.”

Nota: Nell'opera della salvezza è sempre Dio che agisce per primo; ma la conversione non esiste se a Dio che chiama, ed Egli chiama tutti (1Tim 1,15; 2,4), manca la risposta affermativa dell'uomo. Gesù ha chiamato anche Giuda alla conversione; ma questi ha rifiutato.

Pag. 164 (1° capoverso)

“Chiamare a conversione non è esigere, ma piuttosto dare la possibilità, l'occasione della conversione”.

“Per questo la conversione è un'opera di Dio, non è affatto uno sforzo volontarista dell'uomo. Questo per cominciare.”

Nota: Si ripete che la conversione non consiste nell'esigere un cambiamento di vita, ma nel dire al peccatore: “vedi, Dio è pronto a perdonarti”. Si aggiunge che la Chiesa non deve esigere niente dall’uomo. Se ciò fosse vero ne deriverebbe:

a) che l'uomo, può continuare nella vita e nelle azioni di prima, e nello stesso tempo essere accolto dalla Chiesa ed ammesso ai Sacramenti. (Oggi da molti si vorrebbe che la Chiesa agisse così verso i divorziati risposati, ecc...). L'importante è - dice Carmen - che l'uomo peccatore sappia che Dio gli dà la possibilità di essere perdonato;

b) varrebbe, in questo caso il principio di Lutero: “pecca fortiter et crede firmiter” che la Chiesa ha condannato;

c) a che servirebbe esortare, predicare, presentare la realtà negativa del peccato, se dal peccatore non si esige niente? Basterebbe dirgli: stai tranquillo; tanto Dio è sempre pronto a perdonarti! A questo messaggio si ridurrebbe tutta la catechesi e tutto il cristianesimo!

d) se uno non arriva alla conversione (poiché questa è un'opera di Dio, e non uno sforzo volontarista dell'uomo, come dice Carmen) si potrebbe concludere che colui che rimane peccatore non ha alcuna colpa, perché Dio in lui ancora non ha compiuto la sua opera!

Ma non è vero che Gesù non esige nulla dal peccatore. Così all'adultera dice (Gv 8,11): “va e d'ora in poi non peccare più”. Così al paralitico (Gv 5,14), cfr. Tob 13,8; Giac 4,8; At 3,13; 17,30; Ap 2,5; Gb 31,30; Sal 4,5; Sir 17,20-21,1, 32-12; 1Cor 15,34; 1 Gv 2,1).

Nel Dizionario di Teologia Biblica di Leon Doufour si legge: “Dio chiama gli uomini ad entrare in comunione con Lui. La risposta alla chiamata di Dio esigerà da essi, come prima cosa, una conversione, e poi, lungo tutta la vita, un atteggiamento penitente. ... La Bibbia per indicare la conversione usa termini che talvolta indicano il mutamento della condotta pratica, e talvolta quello del rivolgimento interno. Dai testi biblici appare come questi due aspetti distinti sono strettamente complementari.”

Pag. 164 (2° capoverso)

“Qui si vede che la conversione è un dono enorme di Dio, frutto della resurrezione di Gesù Cristo, con la quale dona all'umanità la possibilità di convertirsi. Per questo la conversione è un'opera di Dio, non è affatto uno sforzo volontarista dell'uomo.”

Nota: La conclusione non è logica: anche se Gesù Cristo con la sua Passione e Morte ha dato all'umanità la possibilità del perdono dei peccati, non ne consegue che la conversione, intesa come abbandono del peccato e ritorno a Dio, non esiga un sforzo dell'uomo, un impegno della sua volontà. “La giustificazione stabilisce la collaborazione tra la grazia di Dio e la libertà dell'uomo” (C.C.C. n° 1993). “La libera iniziativa di Dio richiede la libera risposta dell'uomo” (C.C.C. n° 2002). Questo è l’insegnamento della Chiesa.

Pag. 164 (4° capoverso)

“...la Chiesa primitiva non ebbe la confessione, diciamo che non ebbe la confessione come l'abbiamo noi oggi, però si ebbe l'essenza del sacramento della penitenza che è la conversione, il perdono dei peccati.”

Nota: Qui praticamente si nega l'esistenza del sacramento della Penitenza nei primi secoli della Chiesa; anche se la Carmen cerca di attenuare la sua affermazione con l'inciso “come l'abbiamo oggi”. Ma si fa questione di rito, di forma o di essenza del sacramento? Che cosa interessa al semplice fedele se il rito è cambiato (C.C.C. n° 1447 e 1486), quando l'essenza del sacramento non è mai mancata? Per la Chiesa l'essenza della penitenza non è solo la conversione, ma gli atti del penitente uniti all’intervento della Chiesa che, con l’assoluzione del Sacerdote, manifesta l’intervento di Dio (C.C.C. n° 1448).

Pag. 164 (5° capoverso)

“Quando diciamo: tutti i peccati sono perdonati in Gesù Cristo, diciamo la verità, però teniamo presente che per poter ricevere questo perdono c'è bisogno di essere, prima, in uno spirito di conversione, avere questa illuminazione: che tu sei nel peccato.”

Nota: “Secondo Kiko la metànoia consiste in una illuminazione interiore per la quale l'uomo riconosce il proprio peccato e accetta, cioè crede, di essere stato perdonato da Gesù Cristo. Ma questo è poco. Secondo la fede, Dio oltre ad illuminare la coscienza del peccatore, perché riconosca i propri errori, infonde anche la grazia necessaria perché se ne penta e proponga di emendarsi. Kiko ignora o non accetta questo. Si deve ricordare inoltre che: “Dio ci ha perdonato i peccati solo nel senso che, nel Cristo, ci offre la grazia di poterci ravvedere e riconciliare con Lui”. Perciò è inesatto dire come afferma Kiko a pag. 165 che dobbiamo “accettare” il perdono dei peccati; noi dobbiamo meritarlo disponendoci a riceverlo con la “contrizione” resa possibile dalla grazia di Cristo. Dio chiama alla conversione non solo facendoci riconoscere il peccato, ma ispirandone anche il rimorso col proposito di superarlo con un mutamento sempre più radicale di vita” (E. ZOFFOLI, Magistero del Papa e catechesi di Kiko. Confronto, pag. 31-32).

Pag. 165 (2° capoverso)

“E per accettare questo perdono per prima cosa devi riconoscerti peccatore, cosa difficilissima.”

Nota: Abbiamo già detto che per accettare il perdono di Dio non basta riconoscersi peccatori, ma, col pentimento e col proposito sincero, è necessario uscire dallo stato di peccato. (Lc 15,18: mi alzerò ...e andrò da mio Padre - diceva il prodigo). Questa sì è la cosa difficilissima!!!

Carmen, che poco prima ha detto che la conversione non ha mai un senso volontaristico, qui ammette che l'uomo che si converte “deve” fare un cammino, “deve” cercare ecc. È questi non sono atti della volontà?

Pag. 165 (3° capoverso)

“La conversione non ha mai un senso moralista o volontarista, ma al contrario è essenzialmente un cambiamento di mentalità, un cambiamento di direzione.”

Nota: “Contro la “corrente pelagiana” è di fede che l'iniziativa di tutto il processo di conversione spetta a Dio, che vuol riconciliare a sé l'uomo peccatore; ma contro la “corrente luterana”, è ancora certo che la conversione è necessariamente animata dalla “contrizione” quale dispiacere di aver offeso Dio e proposito di emendarsi, che derivano dalla grazia. Kiko invece attribuisce la conversione soltanto alla fede nel perdono che Dio intende concedere al peccatore, astraendo dalla “contrizione” e dispensando l'uomo dallo sforzo di corregersi reso possibile dalla grazia. In altri termini, Kiko, come Lutero, negando la libertà umana, esagera l'efficacia della grazia fino a travisarne la natura profonda. Dio agisce rispettando la persona umana. Questa è la fede della Chiesa cattolica” (ZOFFOLI, o.c., pag. 33).

Pag. 165 (3° capoverso - fine)

In tutta la scrittura c'è sempre un senso comunitario del peccato.”

Nota: Non è vero che nella Bibbia il peccato ha soltanto una dimensione sociale! Se Carmen avesse letto meglio il Dizionario di Teologia Biblica (Leon Doufour ed. Marietti) che si fa circolare tra gli aderenti al movimento, avrebbe trovato alla voce “peccato” la seguente frase: “coi Profeti il peccato dell'uomo assume una nuova dimensione; non tocca più soltanto colui che pecca, ma tutto il popolo. Indubbiamente il peccato del capo, re, sacerdote, riveste una responsabilità particolare e si comprende come sia nominato di preferenza; ma non esclusivamente”.

La storia dei sacrifici (cfr. Levitico) ci ricorda che molti di essi erano per l'espiazione dei peccati; ed erano diversi a seconda che riguardavano quelli dei re, dei sacerdoti o del semplice popolo.

Pag. 165 (3° capoverso - fine)

“La conversione quindi sarà sempre mettersi di fronte a Dio.”

Nota: Con queste espressioni che sono soltanto parole e frasi senza senso, si fa la catechesi dei neocatecumenali?

Pag. 166 (1° capoverso)

“Perché tirare fuori il peccato è già luce, come dice Gesù Cristo nella catechesi del cieco. Dice ai Farisei: “il vostro peccato consiste nel fatto che dite di vedere, se diceste di essere ciechi non avreste peccato”. Ossia ...”

Nota: Oltre che non essere esatto, il testo citato (Gv 9,41) è commentato in modo personale.

Gesù con le parole riportate da Giovanni, rimprovera duramente i Farisei perché essi non vogliono essere nella luce ed impongono ad altri la loro tenebra come verità. Il loro peccato è questo: rifiutare la luce dello Spirito, la fede in Gesù e nella sua rivelazione. L'uomo chiuso in se stesso (come i Farisei) si nega all'esigenza di Dio che pur insinua il dubbio nel suo cuore, e più Dio richiede da lui, più egli si irrigidisce nel suo atteggiamento di rifiuto!

Pag. 166 (2° capoverso)

“ la legge non viene a salvare ma a condannare, vale a dire, a rendere palese il peccato. Non è attraverso la legge che ci salviamo, perché la legge non ha potere salvifico, e neppure il compimento della legge. La legge viene solo a mostrarci che siamo peccatori.”

Nota: Quando ritorna il discorso sulla Legge, ritorna anche la confusione. Kiko non distingue tra la legge antica che non poteva salvare, e la nuova che col precetto ci porta anche alla possibilità di osservarla e quindi di salvarci (cfr. Rm 7; Gal 3,18; 4-5).

Pag. 166 (4° capoverso)

“Cioè i valori essenziali del sacramento della penitenza sono: la situazione esistenziale di peccato, Dio non è rimasto indifferente ma è intervenuto, prendendo l'iniziativa, e aprendo un cammino di salvezza e di conversione per il popolo.”

Nota: È penoso in una catechesi sul sacramento della Penitenza, ascoltare espressioni come quelle riportate dal testo. Chi legge attentamente questa catechesi si accorge che i N.C. negano il peccato personale che, non essendo un atto libero perché imposto dalla paura della morte, non è neppure imputabile a chi lo commette. L’uomo perciò, essi affermano, non deve pentirsi di nulla, non deve avere il dolore di peccati di cui non è responsabile, non deve fare alcun proposito di emendarsi, non deve confessare nulla. Per questo i N.C., all’inizio, nella confessione dicevano: sono un povero peccatore.

Partendo da questa premessa si capisce come la stessa “Penitenziale” che viene fatta nel Cammino, non è un sacramento che, a determinate condizioni, cancellerà i peccati, ma solo uno stimolo piscologico a fidarsi di Dio.

In questa concezione il cristianesimo non è la religione della Redenzione dell’uomo, e la conversione, come la intende la Chiesa, non ha senso.

Bastano questi accenni a comprendere come nel Cammino N.C. viene distrutta la fede cristiana sin nelle sue basi. Per questo nasce la nostra opposizione al Movimento che riteniamo essere la peggiore eresia che nel corso dei secoli si è sviluppata in seno alla Chiesa!

Pag. 166 (ultimo capoverso e pag. seguente)

“Perché la conversione non è pentirsi del passato, ma mettersi in cammino in avanti, verso il futuro. Per questo la Chiesa primitiva, l'esame di coscienza non lo pone alla fine del giorno, come sarà introdotto dai gesuiti, ma al mattino, all'alzarsi. Perché convertirsi è mettersi di fronte a Dio quando cominci a camminare.”

Nota: Il testo è pieno di frasi contraddittorie. Così si ripete che “la conversione non è pentirsi del passato”; mentre prima (a pag. 165) è stato detto che la conversione è “cambiamento di mentalità”. Come è possibile cambiare giudizio o mentalità, se non ci si pente dello sbaglio commesso?

La frase: “la conversione è mettersi in cammino”, può sembrare bella. Ma che senso ha? Mettersi in cammino soltanto con un pio desiderio, o con una decisione ferma della volontà che si traduce, necessariamente, in atti operativi?

L'argomento dell'esame di coscienza al mattino, è ridicolo!

Con amarezza dobbiamo ripeterci: crediamo che non sia questo il modo di fare una vera catechesi per riportare i lontani alla fede. Qui si dicono parole roboanti senza una base logica, ma soprattutto senza la base teologica, biblica e storica.

Pag. 167 (3° capoverso)

“... la Chiesa primitiva non ha nessuna esplicitazione del sacramento della penitenza che non sia il battesimo.”

Nota: La convinzione che la Chiesa primitiva non prevedesse alcuna forma di riconciliazione per i peccatori dopo il Battesimo, è stata messa in questione da serie e motivate ricerche storiche.

La disciplina introdotta con il Pastore di Erma (metà II sec.) rappresenta, per gli storici, un elemento di mediazione tra la corrente più tradizionalista e l'altra più totalitaria e radicale che c'erano nella Chiesa.

È certo che nella Chiesa primitiva, il cristiano che avesse peccato, dopo il Battesimo, aveva ancora la possibilità di fare penitenza. A questo mirava la catechesi, l'Eucaristia, la preghiera vicendevole, la correzione fraterna e la stessa scomunica. Questo è testimoniato dai Padri delle prime comunità post-apostoliche; legittimata dagli scritti del Nuovo Testamento e dalla prassi della stessa Chiesa apostolica. È certo che questa Chiesa e quella successiva praticavano la riconciliazione dei peccatori, magari dopo un congruo periodo di separazione e di allontanamento dalla vita e dalla preghiera della Comunità. Con Erma, incomincia o si afferma una tendenza più rigorista. Tipico esempio è Tertulliano e Montano con la sua setta. Eusebio di Cesarea dice che tale corrente investì la Chiesa dell'Oriente, ma anche le comunità lontane della Gallia. (Stor. Ecc. IV-V). Ma non per motivi teologici, bensì pastorali. Si aveva paura di incoraggiare il peccato. Ci furono anche i radicali che parlarono di peccati non remissibili dalla Chiesa se non dopo un lungo periodo di penitenza (= esamologesi), ed una volta sola nella vita (cfr. Tertulliano), che si faceva per certi peccati capitali (e non solo tre).

La penitenza canonica (o solenne, o pubblica) fu in vigore fino ai secoli IV - V - VI. Si istituì l'ordo poenitentium (con le categorie). Questa penitenza tra il sec. V e VI è un istituto alla deriva.

La penitenza pubblica, inizialmente era anche per i peccati segreti. Solo nel sec. IX (età carolingia) si stabiliva che essa era solo per i peccati pubblici. Da questo tempo la Chiesa sviluppo' una prassi penitenziale “collaterale” sia per i peccati quotidiani (non gravi), sia per l'espiazione dei peccati gravi, “in attesa di penitenza”.

Ma questi atti di penitenza (martirio, carità, lacrime, il perdono, la penitenza corporale ecc. ecc. - secondo il parere unanime degli storici) non erano un sacramento, ma solo dei sacramentali. Frattanto tutti i rei di peccati gravi erano esclusi dall'Eucaristia, fino al giorno della riconciliazione (Giovedì Santo).

Per i rei di colpe non gravi, si usavano metodi diversi: prima, esclusione totale, poi ammissione a 3 comunioni annuali (Natale, Pasqua e Pentecoste). Probabilmente anche questi la Chiesa li riammetteva alla Comunione, senza aver terminato la penitenza pubblica. In questo periodo la Chiesa separa la penitenza pubblica dalla partecipazione all'Eucaristia. Quella potrà essere rinviata, l'Eucaristia invece può essere ricevuta in ogni momento della vita, purché non sia intervenuta la scomunica o lo stato di penitenza.

Queste sono le principali notizie di una disciplina che pian piano sarà modificata.

Pag. 167 (3° capoverso)

Perché la Chiesa non è una cosa giuridica ma sacramentale.”

Nota: L'espressione è gravissima. Si nega con essa la parte visibile (istituzionale, gerarchica) della Chiesa, per ammettere, secondo la concezione luterana, solo quella invisibile, sacramentale (Si confronti l’insegnamento della Chiesa contenuto nel C.C.C. ai n° 551, 552, 553, 765, 771, 880, 881, 882, 874, 894, 895 e 896).

Pag. 167 (penultimo capoverso - inizio)

“Perché ogni peccato ha, come nell'Antico Testamento, una dimensione sociale, mai individuale.”

Nota: Per Carmen e per i neocatecumenali il peccato ha solo una dimensione sociale, mai individuale! Purtroppo l'affermazione è ripetuta più volte! Non la pensa così né la Chiesa in tutta la sua catechesi, né il Papa Giovanni Paolo II che nella “Reconciliatio et Poenitentia” (2 Dicembre 1984), parla di peccato sociale solo in senso analogico (C.C.C. n° 1869; cfr. risposta data per la pag. 165 - 3° capoverso).

Pag. 167 (penultimo capoverso - fine)

“Allora come segno di questo peccato c'è l'esclusione dalla comunità.”

Nota: A parte le imprecisioni di linguaggio, chiediamo: “chi escludeva dalla comunità”: Il Vescovo (capo e guida della Chiesa) o la sola comunità dei credenti? Carmen, per la sua tesi, propende a questa seconda interpretazione, mentre è chiaro che l'allontanamento dell'incestuoso dalla Chiesa di Corinto non fu deciso dalla comunità, ma da Paolo (1Cor 5,5), adottando una strategia probabilmente ispirata direttamente da Gesù (cfr. Mt 18,15-18; Cavedo: op. citata pagg. 53-59; “J. Ramos-Regidor: il Sacramento della Penitenza ed. L.D.C. 1979 - pag. 118 - 141).

Pag. 168 (1°, 4°, 6° capoverso)

“E poiché l'importante non è l'assoluzione ma che l'uomo abbia una vera conversione interiore, questo periodo sarà lungo, durerà fino a che egli sia preparato a ricevere il perdono.” ... “Perché è fondamentale, in questa esclusione che si fa del penitente, la partecipazione comunitaria della Chiesa.” ... “Cioè, il valore essenziale, di questo tempo, del sacramento della penitenza, è quello comunitario ed ecclesiale,...” ... “Come segno del fatto che erano perdonati, venivano riammessi nella comunità.”

Nota: La Chiesa ha sempre considerato essenziale per la remissione dei peccati l'assoluzione del sacerdote, anche se questa veniva data dopo un lungo periodo penitenziale. La frase: “È fondamentale la partecipazione della comunità...”, riflette la concezione errata di alcuni moderni teologi. Nella riforma del sacramento, la partecipazione della comunità fa parte del rito e non dell'essenza del sacramento. Anche la riammissione nella comunità fatta dal Vescovo il Giovedì Santo, con la riammissione all'Eucaristia comportava un'assoluzione dei peccati, non impartita certamente dalla comunità, che assistendo prendeva atto della penitenza compiuta. Lo stesso avviene nelle attuali celebrazioni comunitarie della Penitenza (C.C.C. n° 1482).

Pag. 168 (7° capoverso)

“Già nel III secolo iniziano le controversie penitenziali con l'apparizione delle apostasìe. Ora ci troviamo con una istituzione penitenziale, che tuttavia ancora non si chiama sacramento né nulla di simile.”

Nota: Premettiamo che sembra essere stata l’autorità di Tertulliano (II-III sec.) a far prevalere e diventare di uso comune la parola “sacramento”, per indicare quelle azioni che costituivano in senso proprio i sacramenti istituiti dal Signore, e distinguerli, così, dalle altre celebrazioni liturgiche. Dopo questo, domandiamo: ma nel III secolo questa istituzione penitenziale, comprendeva quello che oggi chiamiamo “Sacramento della Penitenza”? Si fa questione di nome o di sostanza? Se il Sacramento della Penitenza fosse nato nel secolo terzo, non sarebbe più di istituzione divina.

Gli storici affermano che nella Chiesa antica si ebbero due tribunali di penitenza, uno segreto, il sacramento della penitenza (cfr. At 19,18; Ireneo adv. Haer; Tertulliano - Cipriano - Origene) e l'altro pubblico, esercitato dal collegio del clero sotto la presidenza del Vescovo (1Tim 5,19).

Nel primo si dovevano confessare tutti i peccati gravi, anche di pensiero (Origene - Cipriano) e veniva imposta una penitenza segreta: al tribunale pubblico invece spettavano i tre peccati canonici (= idolatria o apostasia, omicidio, adulterio) purché pubblicamente noti.

Il Tribunale pubblico infliggeva la scomunica e la penitenza pubblica. Solo dopo averla adempiuta, (dai 3 ai 15 anni) il peccatore, con una solenne cerimonia, veniva “riconciliato” con la cristianità e riammesso alla Comunione, dal Vescovo o dal suo rappresentante, sentito il parere della comunità.

Pag. 169 (3° capoverso)

“Durante la tappa penitenziale, che era lunga, c'era grande sollecitudine per i penitenti. Non erano esclusi del tutto dalla comunità. “

Nota: Mentre si descrivono qui alcune fasi di questa penitenza pubblica, la Carmen sembra insistere, nella sua esposizione, sul valore e necessità di questa partecipazione della Comunità, poiché (in seguito l'affermerà più volte) è nella partecipazione della comunità stessa che consiste il sacramento. Ma quei gesti, secondo gli storici non avevano valore sacramentale, cioè non erano un sacramento ma solo dei sacramentali! (cfr. Celebrare la Penitenza - pag. 75).

Pag. 170 (2° capoverso)

“... un prete domanda al suo vescovo se si può concedere la penitenza ad un tale che sta per morire, ossia entrare nell'ordine dei penitenti, ed il vescovo gli risponde: no, per favore dategli il viatico.”

Nota: Poiché entrare nell'ordine dei penitenti significava essere esclusi per anni dalla Comunione, il Vescovo (avendo la Chiesa in quel periodo già nettamente separato la riconciliazione dalla partecipazione all'Eucaristia) giustamente permette che quel moribondo riceva l'Eucaristia, come prescrivevano i Concili del tempo. Con quella richiesta egli infatti aveva già fatto la penitenza in voto. La dispensa dalla penitenza pubblica, a cui seguiva il conferimento del Viatico, non era, forse, solo un gesto sacramentale, ma un vero sacramento. (l.c. “Celebrare la penitenza”: pag. 76).

Pag. 171 (4° capoverso)

è divertentissimo vedere le liste delle espiazioni.”

Nota: “È divertentissimo”: Così si esprime Carmen parlando della “penitenza tariffata”!!!. Essa non ha capito il senso della parola “tariffa” che deve averle suscitato l'idea “di traffico, di servizio, di pedaggio a pagamento, a scopo di lucro”. Ma fermarsi a tali grottesche rappresentazioni è negarsi alla comprensione della realtà, storica e teologica. Infatti, la confessione tariffata ebbe un travolgente successo e ciò prova un ben diverso peso specifico. La tariffa non era una tassa da pagare, ma l'entità della pena da scontare per espiare la colpa ed essere reintegrato nella Comunione con Dio e con la Chiesa. La “tariffa” era fondata su una idea teologica ben precisa e indiscutibile per quel tempo! “Solo la penitenza espia il peccato”. La novità di questa forma di penitenza stava nel fatto che l'espiazione avveniva privatamente e ogni volta che uno ne avesse bisogno”. Da qui il suo successo (cfr. “celebrare la penitenza” - pag. 83).

Da notare infine che questa “penitenza tariffata” era preceduta da una confessione fatta ai sacerdoti che, udita la confessione, imponevano ai penitenti una penitenza (C. 8 Conc. di Chalon-sur-Saône, a. 647-653). La riconciliazione (= l'assoluzione) veniva data subito dopo la confessione, prima di compiere le opere dell'espiazione penitenziale (cfr. l.c. pag. 115-116).

Da pag. 172 a Pag. 175

Nota: Da questo punto fino a pag. 175 faremo risaltare, con un'unica nota, quando ci sembra di particolare importanza. Nel corso della nota riporteremo la pagina a cui ci riferiamo.

Desideriamo far notare che in questo lungo travaglio, nello sviluppo del Sacramento della Confessione, durato per secoli, e a cui si riferisce il testo, Carmen sembra non vedere l'azione dello Spirito Santo che, attraverso una Penitenza rinnovata, intendeva offrire a tutti i peccatori, la possibilità, più che nel passato, di ritornare quanto prima nello stato di grazia e di attingere, così, al centro e fulcro della vita cristiana: l'Eucaristia.

Ci sembra di notare, qua e là, nella ricostruzione di quanto è avvenuto in questo lungo periodo, una particolare tendenza a mettere in rilievo solo certi aspetti e presentarli come negativi. Così si dice:

1) “ora non si confessano solo i peccati mortali, ma qualsiasi stupidaggine” (pag. 172);

2) “Pensate che già si è perso il valore del presidente che in nome dell'assemblea esclude ed accoglie i penitenti” (ivi);

3) “Si è perso il senso del perdono del peccato in una assemblea liturgica ... e si è passati ad una pratica in cui quasi è il peccatore che perdona se stesso” (ivi);

4) “Non c'è più l'intervento della Chiesa che dà il perdono in nome di Gesù Cristo” (ivi).

Nonostante le affermazioni qui contenute, era sempre e solo il Vescovo il ministro della riconciliazione pubblica. Tutti i testi sono concordi su questo punto. (cfr. Celebrare la Penitenza - pag. 79).

I Sacerdoti o monaci che davano l'assoluzione non la impartivano certo a loro nome. Ma, continua Carmen, i tentativi di riforma vanno a vuoto perché “si sono perse di vista le fonti del Catecumenato e del Giudaismo (1° capoverso di pag. 173). Cosa centri qui il giudaismo, non si capisce! C'era forse nel Giudaismo una confessione dei peccati? La confessione frequente, introdotta dai francescani e dai domenicani (2° capoverso di pag. 173), è considerata come una devozione, contraria alla Chiesa primitiva e sembra essere un male! Lo stesso giudizio si esprime per la penitenza imposta dai Vescovi e che aveva un senso esclusivamente esteriore (4° capoverso di pag. 173).

Se queste affermazioni fossero vere viene da chiedersi se in quel tempo c'era qualcuno che desiderava veramente convertirsi dai suoi peccati o c'era solo esteriorità? Tutto questo - continua Carmen - ha portato alle confessioni private (pag. 173) “al fine di raggiungere la santificazione personale, cosa che giungerà fino ai nostri giorni”.

Poiché questo ultimo scopo sembra essere, per la Carmen, una deviazione dall'insegnamento comune della Chiesa ci permettiamo domandare: “ma i cristiani, non sono chiamati tutti alla santità? Ed i sacramenti non sono stati offerti da Cristo come mezzi per raggiungere questo fine? (cfr. C.C.C. n° n ° 1464 ss; n° 1468 ss).

Continua la Carmen:

“la confessione si trasforma in qualcosa di privato, tanto che la Comunità non si vede da nessuna parte” (pag. 174).

Ma ogni Sacramento, e quindi anche la Confessione, è dato per la crescita del Corpo Mistico, che è la Chiesa, e di cui ogni cristiano è un membro vivo. Se crescono le membra, cresce il Corpo!

Secondo Carmen, una confessione privata non ha alcun valore, perché non è presente la comunità! Questo non è il pensiero di Cristo che la Chiesa ha trasmesso in tutto il suo insegnamento.

Per Carmen la distinzione tra attrizione e contrizione (pag. 174) fa quasi ridere perché soltanto giuridica. Anche il Concilio di Trento, che segna una tappa importantissima nella storia della Chiesa, non è per Carmen un progresso ma un blocco totale del cammino della Chiesa che si estende dal sec. XVI al XX! (pag. 174).

Dopo queste premesse non c'è da meravigliarsi se la Confessione, “vista come un mezzo di santificazione personale”, fa ridere l'autrice del testo che, però, bontà sua, esorta i suoi ascoltatori a non fare altrettanto! Lutero, a suo giudizio, in molti punti aveva ragione! (pag. 174).

A Trento - continua Carmen - “si è perso il valore del segno del Sacramento della penitenza, per insistere invece sul suo valore essenziale” (pag. 175). E questo danno, originato dal Concilio di Trento, non si è limitato alla Confessione, ma ha abbracciato anche la Comunione, perché d'allora non si usa più il pane, ma un'ostia che sembra carta. Danno grave perché, si afferma: “il valore sacramentale del segno è quello che ti fa capace di ricevere il perdono!” (pag. 175).

Carmen sembra non conoscere le definizioni del Concilio di Trento (D 919): per cui sono gli atti del penitente (accusa, contrizione e soddisfazione) che uniti all'assoluzione che producono la remissione dei peccati. I segni non c'entrano affatto.

Per Carmen, la capacità di ricevere il perdono dipende invece dal segno!

“Per questo anche noi abbiamo vissuto così la Confessione, ... con un senso magico in cui col perdono dei peccati, ritorniamo tranquilli” (pag. 175): “è giunta fino a noi una visione legalista del peccato, per cui non importa tanto l'atteggiamento interiore, quanto il confessare esternamente e dettagliatamente tutti i peccati di ogni tipo. ... La Chiesa non compare da nessuna parte ed è un uomo che ti perdona i peccati” (pag. 175).

Da tutta questa pagina traspare l'intenzione che si vuole inculcare negli ascoltatori: cioè che le decisioni del Concilio di Trento sono sbagliate. Ciò comporta la negazione del Magistero della Chiesa e della sua indefettibilità e infallibilità nel definire dottrine di fede e di morale.

Carmen (pag. 175) dimentica che la Chiesa ha sempre insegnato che nella penitenza è indispensabile la presenza del confessore, per cui è invalida una confessione priva del pentimento e del proposito sincero (cfr. C.C.C. n° 1451 ss).

Anche l'avverbio “dettagliatamente” relativo alla confessione dei peccati, sembra voler suggerire:

1) la condanna di un'accusa “accurata e dettagliata”;

2) il rifiuto della medesima, come atto integrante della confessione, (de fide per quanto riguarda il numero, la specie e le circostanze che mutano la specie dei peccati gravi: Concilio di Trento D. 899, 917 e 1111; C.C.C. n° 1456,1457 e 1458).

I sacerdoti che ascoltano le Confessioni, come i penitenti che vi si accostano, sanno che non è necessario “fermarsi ai dettagli” di ciò che non è essenziale. La Chiesa non ha mai approvato gli abusi.

Grazie a Dio moltissime anime nel Sacramento della Confessione hanno trovato Sacerdoti che le hanno guidate con sapienza e paternamente condotte fino all'eroismo della Santità.

Per i casi negativi non resta che dire: Kyrie eléison - Signore, pietà! È, infine, a dir poco irriverente affermare che in quel periodo, da nessuna parte compare la Chiesa e che “è un uomo che ti perdona i peccati” (pag. 175).

Pag. 176 (3° capoverso)

“Molti credono anche, con un senso comunitario “cursillista”, che il valore della rinnovazione stia nel dire pubblicamente i peccati, nell'avere il coraggio di dire di fronte ai fratelli: sono un adultero ed un fornicatore... Neppure ciò è giusto: ...”

Nota: La critica sottile qui rivolta ai “Cursillos de Cristianidad”, da cui il “Cammino” ha ricopiato - peggiorandole - molte cose, non ci sembra né giusta, né rispettosa della pluralità delle esperienze. Condividiamo invece il giudizio negativo qui espresso, che cioè il valore della rinnovazione della penitenza consista nel dire pubblicamente i peccati, ecc. Ci sia permesso, tuttavia, domandare: perché i neocatecumenali nelle loro comunità fanno quanto qui è condannato dal loro fondatore?

Risulta infatti che durante certi “passaggi”, previsti nel loro “Cammino”, i neocatecumenali, pubblicamente, di fronte a tutto il gruppo o a tutti i fedeli, confessano le loro mancanze. Si odono allora cose che fanno rabbrividire:

“Io ero un donnaiolo ... Avevo le amanti ... Ho usato la spirale ... Ho abortito...Ho tradito per anni mio marito o mia moglie ... Ho avuto rapporti pre-matrimoniali ... Non vado d'accordo con la moglie o con il marito ... Sono disonesto negli affari ...”

E mentre il fiume di miserie viene rivelato, la moglie guarda al marito che la tradiva, scoprendo così quello che mai avrebbe immaginato. Per il marito avviene lo stesso nei confronti della sposa. I genitori apprendono sgomenti che la loro figlia ritenuta innocente, invece si prostituiva ... o si divertiva ... I fedeli sentono sacerdoti (confessori ed educatori dei loro figli) che si accusano di atti di omosessualità o di pederastia. I figli che assistono aspettano timorosi che anche i loro genitori confessino gli stessi peccati.

Ed in questa sequela di miserie, in mezzo a questo sconquasso morale e psicologico, i catechisti sono lì a mescolare serenamente la melma, strappando dalla bocca dei malcapitati quello che ancora non hanno osato dire; imponendo penitenze che aggravano il male compiuto.

Conclusione di tutto questo è: la divisione tra le famiglie, il sospetto, la sfiducia, l'annientamento della persona che diventa un verme anche davanti a quelli che fino a quel momento l'avevano stimata e seguita.

In questo ambiente, che è quello di un plagio completo da cui quasi nessuno si sottrae, come fiori splendenti di virtù rimangono i soli catechisti ai quali si può applicare sovente quanto diceva Gesù: “Guai a voi sepolcri imbiancati” (Mt 23,27).

Pag. 177 (1° capoverso)

“uno si sente perdonato nel profondo quando si sente in comunione con i fratelli. Per questo è importante l'abbraccio della pace.”

Nota: Sembra un po' strana l'affermazione che solo il sentirsi in comunione con i fratelli attraverso l'abbraccio di pace, dia al penitente la certezza di sentirsi perdonato. Allora che vale una confessione privata dove manca questo abbraccio? Conta più questo che le parole dell'assoluzione pronunciate dal Sacerdote?

Si sta facendo teologia o psicologia?

Per l'importanza data all'abbraccio di pace, non c'è cerimonia, tra i neocatecumenali che non contempli un po' di “sceneggiata”. Infatti basta assistere ad una Eucaristia o ad una Penitenziale dei neocatecumenali per ricevere centinaia di baci e di abbracci. Il rito sacramentale si trasforma in una terapia di gruppo.

Pag. 177 (2° capoverso)

“La Chiesa vuole fare celebrazioni penitenziali nelle quali la Parola sia proclamata e diretta all'uomo. Perché quelle confessioni di direzione spirituale, di piccoli consigli che noi facevamo, sono sorte quando è sparita la Parola di Dio che guida l'uomo.”

Nota: Non mettiamo in discussione le celebrazioni penitenziali che anche il nuovo ordo prevede. Però non è giusto affermare che “le confessioni di direzione spirituale, di piccoli consigli, sono sorte quando è sparita la Parola di Dio”, e che, perciò, sono prive di Parola di Dio, e piene soltanto di parole dell'uomo! Molte anime, in un Santo confessore, sentono l'eco della Parola di Dio che egli incarna nella sua vita e trasmette con la sua voce! Vedi Curato d'Ars, Padre Pio, il Cafasso, Don Bosco, ecc.

Pag. 177 (3° capoverso)

“Quello che noi facciamo è recuperare a poco a poco questi valori del sacramento della penitenza, facendo però ancora la confessione privata che è tutt'ora in uso.”

Nota: È la Chiesa, e non i singoli movimenti, che ha l'autorità di stabilire lo svolgimento del rito sacramentale (C.C.C. n° 1204 ss). Ma i N.C. non si sentono obbligati ad osservare queste norme. Ne hanno fatte delle nuove, da osservarsi da quanti partecipano alle loro celebrazioni. I N.C. sembrano in attesa (“facendo ancora...”)! Sperano forse in qualche altro cambiamento?

Pag. 177 (4° capoverso)

Alla gente non dite nulla di queste cose, semplicemente rivalorizzate il valore comunitario del peccato, l'indole sociale, il potere della Chiesa e tutte queste cose.”

Nota: Perché si inculca anche qui l'osservanza di un silenzio che sa di segreto, se ciò che essi insegnano è giusto e buono?

Pag. 177 (5° capoverso)

“Nell'evoluzione di questo sacramento, come in quella di tutti, si vede come i sacramenti sono sempre stati qualche cosa di vivo che mai è rimasto statico. L'essenza rimane ma le espressioni esterne variano”

Nota: Quanto precedentemente è stato presentato come una degenerazione della Confessione, frutto della dimenticanza delle fonti, della Parola di Dio, adesso si dice che è buono! Questo dire e disdire induce gli ascoltatori a non accettare più una Chiesa che per secoli ha continuamente cambiato il suo insegnamento.

Pag. 177 (6° capoverso)

per questo la vera rinnovazione del sacramento della penitenza verrà con la scoperta del catecumenato e la rivalorizzazione del battesimo.”

Nota: Per Carmen il Movimento neocatecumenale è il rimedio unico e valido per ovviare alla crisi della Confessione e di tanti mali della Chiesa. Da qui la sua indispensabile presenza in tutte le parrocchie del mondo.

Nota generale

Prima di esaminare le pagine seguenti (181, 182 e 183), premettiamo alcune osservazioni. Parlando del peccato, Kiko afferma che esso è un fatto sociale, e quindi un danno, perché non edifica o distrugge la Comunità “come ci insegna anche la psicologia del profondo”.

Perciò non esiste peccato personale, individuale. Il peccato nella Chiesa, come nell'Antico Testamento, ha una dimensione sociale.

E alla domanda: se il peccato offende Dio, egli risponde: il peccato “offende Dio, nel senso che rompe il piano di Dio che è l'amore”. “Il peccato è sempre una lesione all'amore. Allora quando pecchi offendi Dio nel senso che rompi il piano di Dio ed allora quello che succede è che rechi danno a te stesso e agli altri”.

“Pertanto è impossibile offendere Dio senza offendere gli altri e se stessi” (pag. 182).

Lo stesso ripete a pag. 183: “Il peccato è un male per chi lo commette, perché fa entrare nella morte”.

“Il peccato rompe il piano di salvezza che Dio ha per il mondo, che è la Chiesa”.

Da queste espressioni risulta chiaramente che per Kiko il peccato, oltre a non avere un carattere personale, non contiene una offesa oggettiva di Dio. Esso è male soltanto perché provoca un danno all'uomo (“lo fa entrare nella morte”, “va contro le tendenze riconosciute dalla psicologia del profondo”!), o perché annulla il piano di Dio.

Ma se il peccato è soltanto una lesione dell'amore di Dio per noi, che necessità c'era dell'Incarnazione, Passione e Morte del Figlio di Dio per ottenere la salvezza dell'uomo? Perché la Chiesa, i Sacramenti ecc.?

Non sarebbe bastato che l'uomo, il quale aveva rifiutato l'amore di Dio, riconoscesse questo amore, e così riparato il suo atto di ribellione, ritornasse a rendere valido quel piano di Dio a cui si era ribellato?

Se tutta la Rivelazione ci parla della necessità della Passione e Morte di Cristo come mezzo di espiazione del peccato, la ragione profonda è che esso contiene “oggettivamente” una malizia infinita, che l'uomo non può mai riparare con le sole forze umane.

Né vale appoggiarsi al mistero della trascendenza di Dio, che i fautori di questa teoria, portano a sostegno della loro tesi. Anche se l'uomo non potrà mai superare la barriera della trascendenza divina, soggettivamente col peccato egli tenta di superarla e sostituirsi, così, a Dio creatore! È questo atto che provoca in lui la morte e gli altri mali (personali e sociali) conseguenti alla separazione da Dio. Quello che il peccato per la sua essenza di negazione di Dio non ha potuto compiere direttamente nei suoi confronti, lo ha fatto nei confronti del Figlio di Dio incarnato, uccidendolo sulla croce nella sua natura umana! È in questa intrinseca malignità che sta tutta la gravità del peccato.

Non si può fare una catechesi biblica che ci aiuti a capire la malizia enorme del peccato, se non guardando a tutta la Rivelazione e specialmente al mistero della morte di Gesù sulla croce! Questa morte (come ci insegna la Parola di Dio) è frutto di una realtà negativa “oggettiva” (offesa di Dio), che si aggiunge a quella soggettiva che colpisce l'uomo che commette volontariamente un peccato!

Pag. 182 (2° capoverso)

“Prima domanda: Si può offendere Dio senza offendere allo stesso tempo il prossimo e se stessi? ... La domanda è posta così perché noi abbiamo del peccato una concezione verticale, individualista: di essere noi ad offendere in modo particolare Dio, come se il peccato fosse un'offesa a Dio nel senso di poter rubare a Dio la sua gloria.”

Nota: Sembra che Kiko non comprenda appieno il senso del verbo “offendere” e della parola “offesa”. Offende non solo chi toglie al prossimo l'onore, ma anche chi tenta, seppure inutilmente, di farlo. Nella Bibbia si parla spesso del peccato come offesa di Dio (Ne 9,26; Gb 1,5; Salm 119,11; Prov 14,21;17,5; Bar 1,13; Ez 20,27; Rm 2,23). La spiegazione di Kiko è infantile come certe spiegazioni date ai bambini. Con questi, è noto, si deve usare un linguaggio adatto alla loro età, specie parlando di argomenti spirituali. Anche San Paolo (1Cor 13,11) afferma che quando era bambino usava un linguaggio proporzionato alla sua età. “Il cristiano che segue l'insegnamento della Chiesa sa che l'uomo non può rubare a Dio la sua gloria, non può recare danno a Dio. L'uomo col peccato, offende Dio perché gli nega quanto Gli è dovuto: il riconoscimento del Suo sovrano dominio, la sua dignità di valore assoluto, di fine ultimo e legge suprema. L'uomo, peccando, rifiuta Dio, per cui, se dipendesse da lui, lo sopprimerebbe. Anche il Concilio (L.G. 11) parla delle offese fatte a Dio col peccato. Giovanni Paolo II (R. et P. 18) afferma: “È vano sperare che prenda consistenza un senso del peccato nei confronti dell'uomo e dei valori umani, se manca il senso dell'offesa commessa contro Dio, cioè il vero senso del peccato”. Dio è sempre il principale offeso dal peccato” (P. Zoffoli: Eresie pagg. 15-16-31).

Pag. 182 (ultimo capoverso)

La gente pensa che il peccato è qualche cosa di buono che ci è proibito... La gente crede che il peccato sia una cosa buona, che a te piace, ma che non ti lasciano fare perché offende Dio... Così pensa la gente...”

Nota: Non è vero che la gente ritiene essere il peccato qualcosa di buono che diventa male soltanto perché è proibito. Il peccato è proibito perché è male. Questo ce lo dice la stessa legge naturale. Tuttavia, oggi, perso il senso del peccato, niente più è male.

Pag. 183 (4° capoverso)

“Il peccato rompe il piano di salvezza che Dio ha per il mondo, che è la Chiesa. In questo senso il cristiano che pecca, pecca sempre contro la Chiesa; ma non nel senso ontologico dei vasi comunicanti, come molti dicono, che il male si estende a tutto il mondo, bensì nel senso sacramentale.”

Nota: La Chiesa non è il piano concepito da Dio per la salvezza dell'uomo; essa è il “Sacramento” con il quale Dio attua il suo piano salvifico che riguarda ogni uomo! S. Paolo lo descrive nella lettera agli Efesini (1,1 ss.). Il peccato rompe questo piano! La dottrina del corpo mistico ci aiuta a comprendere come si estendono (C.C.C. n° 1469) alla Chiesa le conseguenze negative del peccato personale.

Pag. 183: (5° capoverso)

Seconda domanda: In quali atti della tua vita quotidiana manifesti maggiormente il tuo individualismo?”

Nota: Con la domanda si insinua negli ascoltatori quel senso del peccato che nel movimento N.C. deve caratterizzare la vita del partecipante. Il soggetto deve sentirsi a tutti i costi “peccatore schifoso”... perché soltanto allora potrà chiedere di essere liberato dal peccato. Ma se il peccato, come detto a pag. 165-166, fosse conseguenza della mancanza di libertà dell'uomo, perché esso deve addolorarsi per una situazione di cui non ha colpa?

Pag. 184 (4° capoverso)

“Questo questionario è una catechesi, perché vuole insegnare, dare qualche cosa. Le stesse domande stanno già insegnando qualche cosa. La domanda stessa dice alla gente che la confessione non deve essere solo un atto individuale... Succede una cosa molto interessante: sempre la gente, anche quella che sente maggiormente il senso comunitario e sociale, al momento di confessarsi si trova con l'idea di purificarsi da soli, perché della confessione abbiamo fatto un atto molto di religiosità naturale, nel senso che quello che ci interessa è la nostra tranquillità di coscienza... La confessione individuale privata ci ha segnato in questo senso. Forse ora alle comunità viene molta gente che mai si è confessata e a cui mai è parso bene la confessione? Rispetto a questo, è gente molto più genuina, non vaccinata”.

Nota: Con la confessione sacramentale individuale l'uomo non compie un atto di religiosità naturale. Il suo è un atto proveniente da una fede soprannaturale. Il timore per la propria salvezza personale è consigliato anche dalla Parola di Dio (Gen 39,9; Es 20,20; 2Cor 19,7; Ne 5,9; Sl 2,11-34,12; Pr 16,6-23,17; Sir 34,13-17; Ger 32,40; Ml 1,6; Sl 111,10 ecc).

Pag. 184 (ultimo capoverso) e Pag. 185 (inizio)

Carmen: “A volte la confessione” del giorno, cioè che ti confessi di quanto hai fatto nel giorno e poi resti pulito, ti porta a questo senso magico, a ignorare la tua situazione di fondo, di peccato, nella quale nasci. La confessione può trasformarsi in un tranquillante passeggero che non ti porta ad una vera autentica conversione. Questa è la cosa più disastrosa di questo tipo di penitenza magica: non facilitare nell'uomo una concezione del peccato come situazione esistenziale ma semplicemente con una serie di mancanze concrete rispetto ad una legge, mancanze di cui ti pulisci con la confessione...”

Nota: La Carmen si scaglia contro la Confessione “del giorno”, che i Santi hanno fatto con tanta frequenza non come un tranquillante, ma perché consapevoli del valore della grazia e del dovere di corrispondervi. La confessione “del giorno” non solo non ti porta al senso magico di farti ignorare la tua situazione di peccato, anzi essa è proprio l'effetto di una profonda conoscenza del peccato quale offesa di Dio. Per la Carmen, invece, il suo effetto è “disastroso”, perché non aiuta l'uomo ad acquisire la concezione del peccato come situazione esistenziale. Ma a che serve questa acquisizione se, da quanto è premesso nella sua catechesi, l'uomo non è libero e perciò non può non commettere il peccato? Forse solo tirarsi addosso un'inguaribile nevrosi! La Carmen continua affermando che spesso queste confessioni non hanno alcun potere di conversione. Probabilmente non ha l'esperienza di tanti buoni e attenti amministratori del Sacramento e di tante anime che l'hanno fruttuosamente ricevuto (C.C.C. n° 1458).

Pag. 185 (3° capoverso)

“Non imbarcatevi per nulla in questo discorso parlando con la gente perché creereste un mucchio di problemi. Non mettetevi nella questione della confessione perché la gente reagisce come se steste facendogli del male. Perché siamo tutti immobilisti. Crediamo che la religione non sia vera se Dio ha permesso sbagli ed errori. Noi può darsi che siamo un po' più esperti in questo, ma le gente pensa che lo stesso confessionale lo ha inventato Gesù Cristo...”

Nota: Perché queste catechesi che i NC ritengono ritengono tanto importanti, non devono essere fatte conoscere “alla gente”? Questa non è così sciocca da credere, come si afferma, che lo stesso confessionale lo ha inventato Gesù Cristo! La colpa, secondo Kiko, è di tanti cristiani che sono “immobilisti”, e che si scandalizzano se nella religione scoprono che “Dio ha permesso sbagli ed errori”. Ma gli sbagli nel Cristianesimo non sono della Chiesa né del suo Magistero, ma degli “uomini di chiesa” che non sempre hanno capito e vissuto interamente la loro fede.

Pag. 185 (ultimo capoverso)

Quarta domanda: Fino a che punto per te il presbitero che ti assolve rappresenta la comunità?...”

Nota: La domanda è subdola! Essa parte dall'idea diffusa dal “movimento” che è la comunità a perdonare il peccato e non il sacerdote in nome di Cristo. Giustamente i fedeli credono ancora che il presbitero, specie quando amministra il Sacramento, rappresenta Dio e Gesù Cristo. A sostegno della sua tesi, Kiko porta l'esempio della Chiesa primitiva. Al contrario di quanto egli afferma, in quel tempo, non era la comunità che escludeva il peccatore, ma il vescovo, capo della comunità. I NC di oggi pretendono di arrivare a compiere, essi laici, quello che un tempo era compito del vescovo. Così avviene che talvolta in qualche comunità una persona, giudicata peccatrice, viene mandata in un convento a fare tre giorni di penitenza e di digiuno assoluto e, soltanto dopo, il catechista la riammette nella comunità.

(cfr. fotocopia relativa alla pag. 123).

Pag. 186 (4° capoverso)

“La tradizione teologica dice che dopo il battesimo per arrivare a commettere un peccato grave bisogna, aver commesso prima molti peccati veniali, bisogna aver abbandonato la preghiera, da molto tempo, aver abbandonato molte cose. Perché Dio è molto paziente, ma c'è qualcosa che si chiama: colmare la misura dei peccati. Perché Dio chiama sempre a conversione. Ma c'è una misura dei peccati nella quale ti sei posto, una situazione tale da essere sul punto di morire eternamente. E allora ti fa venire una malattia, permette che ti innamori della moglie di un altro, o permette che tu cada perché ti innamori della moglie di un altro, o permette che tu cada perché ti ama e vuole toglierti dalla situazione in cui ti sei posto chiamandoti a conversione. Dico tutto questo perché incominci a rendere grazie a Dio, se non hai ucciso nessuno, perché non sei migliore di alcun assassino. E se Dio permette che un fratello della comunità si ubriachi o uccida qualcuno o faccia altre cose simili, forse è perché Dio sta insegnando a tutta la comunità la misericordia, che Egli ha con tutti. Questo lo dice S. Paolo. E costui sarà il testimonio perché gli altri apprezzino l'amore di Dio. O che credete che se voi non peccate per la vostra bravura? Per i vostri pugni chiusi non peccate? Attenti!”

Nota: La tradizione teologica non ha mai insegnato che sono necessari molti peccati veniali per farne uno mortale.

Ha insegnato invece, e continua ad insegnare, quanto è contenuto nel C.C.C. n° ai n° 1862-63: “Il peccato veniale indebolisce la carità; manifesta un affetto disordinato per dei beni creati; ostacola i progressi dell'anima nell'esercizio delle virtù e nella pratica del bene morale; merita pene temporali. Il peccato veniale deliberato e che sia rimasto senza pentimento, ci dispone poco a poco a commettere il peccato mortale... (cfr. R. et P. n° 17; S. Agostino, in Ep. Jann ad Partos, tract, 1,6).

Dio per chiamarci alla conversione può anche servirsi di una malattia che Egli permette. Ma Dio non permetterà mai direttamente un altro peccato (“che t'innamori della moglie di un altro”) perché tu ti tolga dalla situazione in cui ti sei posto liberamente. San Paolo (1Cor 11,19) dice che Dio permette delle divisioni per distinguere meglio i buoni, ma non dice affatto quanto affermato da Kiko.

Pag. 187 (4° capoverso)

“Anche l'uso d'inginocchiarsi, in chiesa, viene dall'ordine dei penitenti. Mai nella Chiesa si stava in ginocchio. Isaia diceva: “Vedo un popolo in piedi”. Stare in piedi davanti al Signore vuol dire che non cadi, che il Signore ti sostiene; e la posizione di risorto è in piedi. Già Israele pregava in piedi con le mani estese. Per questo dice il Signore che i farisei pregavano in piedi, bene in vista perché tutti li vedessero. Invece i penitenti stavano in ginocchio in segno di penitenza. Ma tutto questo perché lo dico? Perché comprendiate adesso e sappiate rispondere qualora la gente dica: perché mi devo confessare ad un uomo? Perché devo dire i miei peccati ad un uomo e non direttamente i Dio?”

Nota: Normalmente la preghiera presso gli Ebrei, come presso tutti gli altri popoli, veniva fatta stando in piedi. Ciò dipendeva anche dalla struttura dei templi che, oltre al luogo sacro riservato alla divinità, avevano per i partecipanti al culto soltanto spazi all’aperto, cortili, atrii ecc.

Questi luoghi erano frequentati anche da animali di vario genere, che non facilitavano certamente atteggiamenti come il prostrarsi per terra. Tutttavia non mancava, come accade tuttora in molte religioni, un gesto iniziale o conclusivo di prostrazione, ad indicare il sentimento dell’adorazione del fedele. Oltre a questo gesto non mancava neppure quello dell’inginocchiarsi durante la preghiera. Abbiamo testimoni come: Is 45,23; 1Re 19,18; Esd. 3,2; 9,5; Du. 3,15; Tb 12,16; Gdt. 10,1; 2 Mac. 10,4; Michea 6,6; Mt 2,2; 2,8; 8,11; 4,8-9; Lc 4,5-8; Mt 8,2; 14,33; 15,25; 17,14; Lc 5,8; Mt 22,26-29; Lc 22,41-42; At 7,59,60; 9,3-4; Rom 14,10-11; 11,4; Ef. 3,13-14; Fil. 2,5-11; At 5, 13-14; 7,9-12; 13,4-8; 19,1-4; 22,8-9.

La frase di Kiko: “Vedo un popolo in piedi” non è di Isaia, ma di Giovanni (Ap. 7,8). Kiko parte da questo versetto per affermare che la posizione dei cristiani in Chiesa è quella di stare in piedi. Egli, secondo il suo metodo massimalista, interpreta la parola di Dio non ricordando che il linguaggio profetico in oggetto ha lo scopo d’insegnare non quale deve essere l’atteggiamento dell’uomo davanti a Dio, ma di indicare il suo stato di felicità.

I profeti esprimono con un linguaggio umano una condizione sovrumana che è quella dei beati. Il discorso non intende insegnare agli uomini che ancora pellegrinano sulla terra e che hanno bisogno dei segni per esprimere i sentimenti dell’anima quale deve essere il loro atteggiamento nella preghiera.

Kiko che tanto valorizza i segni, in questo caso non comprende il significato del segno di cui si è servito il profeta.

Pag. 187 (6° capoverso) ( Carmen)

“La crisi della confessione di oggi nasce già da questo senso individuale del peccato. La prima crisi che hanno presentato i protestanti è questa. Se del peccato abbiamo un concetto così individuale di “io e Dio'' perché deve trovarsi in mezzo un'altra persona? Dio mi perdona direttamente. Questo avviene perché si è perso già la base della comunità, che sostiene il senso della penitenza.”

Nota: La crisi della confessione oggi, non nasce come afferma la Carmen, dal senso individuale del peccato, ma, tra i tanti motivi, proprio dalla perdita del senso del peccato e della grazia... Tra i protestanti la negazione del sacramento delle penitenza è una conseguenza della negazione della Chiesa gerarchica e del suo potere, ricevuto da Cristo, di rimettere i peccati dei fedeli... Non c'entra affatto la “perdita del senso della comunità che sostiene (?) il senso della penitenza”.

Siamo nel campo del psicologismo non della teologia!

Pag. 187-188 (Kiko)

“Quindi, quando questo tale aveva già fatto un tempo di penitenza, aveva dato segni di conversione, il Giovedì Santo il vescovo, responsabile della comunità, o il presbitero, testa della comunità, lo introduceva di nuovo nell'assemblea. Questo è un segno del sacramento della penitenza: introdurre il fratello, confermare che è convertito. E questo lo fa sempre il Vescovo che è colui che ha il carisma di discernere. In questo senso si vede perfettamente come il Vescovo, o il presbitero, rappresenta la comunità in questo segno di ricevere di nuovo in fratello confermandone la conversione interiore. Questo si capisce molto bene nel catecumenato. Perché ti puoi credere molto cristiano, ma può arrivare il tuo catechista in nome del vescovo e dire che tu di cristiano non hai proprio nulla. Tuttavia tu puoi crederti cristiano di prima fila. E se il tuo catechista non vede che tu dai segni di cristianesimo, tu non passi, perché è lui che ha, in nome del vescovo, il carisma di discernere gli spiriti. Allora il vescovo in nome della comunità accoglieva, i penitenti che davano veri segni di conversione... E la riceve in nome di tutta la comunità”.

Nota: L'introduzione nella comunità, come la precedente esclusione del penitente, era fatta dal Vescovo non perché egli “aveva il carisma di discernere” (per i NC questo è l'unico carisma del Vescovo), ma perché, come successore degli Apostoli era il capo della Chiesa per il potere ricevuto da Cristo stesso, tramite la successione apostolica. Il Vescovo accoglieva il penitente in nome proprio, come rappresentante di Dio, investito della sua autorità e lo accoglieva non “in nome della comunità, ma solo con l'assistenza, o alla presenza della comunità. (C.C.C. n° 1462 e seg). La spiegazione qui addotta da Kiko, di nessun valore storico e giuridico, serve soltanto a giustificare l'autorità che nel movimento viene concessa ai catechisti laici che si arrogano poteri che a loro non competono e che essi affermano di esercitare a nome del Vescovo!

Il Vescovo non conferisce a nessun catechista “il carisma” di discernere gli spiriti. Questo è sempre un dono dello Spirito Santo.

Pag. 188 (4° capoverso)

“Vedete che il presbitero non rappresenta solamente Gesù Cristo, perché Gesù è rappresentato da tutto il corpo che è la Chiesa. Il vescovo o il presbitero rappresentano non solo Gesù Cristo ma tutta la Chiesa, la comunità. Per questo il vescovo è colui che in nome della Chiesa accoglie chi entra. Questo oggi non si vede molto come segno.”

Nota: Anche il presbitero (C.C.C. n° 1562 e seg.) ha ricevuto, in grado subordinato, il potere ministeriale concesso ai vescovi. Esso agisce come rappresentante di Cristo e anche in nome di tutta la Chiesa; ma non nel senso che egli è il “delegato della comunità” (C.C.C. n° 1552 e 1553). I N.C. non recepiscono più questi concetti basilari della Dottrina della Chiesa!

Pag. 188 (ultimo capoverso)

Quinta domanda: Fino a che punto la confessione mostra il segno di una comunità che cammina in costante conversione sotto l'impulso dello Spirito Santo?

Dovete spiegare un po' come con Costantino sono entrate nella Chiesa le masse, perdendosi in esse un po' del senso della comunità, non si vede più una comunità che cammina in costante conversione per gli impulsi dello Spirito. Vediamo così persone che peccano individualmente e vanno poi a comunicarsi. Ma tutta una comunità in conversione, che si riconosce peccatrice, non la vediamo.

Nota: Per Kiko la Chiesa, comunità in cammino verso la Patria, sembra che si possa riconoscere e vedere solo in una piccola comunità, tipo quella neo catecumenale, che si “riconosce peccatrice”. A nostro avviso ciò è più constatabile in una comunità formata da grandi masse di uomini in cui, oltre ai santi, ci sono certamente i peccatori, che si sforzano di camminare verso quell'ideale di perfezione che Gesù ha proposto ai suoi seguaci. Le masse che a Lourdes, Fatima, Roma ecc. implorano in ginocchio il perdono e la misericordia di Dio, sono una manifestazione eloquente di questa Chiesa in cammino.

La concezione di Kiko può essere anche accettata ricordando però che la Chiesa ha sempre insegnato ai cristiani la necessità della conversione, con manifestazioni che variano a seconda dei tempi, e dei luoghi.”

Pag. 189 (4° capoverso)

Sesta domanda: Credi che i cristiani che conosci abbiano il senso del mutuo perdono nella loro vita di ogni giorno, nella famiglia, con i vicini, nella politica, nel lavoro?... Se credi di no, non ti pare che il perdono sacramentale si mostri senza senso?... Normalmente qui la gente dice che non vede questo mutuo senso del perdono, tra i cristiani. Pertanto ha senso la seconda parte della domanda... Si tratta del fatto che se tu che hai ricevuto il perdono, non perdoni gli altri, sembra che il perdono che hai ricevuto è solo un gioco. Ma non ti pare allora che il segno della confessione per coloro che non sono cristiani, apparirà come una pantomima?...”

Nota: Kiko nel suo zelo encomiabile desidererebbe che dopo ogni confessione il peccatore dimostrasse con atti pubblici e solenni che ha perdonato al fratello e riparato il male commesso. Anche la Chiesa, dietro l'insegnamento di Gesù vuole che il peccatore perdoni e ripari, senza però prescrivere forme solenni o pubbliche, se non in casi straordinari. Perciò il proposito di non ricadere più nel peccato è uno degli elementi necessari per la validità dal sacramento della confessione... Non è sempre possibile un gesto esterno, per lo meno immediato e visibile, a dimostrazione del pentimento interiore.... Gesù ai peccatori da Lui perdonati non ha mai chiesto tali atti. Ha detto soltanto: Va in pace e non peccare più (Gv 5,14-8,11; C.C.C. n° 1459-1460). Oltre tutto a che serve l'atto esterno di riconciliazione, se questo non è seguito da opere ed atteggiamenti che siano la manifestazione concreta del perdono concesso?

Pag. 189 (4° capoverso)

Settima domanda: Come pensi che si presenti agli altri il tuo comportamento cristiano: intransigente, farisaico, classista, moralista?... Se voi non perdonate nel vostro lavoro, nella famiglia, me la rido del cristianesimo che avete. E' tutta una farsa e la comunità non serve a nulla.

Nota: È chiaro che se il comportamento del cristiano è farisaico, classista, ecc., non è di nessuna esemplarità e non edifica nessuno. Ma se la grazia del perdono ricevuta nel sacramento scende in un'anima sinceramente pentita, anche se il suo effetto è prima di tutto interiore ed invisibile agli occhi del corpo (C.C.C. n° 2005), ci sarà certamente anche l'effetto esteriore, visibile. I neocatecumenali insistono quasi esclusivamente sul gesto del perdono esterno: ma anche se ciò è lodevole, non è quello l'unico segno di una conversione vera. Spesso è solo una farsa!

Pag. 190 (3° capoverso)

“Perché c'è un tipo di cristianesimo - io stesso vi ho appartenuto - in cui uno si sente cristiano, convertito, un San Luigi Gonzaga per sempre. E allora viene quell'atteggiamento: prima morire che peccare”... E cose di questo tipo che non sono capite nel loro giusto senso. E' un tipo di cristianesimo in cui ciò che è fondamentale è essere in grazia di Dio, in senso statico, e cercare di non perdere questa, grazia, di perseverare. La grazia si intende come una cosa, che non si sa bene cosa sia, ma che è qualcosa che si ha dentro e che bisogna morire con essa per non perderla mai. Poi ho capito che vivere in grazia è vivere nella gratuità di Dio che ti sta perdonando con il suo amore, e credere in questo perdono e in questo amore costante di Dio.”

Nota: Tutto il periodo è di una paurosa chiarezza. “Anche se Kiko illustra la potenza e l'opera dell'amore di Dio, che in modo assolutamente gratuito si effonde in tutti, tuttavia non dice nulla della corrispondenza dell'uomo all'azione del Signore. Non chiarisce, cioè, il punto delicatissimo tra grazia e libero arbitrio, tra Dio che ama e si dona, e la volontà dell'uomo che può rifiutare questo amore... Inoltre, sostenendo egli la profonda corruzione della natura a causa del peccato originale, fa supporre che l'essere perdonati da Dio equivalga, come per Lutero, a restare libero da ogni imputazione di peccato, dal momento che questo è stato già rimesso dal Salvatore” (ZOFFOLI, Confronto, pag. 81-82).

Con le sue parole Kiko critica e nega quello che costituisce l'anima della vita cristiana: la grazia santificante. Per lui la grazia non è qualcosa di oggettivo, ma consiste solo nella convinzione personale di vivere nella gratuità di Dio che ti sta perdonando. Kiko ignora che la grazia consiste nella partecipazione alla vita di Dio (C.C.C. n° 1997), che ci rende figli adottivi di Dio, partecipi della natura divina, della vita eterna (ivi n° 1996). La dottrina della Chiesa, confermata nel C.C.C. n° ci insegna che essa è un dono abituale, un disposizione stabile e soprannaturale che perfeziona l'anima per renderla capace di vivere con Dio, di agire per amore suo (ivi n° 2000). Non è quindi qualche cosa di statico. Essa infonde nell'anima un dinamismo che con la nostra collaborazione (ivi n° 2001 e 2002) ci dà la capacità di essere e vivere da creature nuove (ivi n° 1999). È un dono che dobbiamo difendere, conservare ed accrescere, per perseverare in essa fino alla morte, perché è il dono più grande che l'uomo può ricevere da Dio.

Kiko irride purtroppo a queste concezioni. Con le sue parole, egli tenta di distruggere il monumento stupendo che la teologia ha innalzato alla grazia con dottori come Agostino, Atanasio, Tommaso d'Aquino, e con le definizioni dogmatiche di tanti Concili, specie quello di Trento!

Si prova una pena terribile nell’apprendere che migliaia di cristiani ricevono, senza saperlo, una catechesi degna di Lutero.

Pag. 190 (5° capoverso)

“Quel tipo di cristianesimo colpisce molto, perché uno si presenta come perfetto e come sublime. Invece è il contrario del cristianesimo, perché i cristiani non sono perfetti, ma sono illuminati sulla propria realtà profonda, sanno di essere peccatori davvero ed hanno sperimentato in questo peccato la misericordia di Dio che perdona e dà una vita nuova frutto della sua grazia. Se non è così vuol dire allora che abbiamo strumentalizzato la religione per costruire noi stessi. E state attenti perché questo si chiama trionfalismo della Chiesa ed è sempre equivalente al fariseìsmo. In fondo che siamo tutti noi? Dei peccatori e dei disgraziati. Ma a volte ci presentiamo con un trionfalismo che disturba gli altri. Possiamo essere salvati dal trionfalismo che è qualche cosa di goffo - una insincerità di fondo, interiore, un cercare di apparire quello che non si è - quando Dio ci illumina e ci fa vedere noi stessi nella verità, ci fa conoscere noi stessi nella nostra realtà profonda di peccato.”

Nota: Il cristianesimo non ha mai presentato i cristiani “come perfetti e sublimi”, bensì come uomini chiamati alla perfezione della vita di grazia, cioè alla santità. Per questo Gesù ha istituito la Chiesa (C.C.C. n° 824, 825 e 826) dando ad essa i mezzi della santità: i Sacramenti. È nella Chiesa che i fedeli, per mezzo dei sacramenti e della grazia, giungono alla santità. Il cristiano a questa è chiamato e deve raggiungere (ivi n° 825), lottando continuamente contro la zizzania (ivi n° 827) che cresce nel cuore dell'uomo. Perciò San Paolo avvertiva i primi cristiani di stare attenti per non cadere (Rm 14,4), a lavorare per la propria salvezza con timore e tremore (Fil 2,12), a vegliare per guardarsi dal demonio tentatore (1Pt 5,8-9), perché sempre tentati di ritornare al peccato. Egli, parlando di sé e riconoscendo quanto aveva fatto per il Signore, attribuiva tutto alla grazia di Dio che in lui non era stata vana (1Cor 15,10).

Kiko pur rivolgendosi a persone già battezzate e quindi probabilmente in grazia di Dio, dice continuamente: “Chi siamo noi? Dei peccatori, dei disgraziati” (pag. 190). Ma anche se ancora inclini al peccato, non siamo più dei disgraziati: siamo figli di Dio! Siamo stati lavati e purificati. San Paolo ai cristiani di Corinto, ricorda che un tempo erano stati così, ma adesso non lo sono più perché “santificati in Cristo Gesù” (1Cor 1,2), sono creature nuove perché, essendo in Cristo, l'uomo vecchio è sparito (2Cor 5,17). Gesù col suo sacrificio ci ha redenti da ogni iniquità (Tit 3,4), “ci ha liberati dalla maledizione della legge (Gal 3,13). I cristiani ormai hanno conosciuto Dio, anzi sono stati conosciuti ed amati da Lui (Gal 4,8); sono eletti per essere santi e immacolati dinanzi a Lui (Ef 1,4).

In Lui, dopo aver creduto, sono stati segnati col sigillo dello Spirito promesso (Ef 1,3). Ora in Cristo Gesù, sono diventati congiunti mediante il Sangue di Cristo (Ef 2,13); sono, non più degli estranei, ma concittadini dei Santi e membri della famiglia di Dio (Ef 2,19); sono abitazione di Dio (Ef 2,22).

Un tempo tenebre, ora sono luce del Signore (Ef 5,8); sono fratelli cari a Dio, eletti (1Tess 1,4) fin dall'eternità, per essere salvi mediante l'azione santificatrice dello Spirito e la fede nella verità (2Tess 2,13).

Sono prediletti di Dio, chiamati ad essere santi (Rm 1,7). Perché “se uno è di Cristo, è una creatura nuova (2Cor 5,17).

S. Pietro chiama i cristiani “eletti”, “rigenerati mediante la Resurrezione da morte di Nostro Signore Gesù Cristo, ad una speranza vivente, per una eredità, che non può né corrompersi né essere contaminata, né appassire e che a voi è riservata nei cieli, a voi che mediante la fede siete custoditi dalla potenza di Dio, affinché raggiugiate la salvezza... È questo il motivo che forma la vostra gioia” (1Pt 1,1-6). Lo stesso dice nella seconda lettera cap 1,3. Anche l'apostolo Giovanni ricorda che ai cristiani sono stati rimessi nel nome di Cristo i peccati, e che fin d'ora essi sono realmente, e non solo di nome “figli di Dio” (1Gv 2,12; 3,2).

Come si fa dopo queste testimonianze a chiamare i cristiani dei “disgraziati” che strumentalizzano la religione per costruire se stessi?

Chi parla così dimostra di non aver capito nulla degli effetti della grazia, né del cristianesimo, religione dei figli di Dio.

Pag. 190 (ultimo capoverso e inizio pagina successiva)

“I preti si sono molte volte presentati come impeccabili e sembrava che il loro peccato scandalizzasse. Ed era vero perché avevano quella mentalità. Siamo tutti molto bugiardi proprio perché crediamo che la gente non ci ami se conosce la nostra vera realtà. Vi dirò una cosa che dissero a me: la gente ti ama di più per le tue debolezze che per le tue virtù. Questo lo sperimenterai nella tua vita”.

Nota: La Chiesa non ha mai presentato i preti come impeccabili, né essi si sono presentati così! Tutti i fedeli sanno che incominciando dall'ultimo prete, fino al Sommo Pontefice, essi si confessano frequentemente, secondo quanto prescrive il C.J.C. can. 276,5.

Prima della riforma attuata dal Vat. II con la S.C., i Sacerdoti all'inizio della celebrazione eucaristica facevano la confessione pubblica (Confiteor), riconoscendosi, prima dei fedeli, bisognosi del perdono del Signore.

Il peccato del prete, anche se oggi sembra scandalizzare meno, costituisce sempre uno scandalo enorme per la parrocchia e per i fedeli, le cui ferite è difficile risanare!

La frase che Kiko afferma essergli stata rivolta è tipica di quelli che non si vogliono impegnare. Soprattutto è falsa. La storia dimentica i codardi e ricorda solo i coraggiosi e quanti hanno saputo soffrire per il loro ideale.

“Torniamo a quella preghiera che la sapienza liturgica, inseriva al momento più solenne della messa, quello che precede l’unione fisica, intima, con il Cristo fattosi pane e vino. La Chiesa presumeva che chiunque celebrasse l’eucaristia avesse bisogno di dire: “Io ho peccato, non guardare, Signore, ai miei peccati”. Era l’invocazione obbligatoria di ogni sacerdote. I Vescovi, il Papa stesso alla pari dell’ultimo prete dovevano pronunciarla nella loro messa quotidiana. E anche i laici, tutti gli altri membri della Chiesa, erano chiamati a unirsi a quel riconoscimento di colpa. Dunque tutti nella Chiesa, senza alcuna esenzione, dovevano confessarsi peccatori, invocare il perdono, mettersi quindi sulla via della loro vera riforma” (Card. Ratzinger, “Rapporto sulla fede”, Pag. 52).

Pag. 191 (2° capoverso) Carmen

“La gente non capirà nulla; ma non preoccupatevi assolutamente.

Non cercate di convincerli dicendo loro le cose che abbiamo detto prima sulla penitenza. Ve l'ho dette perché le abbiate di fondo, perché quando vi interroghino possiate chiarire meglio, non cercate di convincere nessuno. L'unica cosa che dovete fare fortemente è la parte kerygmatica chiamandoli a conversione. In questo momento stesso che siamo riuniti parlando di queste cose, Dio appare chiamando noi stessi per primi a conversione...”

Nota: La Carmen è tanto convinta dell'ignoranza religiosa della gente che dice: “non preoccupatevi”. L'esortazione vale per i catechisti, che si devono preoccupare non tanto di esporre bene la verità, ma di presentarsi come dei carismatici inviati da Dio per chiamare gli altri alle “convivenze”.

Pag. 191 (5° capoverso)

“Convertitevi! diranno sempre gli apostoli dopo aver annunciato il Kerygma. Che non è esigere nulla da nessuno, ma è offrire loro il cammino e la luce. Per questo non dovete esigere nulla, ma essere coscienti che con voi viene lo Spirito Santo che illuminerà, loro il cammino della conversione. Siete un dono di Dio per la gente, poiché siete strumenti della luce che li chiama a conversione perché illumina i loro cammini tortuosi e apre loro un cammino di conversione a Dio. Dite loro: Venite qui.”

Nota: Anche per la Carmen chiamare alla conversione consiste nel “non esigere nulla da nessuno”. Chiamare a conversione è per lei, come per Kiko, presentare la comunità in una cerimonia nella quale riceveranno il perdono. Ma quale perdono? quello di Dio ricevuto nel sacramento, o quello dell'abbraccio di persone che, dopo essersi odiate, dichiarano d'ora in poi di volersi bene? È solo questo il perdono che si riceve nel sacramento? Quando ci si scambia un segno di pace, spesso ci si limita ad una esteriorità che dà qualche appagamento momentaneo ma che non cambia la vita, se non vengono eliminati nel profondo i motivi del dissidio. E per far questo occorrono sforzi, lacrime e tanta, tanta grazia di Dio!

Pag. 192 (2° capoverso)

“Questo perdono si esplicita in una festa. La confessione individuale aveva perso questo senso della festa, perché l'allegria non si può esprimere individualmente. Per questo nella comunità sorgono in seguito l'agape e la festa come espressione dell'aver ricevuto il perdono dei peccati.

(Kiko) Dovete parlare un po' alla gente dell'agape, ricordando un po' la parabola del Figliol Prodigo, in cui c'è un banchetto per celebrare il ritorno del figlio. Dite alla gente di portare del vino e qualche cosa da mangiare”.

Nota: Come appare da questo testo, le adunanze dei neocatecuenali finiscono sempre con le “agapi” ( = festa). In ogni raduno o convivenza, i membri sono impegnati a portare quanto occorre per la festa. Niente da eccepire se il gesto aiuta a rompere il cerchio dell'isolamento e dell'individualismo esasperato, e a creare familiarità ed amicizia. Attenti tuttavia a non fermarsi ad una terapia di gruppo che tende a creare solo solidarietà e non carità cristiana.

L'espressione della Carmen in cui si afferma che “l'allegria non si può esprimere individualmente”, fa sorgere il dubbio che chi afferma questo, forse non ha fatto l'esperienza della gioia (ben differente dall'allegria esteriore) che invade i cuori al termine di un corso di esercizi, o di una missione ecc. Spesso la gioia traspare dal sorriso, dalla serenità dei volti, da un diffuso senso di pace che i singoli avvertono e che irresistibilmente comunicano agli altri! Ma per molte persone del nostro tempo sembra che non esista gioia vera se mancano i canti, i balli, le chitarre, gli abbracci e le assemblee vocianti. Pur rispettando le caratteristiche di ciascun popolo, riteniamo valide anche le manifestazioni in cui mancano certi elementi da alcuni ritenuti oggi indispensabili.

Si riporta qui la fotocopia di un ritiro, imposto dai catechisti, ad un membro della Comunità, e che lo stesso ha dovuto fare per essere riammesso, con pieni diritti, a far parte della medesima. Il giudizio lo lasciamo al lettore.

Pag. 193 (Kiko)

“Prima di tutto si devono provare i canti della celebrazione con la gente... Cercate lettori... leggete bene: forte, adagio, con autorità nell'assemblea... collocando i banchi... in forma esagonale od ottagonale... I presbiteri siano rivestiti di alba e stola...”.

Nota: È lodevole la cura che Kiko inculca per le cerimonie che il gruppo deve compiere. Qui si descrive quella fatta in occasione della “penitenziale”. Il modo con il quale essa si svolgerà, secondo la testimonianza di quanti vi hanno partecipato, anche se colpisce alcuni per i segni esteriori, non offrirà alcuna possibilità di un approfondimento personale. Tutto infatti è ritmato dal suono delle chitarre, dai canti assordanti, che non mancano mai nelle celebrazioni neo catecumenali. Chi dirige tutto sono i catechisti. I sacerdoti, presenti per ascoltare le confessioni devono sottostare alle loro disposizioni. Kiko chiaramente preferisce tutto questo apparato alla confessione individuale che, bontà sua, ancora può presentare qualche utilità e perciò ancora ha valore che durerà fino a quando il movimento, diventato padrone di tutte le strutture parrocchiali, non concederà più che i fedeli trovino confessori disposti ad ascoltare singolarmente le loro confessioni. Come sta avvenendo in più di qualche parrocchia!

Pag. 195 (4° capoverso)

“In questa celebrazione si pone in primo piano la Parola di Dio che chiama alla conversione. Recuperiamo la comunità, l'assemblea in cui tutti insieme in cammino cominciamo ad entrare in una liturgia di conversione che è stata preparata, da alcune catechesi in cui si è annunziato l'Amore di Dio e il perdono dei peccati. Ora si realizzerà tutto questo in un sacramento, perché Dio ci dà il potere non solo di annunziare il perdono, ma anche di darlo, di comunicarlo, di trasmetterlo attraverso un segno”.

Nota: Il C.C.C. n° (n° 1480-1484) parla dei vari modi della celebrazione del Sacramento della penitenza. Alla celebrazione singola è stata aggiunta anche quella comunitaria (1482), che deve tuttavia conservare le norme personali indispensabili per la validità del sacramento stesso... Si può quindi accettare anche la proposta di Kiko, purché venga chiarito il senso dell'ultimo periodo. A chi ha dato Dio il potere non solo di annunziare ma anche di dare, di trasmettere il perdono? Ai catechisti, alle comunità neo catecumenali, o come insegna la Chiesa, agli Apostoli ed ai loro successori e collaboratori (Vescovi e sacerdoti)? (C.C.C. n° 1461).

Pag. 195 (2° capoverso)

“La forza di questa celebrazione è che si chiama la gente a conversione, anche se non si confessa nessuno particolarmente. Perché stiamo vivendo un tempo misto in cui la penitenza è abbastanza riscoperta... L'assoluzione e il perdono possono venire più tardi...”.

Nota: Ma se nessuno si confessa particolarmente, questa celebrazione fatta dai N.C. è solo una cerimonia esortativa, che ha lo scopo di “chiamare” alla conversione, non un sacramento. La partecipazione dei sacerdoti in cotta e stola, che possono dare in un secondo tempo (quando?) l'assoluzione, è solo una... sceneggiata. È legittima allora la domanda: ci troviamo davanti ad un sacramento della Chiesa o ad una rappresentazione nella quale non si dà alcun perdono, come invece era stato promesso? Si sta facendo con questa cerimonia, una lezione di teologia o una seduta di psicologia di gruppo? A questo serve il “movimento”?

Pag. 195 (3° capoverso)

''Non mettete troppa forza nel dire: “Questa notte vi si perdonano i peccati” perché altrimenti si corre il pericolo che la gente si confessi magicamente, come lo ha fatto tutta la vita. Anche se sicuramente farà così.

La forza è nella Parola di Dio che chiama a conversione la gente e gli presenta davanti un cammino penitenziale in cui giungere veramente a sperimentare la salvezza e il perdono dei peccati. Questo cammino è il catecumenato, che è un cammino lungo di conversione verso le acque del Battesimo.”

Nota: Precedentemente (pag. 194) è stato detto che “in questa celebrazione Cristo sarebbe passato per darci, col Sacramento la vita”. Adesso si avverte di non mettere troppa forza nel dire che questa notte vi si perdonano i peccati!”. Ma il rito che si compie è fatto per dare ai partecipanti il perdono dei loro peccati, o per suscitare altri sentimenti? Con queste catechesi si crea una fede infantile fatta di sole immagini, di emozioni passeggere, e non di convinzioni profonde fondate sulla teologia. La riprova si ha ascoltando alcuni neo catecumenali che dopo aver partecipato ad una celebrazione eucaristica fatta secondo il nuovo rito, hanno detto: ma la nostra Messa è molto più bella! La Carmen, nonostante le affermazioni della sua catechesi è convinta che i partecipanti alla “penitenziale” si confesseranno “magicamente”. “Sicuramente si farà così”. L'affermazione dimostra che il vero scopo della cerimonia è quello di presentare il “Cammino” come l'unico mezzo per arrivare alla conversione. Dopo essere stata ripetuta per anni, l'affermazione diventa convinzione difficilmente rimovibile anche dall'insegnamento ufficiale della Chiesa.

Pag. 198 (1° capoverso)

“Fratelli: se qualcuno di voi che siete qui oggi è tenuto schiavo dal timore che ha della morte, ecco qui che questa parola di salvezza si compie oggi: perché il Figlio della Donna viene a schiacciare la testa del serpente che si trova nel tuo cuore”.

Nota: La presenza dei penitenti, secondo Kiko, non è motivata dalla contrizione (cfr. C.C.C. n° 1451, 1452, 1453 e 1454), bensì dal timore della morte che schiavizza l'uomo. Si deve dedurre che lo scopo della catechesi non è quello di eccitare alla contrizione ma di raggiungere uno scopo dal valore psico terapeutico.

Pag. 198 (3° capoverso)

“Ti piacerebbe che tutti gli uomini fossero bravi? Ti piacerebbe che nessuno avesse fame? Se ci ponessimo sinceramente questa domanda vedremmo che il mondo che noi vorremmo è un mondo in cui non c'è posto per la libertà, perché è un mondo in cui non c'è posto per il peccato. Hitler volle costruire il suo mondo: un mondo perfetto. Ma è sempre un mondo in cui è necessaria una polizia ferrea, carceri, ecc. perché non ci può essere il peccato. Perché il peccato distrugge la società. E' chiaro! E' molto facile ingannarsi.”

Nota: La frase contiene un errore teologico. La prova della libertà non è il peccato. Ce lo dice Gesù: “la verità vi farà liberi”. L'uomo pecca non perché è libero, ma perché abusa della sua libertà. Se nel mondo, tutti gli uomini redenti dal Sangue di Cristo, non abusassero della loro libertà, non ci sarebbe certamente il peccato. Ciò avverrà soltanto dopo la resurrezione dei corpi... Ed i risorti sono tanto liberi che non possono più commettere il peccato; come Dio che è liberissimo e nello stesso tempo impeccabile (C.C.C. n° 206-221). I dittatori, come Hitler vogliono un mondo perfetto a loro modo. Per questo nei loro programmi non ci può essere il peccato, ma non quello teologico come lo intende la rivelazione.

Pag. 204 (1° capoverso)

Risonanze della Parola nell'assemblea ed omelia del Presidente.

“Nella risonanza della Parola non vi preoccupate se non parla nessuno. Se è così andate avanti senz'altro. Il Presidente sia breve. Ditegli che non faccia sermoni. Che dica la sua esperienza, perché così la gente vede che il prete entra. Perché la gente pensa che le liturgie sono per il popolo è il prete è il solo a darle agli altri, ma senza entravi mai. Quindi è molto forte vedere il sacerdote che si lascia giudicare lui stesso dalla Parola. Insistete su questo perché molti sacerdoti stanno nelle comunità o chiedono le catechesi per fare servizio agli altri e mai entrano essi stessi. Che il prete dica cose sperimentate in forma breve, che dica un po' quello che gli ha detto la Parola.”

Nota: A Kiko premono molto le esperienze, specialmente quelle dei preti che, per dare l'esempio, devono essere i primi a confessarsi davanti a tutti. Anche se le “risonanze” personali si sono molto diffuse, non ci sembra che il momento più adatto per farle sia quello che segue l'omelia del sacerdote (cfr. S.L. 11-13).

Il C.C.C. n° ci ricorda che l'omelia ha lo scopo di esortare ad accogliere la “Parola di Dio e a metterla in pratica (n° 1349). È lo Spirito Santo che dona agli uditori secondo le disposizione dei loro cuori, l'intelligenza spirituale della Parola di Dio (n° 1100). Inoltre la Liturgia (S.C. 24 ,53) ha i suoi ritmi, le sue leggi (n° 22) e i suoi tempi. Nel dopo omelia la Chiesa non ha previsto esternazioni personali, ma solo un sacro silenzio.

Pag. 204 (ultimo capoverso)

Confessioni Particolari.

“Si è già detto della posizione, in piedi, al centro dell'assemblea, dei presbiteri alla confessione. Il Presidente rimane al suo posto.

...Durante le confessioni, per evitare che si senta e per riambientare la gente, si può cantare canti...”

Nota: Kiko che si è tanto scagliato contro le regole o rubriche stabilite dalla Chiesa nell'amministrazione dei Sacramenti, qui non ha paura di dare le sue regole: “il confessore deve stare in piedi... non deve dare altra penitenza che la recita del Pater.

Pag. 205 (3° capoverso)

“Abbraccio di pace. Dato che è la prima volta che si dà, prima di farlo, è bene dare un'ammonizione spiegandone il senso... Che non si crei confusione, ma che neppure si dia la pace al solo vicino...”

Nota: Chi ha partecipato come penitente o come presbitero a queste “penitenziali”, ha l'esperienza di un rumore continuo e assordante, così penetrante che impedisce ogni raccoglimento e la possibilità di un breve colloquio personale tra il confessore e il penitente. In questa cerimonia il gesto che invece preme molto a Kiko è quello della pace, non scambiata solo coi vicini, ma con tutti i partecipanti. A qualcuno ciò può piacere; a molti invece dà un enorme fastidio,

Pag. 205 (ultimo capoverso)

“Agape. Prima di sciogliere l'assemblea per andare all'agape, spiegate alla gente che le catechesi non sono finite, che questo è solo il punto di partenza. Perché ci sono molti che pensano che sia una specie di missione che finisce con la confessione.”

Nota: Come sempre le assemblee si sciolgono con l'agape che costituisce per il gruppo occasione di amicizia e di fraternità. ! Questa abitudine diventa una terapia di gruppo che favorisce lo sviluppo e il consolidarsi dei gruppi.

Pag. 205 (Nota finale)

“Attenzione. !!!

Lo schema di questa celebrazione è diverso da quello che verrà seguito in tutte le altre Celebrazioni Penitenziali che avranno le Comunità durante il loro cammino”.

Nota: Questa nota ci ricorda che il testo non è, come si afferma, un semplice canovaccio, ma la raccolta di norme precise che devono essere attuate da ogni gruppo. Tutto nel movimento è predisposto, organizzato e approvato dai catechisti: la nuova gerarchia della nuova Chiesa!

nota generale:

Le note qui contenute ci dicono la cura che i NC mettono per le loro adunanze, convivenze, ecc. Tutto è fatto con la convinzione che è un dono di Dio. Si crea così un clima di attesa nella quale il prezzo in denaro che bisognerà versare per parteciparvi non creerà problemi, anche perché, alla fine, c'è la comunità che provvederà per quanti non possono. Il metodo, mutuato dai Cursillos de Cristianidad, è bello; ma è discutibile il modo dell'attuazione. Infatti, in quelle convivenze alla fine si comunica la spesa che esse hanno comportato; poi si passa con un sacco, che normalmente serve per le immondizie (“perché i soldi sono lo sterco del diavolo”), a raccogliere da ciascuno quello che può dare, tenendo presente anche quelli che si trovano in difficoltà. Ma dopo il primo giro normalmente i catechisti diranno che la raccolta è stata insufficiente. E questo per una prima ed anche una seconda volta. Con questo metodo tutti i presenti si sentiranno obbligati a versare qualcosa, fino a dare complessivamente una somma tre o quattro volte superiore a quella necessaria. Ma non si dirà mai quanto è stato raccolto. Si dirà soltanto che potranno essere coperte le spese. Si sa invece che le somme raccolte con questo metodo sono molto alte. La loro destinazione non sarà mai comunicata se non in forma generica, perché: “la destra non deve sapere quello che fa la sinistra” (Mt 6,3). Ma il testo di Matteo dice: “non sappia la tua sinistra, quel che fa la tua destra”.

Nota generale

La catechesi qui riportata, che ha per titolo “Abramo” è, forse, una delle migliori di Kiko, per la vivacità e la modernità di applicazione. Per questo non ci fermeremo ad annotazioni particolari, se non quando sarà assolutamente necessario.

Pag. 216 (2° capoverso)

“Non so se avete cominciato a rendervi conto un po' della potenza e dell'importanza della Parola di Dio. Abramo sei tu. Questa Parola ti cerca. Non si tratta che tu interpreti questa parola come piace a te e che dica: per me Isacco è ... Questa Parola ha una interpretazione vera e tutte le altre sono false. La Parola di Dio non la può interpretare ciascuno come vuole. Ha una sola interpretazione che dà la Chiesa e che oggi io vi dirò in nome della Chiesa, perché io sono qui a parlare in nome del Vescovo. Non si può dire: io credo che Dio mi chiamò... E io credo che questo è così...”.

Nota: Dopo le applicazioni fatte sulla storia di Abramo, Kiko dice giustamente che è la Chiesa l'interprete autentico della Parola di Dio! Egli tuttavia si identifica con la Chiesa perché parla a nome del Vescovo. Chiunque nella Chiesa esercita il carisma di far conoscere e di interpretare la Parola di Dio, deve essere docile all'insegnamento del magistero vivente della Chiesa (C.C.C. n° 85). Perciò oltre che esporla fedelmente (n° 86), il catechista deve accogliere con docilità gli insegnamenti e le direttive che vengono date, sotto varie forme, dai Pastori (n° 87). Non basta aver ricevuto il mandato di fare la catechesi, perché questa diventi automaticamente degna di fede. Il catechista, per debolezza o per ignoranza, può non essere sempre fedele all’impegno ricevuto.

Pag. 220 (4° capoverso)

“il catecumenato è una gestazione. Noi vi consegneremo lo Spirito Santo, vi insegneremo ad aver fede, vi insegneremo a credere, vi condurremo nel cammino.”

Nota: Queste espressioni sembrano condizionare l'azione liberissima e misteriosa dello Spirito Santo che conduce l'anima alla fede piena in Cristo Gesù, all’attività dei catechisti del movimento neocatecumenale; escludendo così allo Spirito Santo le vie che Egli sceglie come vuole e quando vuole, con infinita sapienza e libertà. Chi è chiamato a collaborare all'azione dello Spirito, non deve dimenticare che l'agente principale è sempre Dio, mentre l’uomo è un semplice strumento di cui lo Spirito potrebbe anche non servirsi per agire direttamente.

Il sacerdote o catechista chiamati all'apostolato non sapranno mai quali delle loro parole o dei loro gesti è stato lo strumento ultimo dello Spirito per illuminare il fratello e spingerlo, dolcemente ed irresistibilmente, all'accettazione di Gesù Salvatore e Signore.

L'apostolo deve perciò essere umile, mentre si sente impegnato a testimoniare la pienezza della sua fede.

Per questo motivo le espressioni qui contenute non ci sembrano giuste. Sono anche incomplete perché dimenticano la grazia, elemento inscindibile di ogni apostolato; dono gratuito di Dio che possiamo solo implorare con la preghiera (C.C.C. n° dal n° 1996 al n° 2005).

Pag. 221 (3° capoverso)

“La fede non è credere qualcosa con gli occhi bendati; non è credere qualcosa con l'incertezza se esisterà o no. Per Abramo la fede è prendere il figlio, stringerlo fra le braccia e ridere. Quelli che hanno avuto figli - vi ricordate di quando aveste il primo? - è una esperienza strana. Bene, immaginatevi quello che pensò Abramo quando ebbe questo figlio che sempre aveva desiderato e che mai aveva ottenuto; immaginatevi quello che avrà provato ad averlo ora quando lui aveva 90 anni e sua moglie era sterile.”

Nota: Nel suo entusiasmo Kiko dimentica che l'atto di fede in Abramo viene ancor prima che egli prenda fra le sue mani il figlio della promessa. Altrimenti anche la sua fede verrebbe ridotta ad una esperienza naturale che non basta per la salvezza, che è opera soprannaturale. Solo per questa fede egli è stato giustificato (Rm 4,3).

Pag. 221 (ultimo capoverso)

“Dio non l'ha (Abramo) eletto perché lui sia buono o migliore di qualche altro: come neppure ora Dio sta sciogliendo te perché tu sia il migliore. Anzi, dice San Paolo, Dio sempre sceglie il peggiore per confondere il mondo, sceglie il più peccatore e il più basso per confondere quelli che si credono qualcuno (1Cor 1,27)”

Nota: Forse la traduzione dallo spagnolo delle parole di Kiko non è esatta. In italiano il sostantivo “peggiore” indica sempre un soggetto con qualità negative in senso morale.

San Paolo con la sua frase (1Cor 1,27 seg) intendeva ricordare che Dio per le sue opere non si cura dell'autosufficienza umana, che tiene conto dei privilegi di casta, di borsa, di cultura o di prestigio. Per Kiko, invece, Dio sceglie sempre il più peccatore. Anche se confortante, questa interpretazione non coglie però il pensiero dell'Apostolo.

Pag. 222 (1° capoverso)

“Perché il cristianesimo non è una tortura. Gesù non è venuto a torturare nessuno, non è venuto per dire: sacrificatevi peccatori, soffrite e sopportate come io ho sofferto. Che nessuno dica cose simili. Gesù Cristo à venuto a soffrire perché tu non soffra, è venuto a morire perché tu non muoia: Lui sì che muore, tu no; in modo che ti si regala gratuitamente la vita, a te e all'ultimo disgraziato della terra, al più peccatore, al più vizioso, all'assassino, a chiunque sia si regala una vita eterna che non finisce mai.”

Nota: Altro è dire che il cristianesimo non è una tortura, altro è affermare che le conseguenze che l'uomo deve accettare per seguire Cristo e diventare suo autentico discepolo non sono impegnative (Mt 10,38; 11,29; 16,24; 19,21; Lc 6,47; 9,23; 14,26; 14,27; Mc 8,34; Gv 12,26; 13,15). Il C.C.C. n° ricorda che i discepoli di Cristo devono imitarlo (n° 426, 427, 428, 562, 520, 521, 618, 1694 e 1697). Giovanni Paolo II ripete (RH 10) che la Redenzione è avvenuta per mezzo della croce e che attraverso la croce e la morte ci conduce alla resurrezione.

“Dio ci dà la vita eterna quella che non finisce mai” dice Kiko. Ma la vita eterna promessa da Gesù è la conoscenza e la visione del Padre (Gv 3,36; 5,24; 6,40), e non una durata nel tempo senza fine.

Pag. 222 (2° capoverso)

“Guardate quello che dice S. Paolo di Abramo...

L'incredulità non lo fece vacillare, anzi la sua fede lo riempì di forza e diede gloria a Dio persuaso che potente è Dio per compiere quanto ha promesso. Questo gli fu computato come salvezza, gli fu computato come giustizia. E le Scritture non dicono che fu computato a giustizia solamente per lui, ma anche per noi, a cui deve essere imputata la fede, a noi che crediamo in colui che risuscitò dai morti Gesù Cristo Signore nostro, che fu consegnato per i nostri peccati e fu risuscitato per la nostra giustificazione (Rom 4)”.

Nota: “Abramo non vacillò nella sua fede perché quardò non alla sua natura, ma alla Parola di Dio. Questo atto di fede bastò per giustificarlo “questo gli fu computato come giustizia” (Rm 4,3).

Anche noi, se crediamo, veniamo giustificati perché la fede diventa il titolo che ci accredita (imputa) la giustizia.

Pag. 222 (ultimo capoverso e inizio pagina successiva)

“Tu darai gloria a Dio se credi che Dio può fare di te, che sei un peccatore, lussurioso, egoista, attaccato al denaro, un figlio di Dio che ami come Gesù Cristo. Tu credi questo? Questo lo farà Dio non tu. Per questo il cristianesimo è una buona notizia per i poveri e i disgraziati. Il cristianesimo non esige nulla da nessuno, regala tutto”.

Nota: La santità, che si oppone al peccato, è frutto della grazia di Dio, ma anche della corrispondenza dell'uomo. Se manca questa, nessuna grazia diventerà efficace. Kiko, con la sua catechesi, insegna che tutto, quindi anche la scomparsa dei vizi, è opera di Dio: “questo lo farà Dio non tu”.

Il Concilio di Trento (D. 814) dichiara che la volontà umana rimane libera sotto l'influsso della grazia, con la quale l'uomo deve cooperare e non comportarsi solo passivamente. Su questo punto ci sono altre definizioni della Chiesa: cfr. D. 1093, 794, 815-816, 1094.

La Sacra Scrittura pone in risalto non solo la grazia di Dio ma anche il fattore umano (cfr. Deut 30,19; Eccl 15,18; 31,10; Mt 23,37; At 7,51; 2Cor 6,1; Fil 2,12).

Anche il nuovo Catechismo della Chiesa Cattolica la conferma ai n° 545, 546, 591, 1811, 1987, 1989, 1993, 2001 e 2002.

Pag. 223 (2° capoverso)

“Gesù Cristo... Lui si è fatto peccato al posto tuo.”

Nota: Gesù si è fatto peccato nel senso che si è fatto vittima per il peccato (cfr. Gal 1,4; 1Cor 15,3; Rom 4,25; 2Cor 5,21).

Pag. 223 (2° capoverso)

“Anche voi state per essere trasformati in Spiriti che danno la vita, e potrete dare la vita agli uomini, come in questo momento, io sto dando la vita a voi, attraverso la Parola di Dio depositata in me, come Lui, il Signore, la depositerà in voi e darete la vita ad altri fratelli”.

Nota: Il discorso è teologicamente poco chiaro. La persona di Cristo, anche se vive misteriosamente nella Chiesa, non perde la sua individualità per fondersi in una realtà dai contorni indefiniti. Se la Chiesa è comunione misteriosa ma reale tra il corpo di Gesù e il nostro, tutti i credenti diventano membra del Corpo di Cristo, uniti a Lui in modo arcano ma reale. Ciò non annulla la diversità delle membra. Cristo e la Chiesa formano dunque il Cristo totale che lo Spirito Santo rende tempio del Dio vivente (C.C.C. n° 787, 790, 791 e 797). Da qui nasce nel cristiano l'impegno di vivere le conseguenze della sua incorporazione a Cristo, testimoniandola in tutte le circostanze della sua vita.

Pag. 224 (1° capoverso)

“Molti hanno una idea di Dio molto sdolcinata. Pensano che Dio è “buonino” secondo il loro modo di vedere. Siamo ingannati dalle false immaginette della prima comunione. Una signora mi diceva: Ah, quando lei parla così soavemente, mi ricorda Gesù Cristo, ma quando si mette a gridare no... Perché noi crediamo che Gesù Cristo era sciropposo, di zucchero, così, con le sopracciglie ritoccate e la mano così... State attenti! Stiamo per demistificare alcune idee di Dio, altrimenti non possiamo capire il Dio della Bibbia che è lo stesso Dio che si è manifestato in Gesù, che è un Dio potente. Gesù Cristo si arrabbia e dice ai Farisei: razza di vipere, perché siete tutti sepolcri imbiancati all'esterno, ma dentro pieni di porcherie e di carogne. Non credo che per dire questo parlasse così dolcemente.”

Nota: Ritorna l'idea del Dio “buonino”, del Gesù “mieloso, sciropposo” che non sarebbe il vero Dio della Bibbia. Vedi quanto detto a pag. 115 e 139.

A Kiko bisogna ricordare l'insegnamento della Chiesa che nel Cuore trafitto di Cristo vede il simbolo del suo amore umano e divino (C.C.C. n° 478); come il Costato aperto di Cristo ricorda l'inizio e la crescita della Chiesa (ivi, 776). Esso, inoltre, è stimolo per i consacrati (ivi, 932). È dal suo Cuore che nascono le parabole della misericordia che ne rivelano le insondabili profondità (1439). Il Cuore di Cristo rivela ai sofferenti che essi sono particolarmente vicini al suo cuore (ivi, 1658); Cuore che la Chiesa adora, venera ed invoca (ivi, 2669). Kiko, da artista moderno, si scaglia non solo contro certe immagini, ma contro quello che esse significano. Arriva così ad attribuire a Cristo parole che Egli non ha mai pronunziato, od interpreta come manifestazioni di ira ciò che invece è rivelazione della falsità dell'atteggiamento farisaico.

Kiko non ricorda che l’ira è una “passione” che può avere manifestazioni buone e cattive. Queste ultime certamente non ci sono in Gesù, né si trovano nel vangelo.

Pag. 224 (3° capoverso)

“Dio comanda ad Abramo: Sali sul monte Moria e sacrificami il tuo figlio”. Perché Abramo, che è amato da Dio, si è messo in una posizione tale che stava cominciando a dubitare, ed era capace di non fare la volontà di Dio, per l'amore esclusivo che aveva per questo figlio. Cosa che può succedere a te...”.

Nota: Dalla Bibbia non risulta che Abramo cominciasse a dubitare di Dio per l'amore esclusivo che aveva verso il figlio Isacco. Questa interpretazione serve a Kiko per dimostrare l'identità tra il Dio terribile del V.T. e quello del N.T. ed avvallare l'interpretazione letterale di Lc (14,26) che tutti gli esegeti respingono per le elementari leggi dell'ermeneutica.

Pag. 226 (4° capoverso)

“San Paolo dice: Abramo pensava che Dio è così potente da poter risuscitare suo figlio. Per questo l'uomo che ha fede quando gli muore un figlio non gli succede niente. Sa confidare...”.

Nota: La frase è ripetuta a pag. 262 dove si dice che il cristiano non piangerà se gli muore qualcuno. Ma il Verbo di Dio incarnandosi non ha creato una religione per disincarnati. “L'atteggiamento del cristiano di fronte alla morte, non è negazione della tristezza e neppure (come ha ragione di fare il materialista), ma una mestizia consolata” (Card. Joseph Raztinger).

La morte di una persona cara, anche per il credente, è sempre un trauma profondo del cuore, che Gesù stesso ha voluto sperimentare (Gv 11,35).

 

Pag. 228 (4° capoverso)

“Abramo ha percorso un cammino per imparare a credere. Così abbiamo visto che la fede è un cammino. Chi desidera sapere cosa è la fede deve guardare questa parola di Dio che è Abramo. Perché la fede non si acquista magicamente, ma è un camminino. Bisogna imparare a credere percorrendo un cammino che è il catecumenato.”

Nota: Anche se per imparare a credere è necessario un cammino di fede, non è però il neo catecumenato l'unica strada da percorrere.

Pag. 229 (7° capoverso)

“Giacobbe è eletto da Dio. Perché? Perché Giacobbe rappresenta tutto quello che è il popolo di Dio. Dio non ha eletto il popolo di Israele perché fosse buono, ma perché è il peggiore di tutti gli altri, un gruppo di schiavi. Quel popolo che nessuno ha amato, Dio lo ha eletto come suo popolo”.

Nota: In tutti i passi del V.T. in cui si parla dell'elezione di Israele non si dice mai che esso fu scelto perché era il “peggiore” di tutti. In Deut 7,7 il motivo della scelta non fu quello della numerosità del popolo, perché Israele era il più piccolo di tutti i popoli. Dio ha scelto perché ha voluto così, e nessuno può chiedere spiegazioni a Dio (Gv 9,12). Dio usa misericordia con chi vuole (Rm 9,6-18). Gesù chiamò a sé quelli che volle (Mc 3,13). Kiko, forse per ispirare fiducia ai grandi peccatori, confonde tra il motivo della scelta di Dio, (che certamente sta nel suo amore infinito), e l'estensione della medesima, dalla quale neppure i peggiori, vengono esclusi.

Pag. 236 (2° capoverso)

“Questa storia è la tua storia, Questo è un evento primordiale e che è una Parola di Dio in eterno per tutte le epoche e nazioni.

Questo si compie letteralmente. Si è compiuto già in pienezza in Gesù Cristo e si deve compiere in te. Se non sei dentro questa Parola, sei perso, perché fuori di essa c'è solo morte.”

Nota: Indubbiamente l'esposizione dell'esodo è vivace e le applicazioni toccano gli ascoltatori. Onestamente si deve riconoscere questo merito a Kiko che ha anche l'abilità di coinvolgere personalmente i presenti. Con molta abilità egli continua a presentare il catechista come il nuovo Mosè che sta conducendo l'ascoltatore fuori dalla schiavitù (pag. 238).

Pag. 238 (ultimo capoverso)

“... la spiegazione della parola la dò io...”.

Nota: Kiko domanda ai presenti la loro spiegazione della parola ascoltata; ma se la risposta non concorda con la sua allora dice: “la spiegazione della parola la dò io”. Egli solo si sente autorizzato a spiegare il senso delle Scritture. E se l'interlocutore insiste, Kiko lo blocca: “tu non puoi dare una interpretazione a modo tuo poiché c'è una interpretazione che è quella che dà la Chiesa”. Anche se ciò è vero, egli identifica la sua spiegazione con quella della Chiesa. E ciò non è sempre vero.

La regola giusta qui riportata vale purtroppo solo per gli altri. Kiko infatti interpreta spesso la Parola di Dio adattandola alle finalità che in quel momento si prefigge. E se qualcuno osa rimproverare i catechisti N.C. per una interpretazione troppo massimalista o contraria a quella data comunemente dalla Chiesa (vedi p.es. l’interpretazione di Mt 10, 17-22, Lc 18, 18-27 e Mt 19,16), l’oppositore viene definito “indemoniato”. Con questo appellativo vengono chiamati quanti dissentono dalle interpretazioni della Bibbia date da Kiko, che, forse, non ha mai letto quanto dice il Papa alla Federazione per l’Apostolato biblico il 6 agosto 1984.

Agli stessi n.c. il Papa, il 20-2-1983, aveva detto a riguardo della catechesi: “Seguire i metodi, le indicazioni, gli itinerari, i testi, offerti dagli Episcopati, come pure esercitare il ministero della Catechesi nella comunione e nella disciplina ecclesiale, con riguardo al ministero fondante del Vescovo e dei presbiteri a lui associati, sarà un prezioso aiuto per la vostra catechesi, a tutti i livelli...”.

I N.C. hanno, invece, le loro catechesi, fatte a “loro modo”. Non seguono affatto le indicazioni e i temi dei Vescovi. Il loro catechista è l’apostolo “che sa certamente se tu sei cristiano,” (pag. 30); “lui ha, in nome del Vescovo, il carisma di discernere gli spiriti” (pag. 188); “Se non c’è obbedienza al Catechista non c’è cammino catecumenale” (pag. 353); “queste comunità le dirigiamo noi in nome del Vescovo... Il Parroco presiede la chiesa locale” (pag. 370).

Tuttavia essi non fanno parte della Chiesa perché sono cristiani solo quando avranno rinnovato il Battesimo dopo venti anni di cammino! (pag. 361 e 369).

Il Sacerdote nella comunità è soltanto il presidente dell’assemblea. Presidenza solo rituale e sacramentale che non comporta alcuna autorità magisteriale. Infatti è il laico che guida la comunità e ne è responsabile (or. pag. 371-372). Il Sacerdote avrà contatti con la comunità soltanto tramite i Catechisti.

Ciò contraddice il dettato del Sinodo di cui a pag. 343 di “Orientamenti...”, e della P.O. n° 6 e 9.

Pag. 240 (2° capoverso)

“Questa Parola ci dice che Dio è quello che rompe tutte le nostre morti che ci attanagliano: rompe il cerchio della schiavitù d'Egitto, rompe il mare che minacciava di morte, rompe la morte della mancanza di pane, quella della mancanza della carne, quella della mancanza di acqua, quella dei nemici che abitano la terra: DIO APRE CAMMINI ATTRAVERSO LA MORTE E VERSO LA TERRA PROMESSA.”

Nota: Kiko molto abilmente presenta il racconto biblico attualizzato nella realtà presenti: per cui tutto quello che l'uomo può considerare “morte”, Dio lo distrugge perché Egli interviene ad aprire il cammino attraverso la morte. Ecco l'esodo. Questa attualizzazione è certamente bella, anche se in parte vera, perché l'obiettivo primo che Dio si è proposto è la liberazione dal peccato che è la vera morte dell'uomo. Insistendo, come fa Kiko, sugli aspetti temporali c'è il pericolo di presentare la Redenzione come un'ideale bello ma prevalentemente umano; e non come una realtà che trascende l'uomo perché lo inserisce in un piano soprannaturale. Sembra, in altre parole, che si respiri ancora, nelle catechesi di Kiko, il clima del V.T. dove la felicità promessa da Dio è tutta incentrata sui beni della terra.

Pag. 241 (5° capoverso)

“IN LUI SI E' COMPIUTA QUESTA PAROLA, PERCHE' ISRAELE, COME TE COME ME, SEMPRE E' STATO INFEDELE A QUESTA PAROLA. PER QUESTO, SICCOME NESSUNO E' CAPACE DI COMPIERLA DIO CI DA' IN GESU' CRISTO GRATUITAMENTE QUESTA PAROLA COMPIUTA”.

Nota: Kiko insiste sulla gratuità del dono di Dio. Ma anche se questo è vero non significa che il dono della salvezza non debba essere accettato dall'uomo. Ciò comporta impegno, corrispondenza, che se dovessero mancare, a nulla varrebbe il dono datoci gratuitamente da Dio. Come non è valsa la liberazione, i prodigi da Lui compiuti a favore di Israele, per quelli che non hanno corrisposto! Parlando con i lontani, è bene aprire il cuore alla speranza nella misericordia e nell'amore di Dio; ma è necessario anche ricordare la necessità di non rendere vano questo amore di Dio verso di noi.

Pag. 244 (2° capoverso)

“Se Cristo vive in me, mi dà gratuitamente la possibilità di realizzarmi secondo Dio, di non ribellarmi a Dio...”

Nota: Kiko parla sempre del dono gratuito della grazia, ma non parla mai, come dovrebbe fare un catechista preparato, della necessità della risposta dell'uomo.

 

Pag. 246 (2° capoverso)

“Dice S. Agostino: “Quanti amano Dio per la sua pietà sono mansueti, cercano in questi libri la volontà di Dio”.

Anche S. Paolo dice a Timoteo (2Tim 3,16): tutta la Scrittura è ispirata da Dio e utile per insegnare, convincere, correggere e formare alla giustizia, perché l'uomo di Dio sia completo e preparato per ogni opera buona. E riferendosi agli avvenimenti dell'Antico Testamento dice: “Tutte queste cose accaddero loro come esempio e sono state scritte per ammonimento nostro, di noi per i quali è arrivata la fine dei tempi” (1Cor 10,11). E Gesù ci dice: ''Scrutate le Scritture, dato che credete di avere in esse la vita eterna; ebbene sono proprio esse che mi rendono testimonianza” (Gv 5,39).

Nota: Le citazioni ci ricordano che la Rivelazione contenuta nella Bibbia, non ripete solo il racconto di quanto Dio ha fatto per attuare il suo disegno di salvezza, ma anche quanto si è degnato farci conoscere sul mistero della sua vita intima. Il contenuto della Sacra Scrittura è “il complesso” delle manifestazioni di Dio, che riguardano “eventi e parole” intimamente connessi tra loro (D.V. 2). Oltre ai dati riguardanti fatti storici, la Bibbia contiene anche verità e norme di vita che l'uomo deve conoscere ed attuare (D.V. 2; C.C.C. n° 51 e ss).

Pag. 247 (8° capoverso)

“Per prima cosa fate una panoramica della storia della salvezza con questo disegno:

Nota: Il disegno già riportato alla pag. 58 è ambiguo per la parentesi posta dopo l'anno 314 e che abbraccia sedici secoli, fino al 1962. Vedi la nota a pag. 58.

Pag. 248 (2° capoverso)

“E' molto importante avere davanti questo disegno nella catechesi perché si comprenda come si è formata la Bibbia e la differenza che c'è tra Parola di Dio e Scrittura, che sono le due cose da vedere in questa catechesi.”

Nota: La differenza di cui parla Kiko può sembrare ovvia, se si intende, come lui fa, per “Parola di Dio” ogni intervento divino nella storia riportato nei libri della S. Scrittura. Teoricamente si può pensare che non tutti gli interventi di Dio siano stati documentati con la Scrittura, analogamente a quanto afferma Giovanni (21,25) quando dice che non tutto quello che Gesù ha detto o fatto è stato riportato nel Vangelo. Ma prescindendo dalle infinite possibilità di intervento di Dio nella storia dell'uomo, quello che Dio realmente ha fatto per realizzare il suo piano di salvezza noi lo conosciamo solo mediante i documenti che raccolgono la sua rivelazione (C.C.C. n° 51,52 e 53).

Perciò la “Parola di Dio” (intendendo con essa “tutti gli interventi di Dio”) e “la Sacra Scrittura”, si identificano. Non c'è infatti “Parola di Dio” al di fuori di quella riportata nella Sacra Scrittura. Questo è l'insegnamento di tutti gli esegeti cattolici che chiamano l'insieme dell'attività attraverso la quale Dio parla agli uomini, con il termine “rivelazione”. Tuttavia il concetto contenuto in quel vocabolo, nella Bibbia viene espresso con parole e frasi molteplici (vedere - udire - aprire gli occhi - rivelare).

Anche perché l'oggetto della Parola di Dio non è soltanto una scena da contemplare, o una nozione da ricevere. Si tratta infatti della rivelazione di Dio stesso come persona vivente. Specialmente il termine privilegiato che è “Parola di Jahvè”, indica nel V.T. tutte le cose rivelate da Dio in vista della costituzione del suo popolo. Perciò oltre le leggi divine, indica anche quelle morali, civili, penali e religiose. Da qui la centralità e la necessità della “Parola di Dio” per Israele.

Non hanno senso perciò le parole della pag. 249 dove Kiko distingue tra Parola e avvenimento, ricorrendo ad interpretazioni suggerite dalla “mentalità occidentale”. Il termine “Parola” (Logos - Verbum) preso dall'ambiente greco ellenistico indicava, secondo la letteratura sapienziale, una “persona” legata a Dio e da questi inviata al mondo per orientarlo verso la vita. Questa personificazione della “Parola” è parallela con quella delle personificazioni della “Sapienza” e dello “Spirito di Dio”. Anche se i testi nei quali si fa questa personificazione della Sapienza non hanno ancora il senso del N.T., tuttavia servono a scrutare il mistero del Dio unico e ne preparano una rivelazione più precisa. La speculazione teologica del V.T. ha applicato questo concetto dinamico della Parola (che rivela, agisce, opera infallibilmente ciò che Dio vuole), a tutta la sua storia, come anche alla creazione stessa nella quale Dio “parla e fa”. Se questo avviene per la storia e la creazione, avverrà anche per gli oracoli che riguardavano gli ultimi tempi.

Tenendo presente questo si comprende come l'espressione “Parola di Dio” non comprenda solo fatti, ma anche verità riguardanti la Sua Persona, la sua vita: verità che l'uomo deve accettare e credere.

Conseguentemente è inaccettabile quanto dice Kiko a pag. 249, dove afferma che la Bibbia non contiene fondamentalmente verità intellettuali.

Pag. 249 (1° capoverso)

“Così comprendiamo Gesù Cristo quando dice: io sono la legge e i profeti”.

Nota: La citazione, come di solito, è accomodata. Gesù ha detto: “questa è la legge e i profeti''; anche se Cristo, come dice S. Paolo (Rm 10,4) è il termine della legge.

Pag. 250 (1° capoverso)

“Dio ha chiamato da sopra tutti i popoli ed ha detto: Israele! Ed Israele ha volto gli occhi e si è incontrato con Dio: Dio ha conosciuto Israele e gli si è manifestato”.

Nota: Questa conoscenza di Dio qui è espressa in modo troppo antropomorfico. Dio per conoscere l'uomo non ha bisogno di volgere i suoi occhi su di lui. Meglio sarebbe stato dire: Dio si è fatto conoscere da Israele manifestandosi a lui. Infatti la conoscenza vera dell'altro non si ha dal solo incontro, ma dal manifestarsi dell'altro. L'incontro, senza questa apertura, provoca vicinanza ma non conoscenza.

Pag. 250 (2° capoverso)

“Di modo che S. Paolo dice: io conosco Dio nella misura in cui egli conosce me”.

Nota: La citazione oltre che imprecisa non rende il senso che intendeva Paolo. L’Apostolo afferma che l'uomo, per tutta la durata della sua vita terrena ha una conoscenza imperfetta, parziale di Dio, perché ottenuta attraverso il velame delle cose create e della fede. Questa conoscenza sarà sempre indiretta (C.C.C. n° 36 e ss), analogica, enigmatica, presentandoci la realtà come in uno specchio, che non riflette perfettamente le cose. Solo quando vedremo Dio a faccia a faccia nella visione beatifica, lo vedremo come Egli è. La conoscenza che Dio ha dell’uomo non potrà mai essere paragonata o equiparata a quella che l’uomo ha di Dio.

Pag. 250 (4° capoverso)

“Questo per noi è molto difficile da capire perché abbiamo una mentalità occidentale e una teologia razionalista... È orribile quando incaselliamo il cristianesimo in teologie che non servono ad altro che al nostro compiacimento intellettuale... Francesco d'Assisi evitò ogni tipo di teologia intellettuale...”

Nota: Kiko dopo aver criticato la “teologia razionalistica” che, a suo parere, c'è nella Chiesa e che si augura venga presto accantonata, cerca una convalida alle sue opinioni citando S. Francesco d'Assisi, che evitò ogni tipo di teologia intellettuale. Ma la storia narra che il santo di Assisi solo inizialmente riteneva “che i frati dovevano avere solo il vestito, col cingolo e le mutande”. È poiché con la scienza, specie in quel tempo, ci si procurava gloria e denaro, pensò che i frati minori non dovevano dedicarsi agli studi, sia per allontanare quella tentazione, sia perché si richiedevano forti spese per l'acquisto delle pergamene, dei libri, ecc. S. Francesco combatteva la scienza ampollosa che non si converte in vita, lo studio senza pensiero, lo studio egoista che si compiace di sé e non si sacrifica per gli altri. Tuttavia quando capì che la povertà da lui sposata va d'accordo con lo studio, dette il permesso e l'ordine di studiare iniziando col suo discepolo prediletto: S. Antonio di Padova, futuro dottore della Chiesa.

L'attacco alla cultura teologica Kiko lo ripeterà a pag. 329.

Sono esenti dalle sue critiche solo gli studiosi di liturgia “che hanno dedicato la propria vita a percorrere a ritroso il cammino delle fonti” (pag. 316).

Pag. 250 (4° capoverso)

“La teologia razionalista...”

Nota: La Teologia è sempre la scienza che ha per oggetto Dio. Essa è “naturale” se costruita partendo dalla ragione; è ''rivelata” se tratta di Dio e delle creature che si riferiscono a lui, alla luce della fede e della ragione.

Nella teologia positiva (biblica-patristica-storica) la Rivelazione assicura i dati della fede... La Teologia speculativa nasce da una speculazione che fondandosi si dati rivelati, espone una elaborazione razionale del dogma (P. Zoffoli: Diz. del Cristianesimo). Questa dipendenza dalla filosofia o dai vari rami del sapere, ci porta a forme e modi diversi di espressione della verità. L'oggetto rimane sempre Dio. Per Kiko è “orribile incasellare” il cristianesimo in teologie che, a suo giudizio, servono solo al nostro compiacimento intellettuale. Solo S. Francesco d'Assisi capì questo ed evitò ogni tipo di teologia intellettuale. Ma, come già detto, uscì dal suo primitivo atteggiamento, quando comprese che l'amore allo studio poteva essere un mezzo importante per crescere nella conoscenza e nell'amore di Dio. Per questo al suo discepolo, Antonio di Padova, disse: studia ed insegna, perché non si spenga in te lo spirito di preghiera. A Kiko ed ai suoi seguaci sembra che non conti lo studio della Teologia, ma solo quello della storia, dei fatti, della vita.

Certamente la Teologia serve a poco se rimane nel campo concettuale e non diventa elemento vivificante l'attività di ogni giorno. Ma anche il fatto storico non si capisce appieno se non alla luce della Teologia. La Bibbia insegna. Inoltre come si potrà parlare di Dio e del suo mistero se non si possiede la conoscenza anche delle formule adatte per esprimere tali verità? Ogni attività umana esige formule tecniche necessarie per la sua espressione. Come pure ogni conoscenza si acquista attraverso la mediazione dei sensi.

Kiko, a conferma della sua tesi, cita il caso Keller. Ma l'esempio addotto prova proprio il contrario. La bambina cieca, sorda e muta incominciò a dimostrare di aver capito quanto si faceva intorno a lei allorché si usò il linguaggio del tatto, l’unico senso che agiva. Lo stesso metodo si usò per comunicare con Benedetta Bianchi Porro... È pericoloso e contro la scienza affermare, come fa Kiko, che chi non sa parlare è persona solo in potenza. Se ciò fosse vero anche il feto nel seno materno, o l'handicappato grave, o il malato allo stadio terminale non sono persone in atto, ma solo in potenza? Kiko studi l'Enc. “Evangelium vitae”.

Anche gli esempi addotti alla pag. 251 non hanno alcun valore dimostrativo. Le parole dell'uomo hanno sempre un senso, anche se talvolta, specie nell'adulto, con corrispondono al suo pensiero. Colui che ascolta spesso crede anche a parole non vere. Ciò avviene perché questo ancora non ha il pieno uso della sua regione, o è privo di senso critico.

Tutto il discorso di Kiko relativo alla nostra mentalità razionalistica ed ellenistica nei riguardi della Parola, parte dal fatto che egli non ha capito il significato che nella Bibbia aveva questo termine “parola”, come più sopra abbiamo ricordato. Il sostantivo “concezione-mentalità” indica un modo di concepire e di esprimere la realtà. In questo senso ci può essere una “concezione” ellenistica, semitica, razionalista ecc.”. Ogni popolo infatti ha un suo modo di esprimersi, anche se le parole che usa possono essere identiche per molti aspetti. Per questi motivi l'esempio di “cappuccetto rosso” addotto da Farnes non è probante. L'insegnamento contenuto nella favola rimane valido in qualunque lingua essa venga raccontata. L'importante, anche se i termini usati sono diversi, che rimanga intatta la verità che si vuole inculcare.

Per questo motivo anche per conoscere la Bibbia non basta conoscere la lingua in cui è stata scritta. Si deve anche conoscere il modo di esprimersi, di vivere, il significato e la valenza dei termini usati ecc. Sembra che Kiko non tenga presente questi criteri quando dà la sua interpretazione della “Parola” partendo dall'inizio fino al significato ultimo che essa ha avuto.

Pag. 252 (tutta la pagina)

Nota: In questa pagina Kiko paragona la nascita di una comunità N.C. all'esperienza del popolo di Dio e della prima comunità cristiana.

Ogni comunità, anche quella N.C. non nasce direttamente da una esperienza o incontro personale con Cristo risorto, ma dalla testimonianza di chi afferma aver vissuto questa esaltante esperienza che vuole comunicare anche agli altri... In chi non è diretto testimone, la fede nasce dall'ascolto (Rm 10,17; C.C.C. n° 166). Una volta raggiunta la fede sentirà anche lui gli avvenimenti del Cristo, come realtà accadute per lui. È questo il logico itinerario di chi aderisce alla fede. Non sono le esperienze sensibili dì amicizia, di fraternità fatte nel corso di questo itinerario, a fondare la sua fede soprannaturale; poiché emozioni od esperienze non rientrano tra i motivi della fede soprannaturale (C.C.C. n° 1814), anche se possono e sono di fatto veicolo della fede stessa.

Kiko si sforza di mettere sullo stesso livello l'esperienza del movimento N.C. con quella fatta dalla Chiesa Primitiva. “Come lì, egli dice, anche nel movimento ciò che ha colpito, non è tanto un documento scritto, quanto una esperienza di vita”. Anche se ciò in gran parte è vero, non si può accettare la conclusione per cui nessuno potrà mai esprimere un giudizio sul movimento se prima non lo ha vissuto personalmente. Se ciò fosse vero anche i giudizi positivi di chi non ha vissuto l'esperienza N.C. non hanno valore! “Dategli, ad uno che non abbia ascoltato l'annuncio, gli scritti appartenenti al movimento N.C.. Non gli serviranno nulla”.

Per questo motivo i N.C. respingono ogni critica fatta da chi non ha fatto l'esperienza personale del Movimento, mentre accettano le lodi di quelli che questa esperienza non hanno fatto!

Pag. 253 (2° capoverso)

Gli Apostoli... “hanno visto come un prodigio indescrivibile (Cristo risorto) che sorpassa la loro ragione e si è fatto vita in loro. Gesù Cristo risorto è un evento storico per loro”.

Nota: Sembra da queste parole che la fede negli Apostoli non sia nata dalla loro adesione al messaggio e alla persona di Cristo risorto, ma dalla esperienza che ha trasformato la loro vita: “dal sentirsi in comunione con la natura, le cose”. Quindi non è nata da motivi soprannaturali. In questo caso la fede degli Apostoli era frutto di una esperienza sentimentale! Ma questa non è la fede.

Pag. 254 (1° capoverso)

“Questa Parola non esige nulla, è una buona notizia che viene a salvare il mondo: chi non l'accoglie rimane nell'inferno... Non si esige nulla da te...”.

Nota: Si ritorna anche qui al concetto ripetuto spesso da Kiko secondo il quale per ottenere la salvezza basta ascoltare e credere alla Parola, senza fare altro, senza modificare niente nella propria vita: “solo ti si invita a ricevere gratuitamente questa parola e credere in essa” (C.C.C. n° 176 e ss).

Pag. 255 (2° capoverso):

“Rallegratevi... poiché in voi nascerà una nuova creatura che salverà l'umanità! Ma come si realizzerà questo se io sono un egoista? Non ti preoccupare, lo farà in te lo Spirito Santo”

Nota: I primi ascoltatori di Pietro dopo la sua predica gli chiesero: “Che cosa dobbiamo fare?” (At 2,37). E S. Pietro disse: fate penitenza. Kiko invece dice: Credi, e basta!

Pag. 255 (5° capoverso)

“Cosa è successo con quelli che hanno accolto questa Parola? Hanno costituito una comunità neocatecumenale, hanno incominciato ad amarsi: si sono riuniti per pregare e ascoltare la Parola di Dio, come è successo a voi.

Nota: Continua lo sforzo di identificare il sorgere della Comunità N.C. con l'origine delle prime comunità cristiane. Come quelle, anche i N.C. affermano di non aver alcuno scritto. Ma Kiko non ricorda che se anche gli scritti del N.T. compaiono un po' più tardi della Pentecoste, la Chiesa aveva già ricevuto dal suo Fondatore la natura, la struttura, la finalità. Lo stesso avviene per le Comunità N.C. che nascono, crescono e si sviluppano secondo le direttive impartite da Kiko, al di fuori delle quali non è possibile far sorgere una loro comunità.

Quelli che hanno accolto la parola di Pietro non hanno costituito una comunità neo-catecumenale (di persone aspiranti a ricevere il Battesimo - questo erano i Catecumeni), ma una comunità di cristiani.

Appare da qui la confusione terminologica per cui si chiamano catecumeni o neo catecumeni, fedeli già battezzati, cresimati, comunicati uniti anche in matrimonio-sacramento.

Se il termine catecumeno ha un senso, non si dovrebbe procedere all’Eucaristia, come invece si fa nelle comunità di Kiko.

“La confusione terminologica non è forse una spia di una certa confusione teologica con evidenti riflessi pastorali?” (P.R. Falsini, in Vita Pastorale, 7 luglio 1996).

Pag. 256 (1° capoverso)

“Appena l'uomo si è separato da Dio, conosce la morte e, per paura che ha della morte rimane incapace di comunicare e di amare l'altro”.

Nota: Kiko ripete per l'ennesima volta la sua idea: l'uomo, per paura della morte, è essenzialmente incapace di fare anche il minimo bene. Vedere su questo punto le note precedenti.

Pag. 257 (3° capoverso)

“Dice Gesù che tutti gli uomini sono ammaestrati da Dio attraverso i fatti della loro vita (Gv 6,45)”.

Nota: Le parole riportate da Giovanni non si riferiscono alla rivelazione naturale, attraverso la quale l'uomo, in qualche modo, può conoscere Dio. “Nel passo citato Gesù annuncia le condizioni necessarie per credere in lui. La prima è quella di essere attratti dal Padre (v. 44): attrazione che è un dono che spinge l'uomo verso Gesù. La seconda è la docilità a Dio. “Sta scritto nei profeti: saranno tutti ammaestrati da Dio (v. 45 - da Is 54,13). A questa azione dei profeti gli uomini non devono opporsi, ma lasciarsi attirare da Dio. Con la sue parole Gesù introduce l'idea di una legge nuova impressa nell'intimo di ciascuno e destinata ad ogni uomo”. (cfr. Zevini: il Vang. di Giov.).

Pag. 257 (4° capoverso)

“Per aiutare l'umanità intera Dio sceglie un popolo e da esso si lascia conoscere, non parlandogli all'orecchio o facendogli discorsi, ma agendo in esso attraverso persone molto concrete. Agisce in favore di questo popolo attraverso segni e prodigi di modo che questo popolo non udrà ma vedrà, si sentirà preso dalle azioni di Dio...”

Nota: Dio quando sceglie Abramo per farlo capo del futuro popolo eletto, parla con lui (Gen 17,1 ss), gli propone un'alleanza, gli fa delle promesse. Nonostante tutte le apparenze in contrario, Dio rimane fedele alla sua parola e agisce per attuare quanto ha promesso. Abramo, quindi, prima udrà (non interessa come) e poi vedrà (anche se non sempre con chiarezza) l'attuarsi delle promesse di Dio. Anche il popolo d'Israele non percepirà con chiarezza questa fedeltà di Dio. I profeti spiegheranno che anche nelle prove che colpiscono il popolo si sta attuando la promessa di Jahvé. Intanto esso deve ubbidire a Dio ed osservare la sua volontà. Invece Kiko afferma che questo popolo deve fare una cosa sola: “credere e confidare nella parola di Dio (pag. 257). La fede del credente consiste per Kiko solo nel confidare. Ma questa è la fede di Lutero, non della Chiesa cattolica. Già ad Abramo (Gen 17,9) Dio aveva detto chiaramente che le sue promesse erano legate all'osservanza dell'alleanza.

Pag. 259 (2° capoverso)

“...ognuno di questi giudici è una Parola di Dio”.

Nota: Per capire questa espressione, ricordare quanto dice Kiko sul significato di “Parola di Dio” cfr. pag. 264.

Pag. 259 (3° capoverso)

“E se tu cadi in qualche aberrazione è perché Dio ha levato la sua mano da te, non solo perché tu l'hai voluto”.

Nota: Nello spiegare l'atteggiamento remissivo di David (2Sam 16,10 ss) si afferma quanto sopra. Ma attenti a non attribuire a Dio, che non rifiuta mai la grazia di cui uno ha bisogno per superare la tentazione (1Cor 10,13), la mancanza di corrispondenza che dipende solo e sempre dall'uomo.

Pag. 260 (4° capoverso)

“In questa purificazione dei suoi riti sacrificali ha una enorme importanza l'esilio. Dio gli invia profeti... che gli porranno innanzi la sua storia e diranno: perché piangete? Non ricordate che Dio fece questo e quello per voi?... Ma, di più, ora in esilio non hanno tempio. La loro spiritualità ormai non si basa più sui sacrifici del tempio: appare la Sinagoga ecc.”

Nota: Val la pena di ricordare che il culto, anche dopo l'esilio, aveva e avrà, fino a Gesù, il suo centro ed i suoi sacrifici che si compivano a Gerusalemme. La Sinagoga non è stata mai un luogo di culto, ma solo di riunione per la preghiera, per la lettura e la spiegazione della Legge (cfr. Gv 4,19-22).

Pag. 262 (1° capoverso)

Perciò noi cristiani non piangiamo i morti: i nostri fratelli che muoiono sono vivi”.

Nota: Il pianto dei cristiani per la morte dei loro cari, come quello di Gesù sulla tomba di Lazzaro (Gv 11,35), non è mancanza di fede nella risurrezione, ma esternazione più che legittima ed umana del dispiacere di aver perso, seppure temporaneamente, la presenza fisica di una persona cara. (Cfr. nota per la pag. 226 - 4° capoverso).

Pag. 262 (3° capoverso)

“Questa Scrittura, che è stata composta sotto l'ispirazione di Dio... è lettera morta, uno scheletro... A queste scritture danno vita quelli nei quali si compiono...”

Nota: Se la Parola di Dio è “Parola viva” perché frutto dello Spirito, non può essere “una lettera morta, uno scheletro”. Non è l'uomo che leggendo il libro santo ne apre il sigillo. Solo chi lo ha scritto ha il potere di farlo (Ap 5,5 ss). L'uomo, sotto l'azione dello Spirito può comprenderne il significato ed attuarlo nella sua vita. Ma anche davanti all'esperienza data da una persona o da una comunità, l'uomo può non capire niente della Parola di Dio se in lui non agisce lo Spirito del Padre che lo attira (Gv 6,44). La Scrittura diventa lettera viva specie quando non si oppone resistenza alla Grazia che agisce in noi (C.C.C. n° 107).

“Fa capolino in queste parole - di Kiko - la teoria che partendo da Betlemme, arriva oggi ad affermare che è il vissuto e le esperienze della Comunità che determinano la comprensione e l’interpretazione della Scrittura” (MESSORI, Rapporto sulla fede, pag. 192).

Pag. 264 (1° capoverso)

“Kiko ha spiegato come si è formata la Scrittura e che differenza c'è tra Parola di Dio e Scrittura... La Parola è avvenimento e gli avvenimenti non si possono riassumere tutti per iscritto...”

Nota: La D.V. 2 ricorda che la Rivelazione di Dio è “avvenuta con eventi e parole intimamente connessi, in modo che le opere compiute da Dio nella storia della salvezza, manifestano e rafforzano la dottrina e le realtà significate dalle parole, e le parole dichiarano le opere e chiariscono il mistero in esse contenuto”. Per Carmen, invece, la Rivelazione sono solo “fatti, avvenimenti”. Ma proprio perché tali sono contenibili negli scritti e in questi possono essere riassunti. Se qualche particolare o fatto non è stato riportato nello scritto, ciò è avvenuto perché lo scrittore sacro, sotto azione dello Spirito non lo ha ritenuto opportuno ai fini della rivelazione stessa. Questo dice anche Giovanni (21,25) e il Vaticano II (G. S. e L.G. 14).

Poiché la D.V. 2 chiama Parola di Dio “fatti, eventi e parole”, non possiamo dividere, come fanno Kiko e Carmen, Parola di Dio e Scrittura. È solo dalla Scrittura infatti che conosciamo gli interventi di Dio.

Anche se Gesù non ha scritto nulla, né ha comandato di farlo, noi conosciamo quanto ci ha rivelato attraverso gli scritti evangelici (D.V. 7). È da quegli scritti ispirati che dobbiamo attingere la conoscenza della sua volontà (D.V. 6-8-11).

La frase di Kíko: “Gesù ha compiuto molti eventi e in più ha lasciato un messaggio vivente nel cuore degli Apostoli... Ha lasciato vivente nello Spirito l'avvenimento della Risurrezione”, non è esatta. Gli Apostoli sono testimoni della Risurrezione non perché la vivano o la esperimentino in loro (pag. 265), ma perché hanno realmente visto il risorto, lo hanno toccato, sperimentato coi loro sensi (1Gv 1,1 ss). In essi poi, quell'evento ha prodotto la fede in Cristo Signore, mentre in altri, che pur lo avevano visto, questa fede non è nata.

Pag. 265 (1° capoverso)

“Ossia, tutta l'azione di Dio è una vita e la vita non si può racchiudere in bottiglie né in recipienti come il mare...”

Nota: 1) Che cosa significa la frase “l’azione di Dio è una vita?”; 2) Dio nelle sue rivelazioni non vuole racchiudere tutta la sua vita, ma far conoscere per quanto è possibile all'uomo il suo disegno di renderlo partecipe della sua stessa vita (Ef 1,9 ss; D.V. 6). Non ci sarà mai una rivelazione di Dio che ne sveli appieno la sua essenza. Dio è l'inconoscibile. Tutta la Scrittura ripete questa verità.

Pag. 265 (2° capoverso)

“La Parola di Dio precede la Scrittura. MA ANCHE LA ACCOMPAGNA. E' come se tu hai un liquido vivo in soluzione satura e lo lasci e comincia a cristallizzare. Questi cristalli sono parte del liquido. Allo stesso modo i riassunti scritti...”

Nota: I cristalli sciolti nella soluzione non sono la soluzione, ma nella soluzione che non contiene tutti i cristalli possibili, ma solo una certa quantità di essi. Così la Scrittura “contiene” soltanto quanto Dio ha voluto rivelare all'uomo (i cristalli), ma certamente non contiene Dio nella sua totalità. Così la parola della madre non è la madre stessa che entra nel bambino. È la sua parte spirituale, l'anima, che si comunica al figlio aiutandolo a sviluppare la seconda vita che questo possiede, quella dello spirito.

Pag. 265 (penultimo capoverso)

“La Parola è molto più della Scrittura”.

Nota: Sarebbe stato più esatto concludere dicendo che la Scrittura è il mezzo (la soluzione) che ci trasmette “quel cristallo” di verità che Dio si degna farci conoscere. Solo la Chiesa, a cui questa soluzione è stata affidata, è autorizzata a darci il senso del suo contenuto (D.V. 10).

Pag. 266 (2° capoverso)

“Perciò il libro non è importante, neppure se vogliamo, nella Chiesa... cioè questo libro in sé non è nulla, ma che sono gli apostoli, i vescovi coloro che trasmettono il libro, perché hanno il potere di aprire le Scritture.”

Nota: 1) Kiko, a pag. 94 dello Shemà, parlando della parola di Dio che è stata oggetto di studio per due anni nelle comunità N.C., dice: “essa ha un potere salvifico. È curioso trovare, ad es., molti preti che non credono che la Parola di Dio in se stessa abbia questo potere. Noi lo crediamo”. Qui, invece, dice che “questo libro non è importante... in sé non è nulla”. Qual delle due affermazioni è vera per Kiko?

2) Secondo la D.V. 7, Gesù ordinò agli Apostoli di predicare ovunque il Vangelo. Alcuni di essi, per ispirazione dello Spirito, misero in scritto l'annuncio della salvezza. Predicazione apostolica e Sacra Scrittura sono indivisibili nella Chiesa.

Le frasi di Kiko sono imprecise, se non addirittura di sapore protestantico. Il libro sacro, si dice, in sé non è nulla! No! ha una sua vita, una sua potenza perché frutto dello Spirito di verità e di vita. Gli Apostoli di ieri come quelli di oggi che lo trasmettono non sono essi a renderlo valido e vivificante.

Pag. 266 (ultimo capoverso)

“I corsi biblici che sono di moda durano una primavera, perché non essendo lì presente lo Spirito, che è nella comunità che si riunisce a pregare ed a proclamare la Parola, finiscono per essere una noia.”

Nota: Secondo la Carmen i tanti corsi biblici che in questo tempo si fanno dovunque, forse sarebbe opportuno abolirli, perché inutili e noiosi!? Soltanto le esperienze dei neocatecumenali apriranno il senso delle Sacre Scritture?

Pag. 268 (ultimo capoverso)

“La Parola precede, accompagna, e oltrepassa sempre la Scrittura. Oggi stesso è vivo il suo Spirito in cui prendono vita queste scritture. Perciò un'assemblea cristiana che proclama le Scritture è sempre molto più del libro: è lo Spirito che dà loro vita”.

Nota: L'assemblea non supera la stessa Parola di Dio, perché è questa a costituirla e darle vita. L'assemblea può essere una dimostrazione dell'efficacia della Parola. Ma può essere anche il luogo dove questa Parola viene falsata ed erroneamente interpretata. Vedi ciò che avviene nelle assemblee dei testimoni di Geova! Carmen cerca di valorizzare le assemblee neo catecumenali, dove si può constatare quanto sia efficace la Parola di Dio. Ma non solamente in queste assemblee si può avere la prova dell'efficacia della Parola di Dio.

Questo esclusivismo del movimento N.C. fa nascere il rimprovero che gli viene rivolto; di essere una “setta”!

All'inizio di questa catechesi, come di consueto, si fa il riassunto di quella precedente. Si ripetono così affermazioni già criticate: come “la Buona Notizia è che Gesù Cristo è stato inviato da Dio per liberarci dalla morte e dal peccato “(la morte è sempre messa prima del peccato)”. “Chi ha lo Spirito di questo Agnello (Gesù Cristo) potrà anch'egli aprire queste Scritture; queste ricevono vita nell'assemblea cristiana, in cui è presente Cristo risorto”.

Pag. 269 (3° capoverso)

“la buona notizia che Gesù Cristo è stato inviato da Dio per liberarci dalla morte e dal peccato, in modo che in Lui abbiamo la vita eterna - abbiamo risposto con una celebrazione penitenziale...”.

Nota: Si ripetono qui le note tesi di Kiko: Cristo è venuto per liberarci dalla morte e poi dal peccato.

Pag. 269 (5° capoverso)

“... questa Parola dovete riceverla dalla Chiesa. Questa Parola non la potete interpretare voi per conto vostro, ma deve essere spezzata per voi, come un pane, dalla Chiesa.”

Nota: Come già detto, l'interpretazione autentica della Parola di Dio spetta alla Chiesa (DV 12).

Pag. 270 (2° capoverso)

“... abbiamo detto che queste scritture ricevono la vita dall'assemblea cristiana, in cui è presente Cristo Risorto.

Nota: È l'assemblea che riceve vita dalla Sacra Scrittura.... (Cfr. nota per la pag. 262 - 3° capoverso).

Pag. 272 (ultimo capoverso)

“Fratelli: rallegriamoci! Perché Dio ci parla con parole semplici!...”.

Nota: È indubbia l'abilità di Kiko nell'organizzare cerimonie con riti e canti che colpiscono i partecipanti. È uno dei motivi del suo successo; anche perché quello che promette è sempre la felicità (pag. 273) in questo mondo. Sembra che Dio abbia creato l'uomo solo per questo. E tra promesse e canti si procede con lo stile dei Testimoni di Geova!

Pag. 274 (4° capoverso)

“Quello che stiamo cercando, fratelli, è lo Spirito Santo, il Dono di Dio, uno Spirito nuovo che ci faccia sentire la vita piena di felicità, che ci faccia vivere una vita intensa che ci sazi realmente”.

Nota: Uno dei motivi del successo di Kiko è che egli promette sempre ai suoi ascoltatori che troveranno la felicità in questo mondo. “Gesù Cristo ha dato il suo sangue perché voi possiate vivere nella felicità...”. Questa promessa la realizzerà soltanto il Movimento Neocatecumenale. Forse molti di voi sono già stati in qualche altro movimento nella Chiesa... Ebbene vi assicuro che il Regno di Dio oggi è vicino a voi più che mai”. Kiko assicura che il “movimento” è l'unica strada che porta alla felicità in questo mondo e alla vita eterna nell'altro! Fuori del movimento N.C. non c’è salvezza!

Pag. 275 (2° capoverso)

“Cioè, le promesse fatte ad Abramo, che gli avrebbe dato una terra, le promesse fatte ad Isacco, a Giacobbe... Dio le ha compiute in Gesù Cristo per noi. Di modo che voi siete i primi di questa generazione del 1972 che conoscete questa notizia, mentre molti uomini vivono angustiati con i loro problemi... con la paura della morte e delle malattie, senza sapere che Dio ha agito...”

Nota: Da come Kiko si esprime sembra che soltanto quelli che nel 1972 stanno ascoltando la sua parola vengano a conoscenza di quanto Dio ha fatto per la salvezza degli uomini. Che cosa ha fatto allora la Chiesa negli anni prima del 1972 e nei luoghi dove non è arrivato Kiko?

Le convivenze qui riportate sono il frutto di quanto è stato fatto in altre esperienze, perché servano da modello per quelle di ogni comunità. Le Convivenze sono uno degli elementi portanti del movimento. Per questo sono molto curate e preparate. Specialmente, per l'importanza che viene data ai segni esteriori, al simbolismo, a cui l'uomo moderno è particolarmente sensibile.

Riguardo al contenuto teologico si deve dire che non mancano delle buone applicazione morali, presentate con un linguaggio vivo, personalizzato, che piace a molti. Si arriva ad usare espressioni apparentemente provocatorie, contenenti concetti non sempre conformi all'insegnamento della Chiesa su di un determinato argomento.

Così non ci sembra esatto quanto si dice a pag. 283: “il giorno che tu non aiuti una persona concreta... pensa fratello che tu sei scomunicato dalla Chiesa”. Qui si esagera. La scomunica infatti è una pena medicinale che colpisce chi commette un atto contemplato dal Codice di Diritto Canonico e punito con questa pena (C.J.C. 1311 ss). Anche se si arrivasse ad odiare il fratello, questo peccato, da solo, non comporta la scomunica. Il peccato che ci allontana dalla Chiesa è la perdita della fede (C.C.C. n° 825-827-1428). Da aggiungere che tutti i battezzati sono figli di Dio, anche se attualmente in peccato.

Ugualmente ci sembrano esagerate le espressioni: (pag. 283) “noi non eravamo cristiani... mai avevamo ricevuto uno Spirito nuovo...” e “il nostro cristianesimo era uno schifo”. Il Battesimo dà a chi lo riceve il dono dello Spirito Santo. Se i frutti poi mancano, ciò dipende dalla mancata collaborazione alla sua azione santificante. Infine dalle parole di Kiko si ha l'impressione che egli non conosca la storia della Chiesa, né quella della sua Spagna, così piena di Santi, capaci di influire sulla vita di intere nazioni.

Pag. 283 (2° e 3° capoverso)

“Grazie a Dio che per fortuna oggi le cose cambiano: c'è gente marxista che non si confessa cristiana perché con questo cristianesimo non si è ottenuto nulla di buono...

“La cosa importante, fratelli, è che qualche cosa sta cambiando veramente: noi non eravamo cristiani, non conoscevamo niente di cristianesimo, siamo precristiani. Mai ci eravamo posti davanti alla Parola del Cristo, mai avevamo ricevuto uno Spirito nuovo avuto dal cielo, e per questo non davamo frutti e il nostro cristianesimo era uno schifo.”

Nota: Sembra che Kiko non abbia mai letto la storia della Chiesa costellata di opere di carità, di Santi. “Nulla di buono si è ottenuto”, egli afferma! Neanche un nemico della Chiesa arriva a tanto! Kiko, invece, continua a ripetere “che non eravamo cristiani ecc. ... mai ci eravamo posti davanti alla Parola di Dio ... il nostro cristianesimo era uno schifo ... “. Tutto ciò può essere sfogo di una esperienza personale, che possiamo rispettare ma non certo generalizzare a tutta la Chiesa.

Pag. 284 (1° capoverso)

“Essere cristiano significa conoscere profondamente la propria realtà, significa amare tutti gli uomini e che tu ti consideri l'ultimo uomo...”

Nota: Le espressioni accettabili si uniscono, come di consueto, ad altre che non lo sono. Il conoscere la propria realtà più profondamente non appartiene al campo del cristianesimo, ma della psicologia. Il cristianesimo insegna all'uomo che, al di là della sua realtà umana, egli ha in sé il dono soprannaturale della Grazia, per cui è diventato veramente figlio di Dio e partecipe, anche se in modo misterioso della stessa vita divina (1Gv 3,1).

Questo è essere cristiani!

Pag. 286 (1° capoverso)

“S. Paolo nella lettera gli Efesini dice che Dio ci ha fatto conoscere in Cristo il Mistero della sua volontà (Ef 1,9)... Per S. Paolo dunque il Mistero è qualche cosa che si può conoscere, una illuminazione della mente, qualcosa cui si può essere iniziati, cui si può partecipare. Non è cioè qualcosa di incomprensibile alla nostra ragione, da credere per fede, come siamo abituati a pensare con la nostra mentalità razionalistica. Mistero anzi vuol dire capire meglio; essere illuminati su una realtà che prima era nascosta. Vuol dire “iniziazione”...

Nota: 1) Abbiamo qui un altro esempio del massimalismo di Kiko. 2) S. Paolo nella sua lettera parla del piano salvifico di Dio che inizia con la nostra elezione in Cristo (v. 4) e si attua, come seconda fase, nella nostra incorporazione a Lui (v. 5), mediante la Redenzione operata da Cristo col versamento del suo Sangue che ci rimette i peccati. Tutta l'opera della redenzione ha tali abissali dimensioni che non può essere né intuita, né conosciuta da mente umana senza una speciale rivelazione. Essa è un mistero (v. 9) rivelato solo oggi ai santi” (Cipriani: l.c. pag. 544-545).

Kiko travolge tutto il senso della parola “mistero” ed anche il pensiero di Paolo. Se avesse letto più attentamente il testo di Doufour (Diz. di Teol. biblica), che egli consiglia a tutti i neo catecumenali, avrebbe evitato questa confusione. Confronti almeno il C.C.C. n° (n° 50, 51, 42, 158 ecc.) dove parlando di mistero si ricorda che con questa parola si intende quella verità che Dio ha fatto conoscere all'uomo, come esistente, senza tuttavia che l'uomo arrivi a comprenderne l'intima essenza, perché superiore alla sua capacità naturale. Le parole umane (C.C.C. n° 43), infatti, non esprimono Dio nella sua infinita semplicità. Esse esprimono sempre ciò che Egli non è e come gli esseri creati si pongono in rapporto con Lui.

nota generale

Poiché Carmen si attarda molto nella descrizione della Pasqua ebraica è necessario, per la comprensione esatta delle pagine che contengono la sua catechesi, premettere alcuni princìpi storico-dogmatici sull'Eucaristia.

“Nell'Antico Testamento c'è una istituzione che presenta sorprendenti analogie con l'Eucaristia: il memoriale. Secondo Luca (22,19 e 1Cor 11,24 e seg.) Gesù stesso ha posto la sua Eucaristia nella categoria del memoriale: “fate questo in memoria di me”.

Il memoriale tipico per gli Ebrei è la cena dell'agnello pasquale, stabilita da Dio come istituzione perenne (Es 12,14). La cena pasquale, non solo ricorda, ma fa rivivere l'esodo di un tempo, attualizzato dalla rappresentazione simbolica del memoriale, dove ognuno si sente presente al momento in cui l'avvenimento si è svolto.

Il memoriale rievoca il passato, lo fa rivivere e anticipa, profetizzandola, la dimensione escatologica. Infatti anche oggi la Pasqua è per gli Ebrei il luogo dove fiorisce la speranza di Israele.

Sacramento cristiano e memoriale ebraico corrispondono in queste tre dimensioni. Perché l'Eucaristia è anch'essa: rievocazione della Cena, la sua attualizzazione nel presente, e l'annuncio della sua realizzazione finale. Ma se la Pasqua ebraica e quella cristiana corrispondono nelle loro dimensioni, in profondità la distanza è infinita.

Si mangia infatti non un agnello, ma la stessa carne del Figlio di Dio che si è fatto l'agnello che toglie il peccato dal mondo; si celebra non una liberazione da una schiavitù umana, terrena, ma il mistero personale del Figlio di Dio incarnato, quello della sua morte in croce in cui mentre ci redime dal peccato, Egli viene glorificato.

L'approfondimento del memoriale del V.T. può, quindi, fornire una illustrazione del mistero eucaristico, ma certamente non apre la porta per la sua comprensione.

Perché il mistero pasquale di Cristo di cui l'Eucaristia è il memoriale, è nello stesso tempo, un mistero di morte, di risurrezione, e di presenza al mondo.

L'Eucaristia è presentata nei Vangeli come un rito pasquale che ha un riferimento essenziale alla morte e risurrezione del Signore: (cfr. Lc 22,15-18; Gv 6,4; 2,13; 13,1; 6,61-62; 6,51; 6,53; 1Cor 10,21; 11,20-27; 1Cor 11,23-25). Così pure il Vat. II, che vede nell'Eucaristia: “Il memoriale della morte e risurrezione, ... il banchetto pasquale” (S.C. 47-102-106; A.G. 14; U.R. 22; P.O. 4), tanto che fa acclamare al popolo dopo la consacrazione: “annunciamo la tua morte, o Signore, proclamiamo la tua risurrezione, nell'attesa della tua venuta.”

Dunque l'Eucaristia è il Sacramento di Cristo nel suo mistero pasquale; cioè, il Sacramento di Cristo nella sua morte, nella sua risurrezione, nella sua venuta attuale e futura ad un tempo. Con queste parole “mistero pasquale”, viene chiamato il mistero della Salvezza, compiuto da Gesù, con la sua morte - resurrezione - parusia.

L'Eucaristia è il Sacramento di Cristo che si rende presente alla Chiesa e si offre ad essa, nella sua Pasqua, cioè nella morte in cui è glorificato.

Celebrando l'Eucaristia noi ci uniamo a Cristo nel suo mistero pasquale (morte - resurrezione - parusia).

Da questo scaturisce, perciò, che l'Eucaristia è un sacrificio. Molti sono gli argomenti che si desumono dalla Sacra Scrittura: le parole di Gesù che, nella Cena, presenta il dramma della sua morte (Mc 14,24; 1Cor 11,25; 10,16): “Corpo offerto” e “Sangue versato”; “Sangue di alleanza eterna e nuova”; sangue perciò di un sacrificio. Per cui ne consegue che i cristiani (cfr. 1Cor 10,21) non possono comunicare, nello stesso tempo al sacrificio di Cristo e a quelli che sono offerti agli dèi dei pagani.

La stessa verità è confermata dalla Didachè che esorta i cristiani a “celebrare l'Eucaristia, dopo aver confessato i peccati, perché il loro sacrificio, sia puro” (Didachè 14).

Il sacrificio di cui si parla in questo testo è l'unico che esiste nel cristianesimo: il sacrificio di Cristo, nella sua morte alle porte di Gerusalemme (Eb 7,27; 9,12-26; 10,12-14).

Anche se S. Paolo ricorderà scrivendo ai Corinzi, l'aspetto fraterno della Cena, egli fa risaltare il suo aspetto sacrificale (1Cor 11,17-34).

Oggi da molti si pone l'accento sul pasto comunitario, sulla festa della fraternità, sull'assemblea di lode.

Ma prima di tutto questo e più di tutto, l'Eucaristia è la presenza del Signore! La prima comunità cristiana ha sempre riconosciuto questa presenza di Gesù risorto in mezzo a loro durante questa Cena. Se l'Eucaristia non fosse il Sacramento del Sacrificio di Cristo, non lo sarebbe neanche della sua presenza: perché il Corpo e il Sangue presenti nel pane e nel vino, sono il Corpo dato e il Sangue versato. Non si può ritenere reale la presenza, senza affermare che è quella di Cristo nel suo sacrificio.

Ne consegue che l'Eucaristia è sacrificio perché presenza reale di Cristo, che vi è presente nel momento in cui dà il suo Corpo e versa il suo Sangue = nel momento cioè in cui compie il sacrificio.

Non si può, dunque, distinguere, dissociandole, l'Eucaristia-presenza, e l'Eucaristia-sacrificio (come fanno i N.C.), essendo l'Eucaristia sacrificio perché presenza, e viceversa.

Esiste una differenza tra la Messa e l'Eucaristia fuori della Messa.

Questa differenza non è in Cristo, ma nella rappresentazione del mistero di Cristo; più ampia nella Messa.

Essa consiste, inoltre, nel fatto che la Chiesa talvolta celebra, talvolta conserva l'Eucaristia.

Quando celebra l'Eucaristia, il Sacrificio di Cristo diventa quello della Chiesa. Ciò avviene particolarmente durante la Messa. Ma l'incontro con Cristo e la partecipazione al suo Sacrificio si realizzano anche nell'Eucaristia portata ai malati, ai prigionieri ecc., e in ogni azione in cui la Chiesa circonda l'Eucaristia della sua venerazione. L'accoglienza della Presenza è sempre partecipazione al mistero Pasquale.

Quando l'Eucaristia è solamente conservata, fuori di ogni presenza del fedele, non c'è un incontro comunicante, né Sacrificio della Chiesa.

Tuttavia Cristo è sempre presente nel suo sacrificio.

Non sono dunque i segni, da una parte il pane simbolo del Corpo, dall'altra il vino simbolo del Sangue versato, che spiegano il carattere sacrificale dell'Eucaristia. Essa non è il sacrificio di Cristo in ragione dei segni, che del mistero sono soltanto l'espressione del nostro mondo. All'origine dell'Eucaristia sta il mistero pasquale che la fa essere sacrificio (cfr. François - Xavier Durrwell: L'Eucaristia, Ed. Paoline).

L'Eucaristia attualizza perciò, e ripresenta nel nostro tempo, la Pasqua di Gesù, il suo sacrificio con cui l'uomo è ricongiunto e riconciliato con Dio.

Anche se noi questo rito lo chiamiamo Eucaristia, o ringraziamento (dal greco) per il fatto che Gesù, prima di pronunciare le parole consacratorie recitò la preghiera di ringraziamento, la sua essenza non sta nel ringraziamento che l'uomo dà a Dio per la benevolenza che Egli ha dimostrato verso di lui (come afferma Carmen), bensì nel rito stesso che ha un valore essenzialmente sacrificale, perché conclude la nuova ed eterna alleanza di Dio con l'uomo.

Questo rito diventa, perciò, un atto di una solennità cosmica e divina, perché racchiude, da un verso, la realtà della miseria dell'uomo, il suo peccato, e dall'altro l'infinita misericordia di Dio che, viene incontro all'uomo peccatore per salvarlo.

Il rito della Messa ripresenta sacramentalmente quel gesto di amore infinito del Figlio di Dio che si compì sul Calvario.

La Messa è l'attualizzazione dell'atto umano e divino del ristabilimento dell'alleanza dell'uomo con Dio. È questo stesso atto che viene fatto presente adesso, ed al quale anch'io sono fatto presente con l'Eucaristia per cui posso dire: anch'io ero lì, quando Gesù moriva!

Mentre questa realtà sacramentale si realizza, nasce spontanea, come prima conseguenza, l'adorazione del mistero.

Possiamo dire che, in un certo modo, nel cristiano che assiste alla Messa, nasce lo stesso sentimento che prese il popolo ebraico al momento in cui realizzava la prima alleanza (Eb 20,18 seg e Eb 24,1 seg.); un sentimento di adorazione profonda di fronte a Dio che si rivela. La liturgia della Messa, suggerisce per noi gli stessi sentimenti: adorazione e contemplazione, e li esprime con l'acclamazione dei presenti con la quale essi dicono la fede meravigliata, estatica, per quanto si è svolto sull'altare (“mistero della fede!”).

Un'acclamazione che riecheggia quella del Centurione, che davanti ai segni accompagnanti la morte di Gesù, esclama: “costui era davvero il Figlio di Dio!” (Mt 27,54).

All'acclamazione segue la preghiera, simile anche se più ampia di quella ai piedi del Sinai, fatta a Mosè dal popolo. La Chiesa supplica fiduciosamente il Signore ad accettare l'offerta del Figlio Suo, perché è certa che il Padre l'accoglierà.

Dopo l'adorazione viene il momento del ringraziamento; della gioia, piena e completa. Gli apostoli, recitato l'inno di lode (il grande Hallel) uscirono dalla Cena.

Così il cristiano, prima di ritornare al Getsemani della sua vita ordinaria, canterà al Signore il suo grazie! Solo dopo l'adorazione profonda, che verrà alimentata dall'incontro sacramentale con Lui, fatto cibo e bevanda, esplode nel fedele l'inno del ringraziamento per gli immensi doni ricevuti.

Anche se i termini che utilizziamo parlano di Eucaristia (= ringraziamento), perché essa è l'attualizzazione del Sacrificio redentore compiuto sul Calvario, il nostro ringraziamento verrà nel momento successivo della realizzazione o ripresentazione di quel mistero!

E poiché l'unico ringraziamento degno di Dio non può che essere l'atto perfetto di adorazione e di obbedienza espresso nel sacrificio stesso del Figlio, anche noi presentiamo a Dio questo atto, che diventa così la nostra Eucaristia, il nostro ringraziamento.

Per gli Ebrei, la Pasqua è certamente ed esclusivamente una festa di gioia. Anche per noi cristiani la Pasqua ha un significato ancor più gioioso della Pasqua ebraica, perché essa è la liberazione definitiva e totale dalla schiavitù del peccato. Ma l’attualizzazione del mistero della Passione e Morte e della Resurrezione di Cristo, contiene un richiamo a considerare la causa di questa morte (il nostro peccato), ed i motivi che hanno spinto Gesù ad accettarla.

La gioia completa nasce dall'unione di queste due realtà. La Chiesa, con la liturgia ci invita a percorrere lo stesso itinerario (passione e gioia) quando divide nella commemorazione rituale di tre momenti, l'unico Mistero Pasquale: celebrando in giorni diversi l'istituzione dell'Eucaristia, la Morte in croce di Cristo, ed infine la sua Risurrezione. La Chiesa desidera che il cristiano non dimentichi nel suo “cammino” verso la Patria, le tappe di questo itinerario!

Siamo ritornati ad essere figli di Dio a prezzo della morte in croce del Suo Unigenito, incarnato per noi.

Pur nel ringraziamento e nella gioia del dono ricevuto così gratuitamente, non dobbiamo dimenticare il prezzo che è stato versato. E questo parla a favore della preziosità del dono. Lo ricorda S. Pietro (1Pt 1,18-19) esortando i cristiani a perseverare nella fede, perché: “non a prezzo di cose corruttibili, come l'oro e l'argento, sono stati riscattati dalla vana maniera di vivere ereditata dai padri, ma dal Sangue prezioso di Cristo, l'agnello senza difetti e senza macchia”.

Il prezzo infinito versato ci ricorda perciò il male infinito che ha richiesto un tale riscatto.

Dimenticare questo, fondando una catechesi soltanto sulla gioia di essere risuscitati, non è, certo, assecondare l'esortazione di S. Paolo che ai cristiani diceva: “lavorate per la vostra Salvezza, con timore e tremore” (Fil 2,12), e di Pietro (1Pt 1,5 -seg.), che ai medesimi ripeteva l'esortazione a perseverare, anche “tra le difficoltà e le lotte riservate dalla vita” (cfr. 1 Tess), come pure non è, a nostro modesto avviso, assecondare l'insegnamento della Chiesa, che in mille modi ricorda all'uomo che Cristo è morto per i suoi peccati, contro i quali bisogna lottare (Eb 12,4) fino all'effusione del sangue.

La predicazione di S. Paolo era incentrata sul Cristo crocefisso (1Cor 1,23). E Cristo crocefisso era tutta la sua sapienza (1Cor 2,2). La gioia di cui l'Apostolo sovente parla ed alla quale noi siamo invitati (1Tes 5,16) nasce da questa lotta al peccato, nel quale non dobbiamo dormire; lotta continua fatta di vigilanza, di sobrietà (Rm 12,12), di pazienza, nutrita di speranza, che per noi è anche certezza, di una vittoria completa sul peccato e sulle sue conseguenze.

Pag. 287 (2° e 3° capoverso)

“...oggi sapete che è Jahvé colui che passa,.....Il passaggio di Jahvé pone sempre in movimento.”

Nota: Jahvé non è Dio che passa, ma, secondo la più comune interpretazione, “Colui che è”. Ma alla Carmen serve, per i suoi scopi, presentare un Dio in movimento, alterando così il senso della trascendenza divina.

Pag. 288 (5° e 6° capoverso)

“La fede non è un dubbio o una oscurità o un salto nel vuoto, per quanto bella sia la frase e l'abbia detta Pascal. E' tutto il contrario: ... La fede è una conoscenza sperimentale. Non è una conoscenza di ragione in senso ellenistico. Per la Bibbia conoscere è sempre una conoscenza di esperienza.

... La fede ... presuppone vivere la resurrezione, avere ricevuto lo Spirito vivificante di Gesù Cristo risorto, la vita eterna ... Hanno fede perché sperimentano e vivono Gesù risorto dentro di essi.”

Nota: Della fede in questo testo si è parlato molte volte. Adesso la Carmen dà o ripete la sua definizione: “è una conoscenza storica sperimentale”. La fede secondo la Bibbia ha due poli: la fiducia che si pone in una persona fedele ed impegna tutto l'uomo; e dall'altra parte, un atto dell'intelligenza cui una parola o dei segni permettono di accedere a realtà che non si vedono (Eb 11,1; Doufur, Diz. Teologia Biblica, pag. 325; cfr. nota alla pag. 32 del testo di Kiko).

Nota generale alla pag. 289: In questa pagina come in quella seguente, le frasi si susseguono incalzanti, ma spesso senza un legame logico o teologico. Un motivo della poca chiarezza che ne risulta è anche dato dal fatto che la Carmen non spiega sufficientemente il significato di alcuni termini. La parola ebraica “berakàh” indicava un'esclamazione di lode, una evocazione delle meraviglie compiute da Dio, che si concludeva in un'azione esclamativa di grazia (eucaristia = io ti rendo grazia, in greco). Nei vangeli la parola greca eucaristia che corrisponde alla parola ebraica berakàh appare raramente, mentre in San Paolo è nominata 36 volte. Essa indica l'idea di benedizione, lode. Nel significato sacramentale che oggi le diamo sarà usata solo nel II secolo, specie da S. Ignazio, dalla Didaché, da S. Giustino. Così la parola “memoriale” non significa il semplice ricordo di un fatto del passato, ma è un rito che risveglia il ricordo dell'azione compiuta da Dio a favore del suo popolo e che il rito rende presente ed attuale.

Questo rito “memoriale”, ricordando nella preghiera i fatti salvifici, dava a questa il carattere del ringraziamento, chiamato eucaristia.

La celebrazione della Cena del Signore dove si distribuisce il pane spezzato e si divide il calice come Sangue dell'Alleanza, poiché è fatta per ubbidire al comando di Cristo (1Cor 11,24-25), diventa un “memoriale”, come la celebrazione della Pasqua ebraica.

Nel rito di questa celebrazione cristiana, l'elemento “preghiera”, è espresso col termine eucaristia (= ringraziamento). Da ciò derivò l'uso, già nell'epoca apostolica, di presentare il rito come “eucaristia”, cioè col nome della preghiera che entra nella composizione del rito. Da qui tutto il rito fu chiamato Eucaristia.

Ma ciò non comporta che il cuore della Messa (= eucaristia), sia “l'esultanza, la festa, la gioia impressionante”. Il centro dell'eucaristia, invece, è il memoriale del sacrificio pasquale di Gesù (C.C.C. n° 1357, 1362 seg). Il C.C.C. n° ricorda (n° 1358) che dobbiamo considerare l'Eucaristia: come azione di grazia e lode al Padre; come memoriale del sacrificio di Cristo e del suo Corpo; come presenza di Cristo in virtù della potenza della sua parola e del suo spirito. Ma la sorgente del ringraziamento e della lode a Dio, come pure della presenza di Gesù in mezzo a noi, è la realtà del suo sacrificio che nella Messa viene ripresentato. Il che mette il sacrificio al centro della considerazione sull'Eucaristia.

È Cristo che si immola per la nostra salvezza e la ottiene infallibilmente, perché la Sua morte è un sacrificio perfetto.

Pag. 289 (2° capoverso)

“Il cuore della Eucaristia è l'esultanza, l'allegria, la festa, una gioia impressionante.”

Nota: Ma il cuore dell'Eucaristia, cioè “del Sacrificio che in essa è rinnovato” (e che provoca, certo, gioia di esultanza in chi la comprende), sta nell'immolazione che Gesù (in essa) fa al Padre per la salvezza di tutti gli uomini. Il cuore dell'Eucaristia è Cristo che si immola per la nostra salvezza e la ottiene infallibilmente dal Padre, proprio perché la sua morte è un sacrificio perfetto.

Pag. 289 (7° capoverso)

“Il Dio che appare nelle scritture non è un Dio che se ne sta seduto, in disparte. “Oggi saprete che è Jahvé colui che passa”.

Nota: Abbiamo già parlato di questo apparire di Dio come colui che passa (vedi pag. 287). La Carmen sembra che non sappia concepire un Dio che agisce nella storia del mondo e dell'uomo senza muoversi. Ella presenta Dio sempre in forma antropomorfica; sempre in movimento. Ma Dio è sempre in azione e sempre ovunque presente anche se l'uomo non riesce a comprendere il suo mistero.

Pag. 290 (1° capoverso)

“...Gli Apostoli vedranno in questo Gesù risorto che passa, Jahvé che passa. E' giunta l'ora di passare da questo mondo a mio Padre.”

Nota: L'argomento di Gesù risorto che non si ferma mai ci sembra tanto puerile e senza senso da non esserci bisogno di dire altro!

Pag. 290 (ultimo capoverso)

“E tutte le apparizioni di Gesù Cristo risorto sono raccontate in un contesto eucaristico. Lo riconoscono sempre allo spezzare del pane.”

Nota: Non è vero che nei vangeli si riconosce Gesù sempre allo spezzare del pane. Le apparizioni di Gesù non sono raccontate in un contesto di celebrazioni eucaristiche. Anche per la cena di Emmaus (Lc 24,30), gli esegeti concordano nel non definirla una celebrazione eucaristica. Così pure non avvenne in un contesto eucaristico l'apparizione della sera di Pasqua (Gv 20) e della domenica successiva (Lc 24,36). Così non fu quella al lago di Tiberiade (Gv 21,13), né quella a Maria di Magdala (Mc 12-14; 16,9; Mt 28,9-10; 28,17). La Chiesa nella celebrazione eucaristica ha percepito l'attuarsi della promessa di Gesù di essere sempre in mezzo a lei. Cristo è presente non perché i suoi fedeli si amano. L'amore dei cristiani non è la causa, ma è il frutto della Sua presenza.

La Chiesa primitiva si raduna per celebrare l'eucaristia, non perché i fedeli hanno visto Gesù risorto in essi, ma perché sapendolo risorto li aiuti a vivere anch'essi da creature rinate a nuova vita.

Pag. 291 (1° capoverso)

“Perdonate che non so dove mettere le mani per arrivare alla fonte delle cose.”

Nota: Tutte le espressioni qui contenute si spiegano con questa frase: “perdonate non so dove mettere le mani”!!!

Pag. 291 (1° capoverso - centro)

“... noi abbiamo fatto dell'Eucaristia una cosa totalmente statica, che possiamo manipolare: un bambin Gesù che ci mettiamo nel petto quando vogliamo.... .Invece l'Eucaristia è tutto il contrario perché in esso Dio passa e trascina con sé tutta l'umanità.”

Nota: A Carmen che accusa la Chiesa di aver fatto dell’Eucaristia una cosa statica, si può rispondere ricordando S. Paolo che, nella lettera agli Efesini (4,7-13), dice che ogni cristiano è chiamato a percorrere un cammino che deve portarlo a realizzare il “Christus totus”, il “vir perfectus” che è il Corpo di Cristo. “Ognuno di noi - dice l’Apostolo - ha ricevuto la sua parte di grazia divina, secondo la misura del dono di Cristo. È Lui che ha donato ad alcuni di essere apostoli, ad altri di essere profeti, o ancora evangelisti, oppure pastori e maestri; organizzando così i santi per l’opera del ministero, in vista della costituzione del Corpo di Cristo, per giungere tutti insieme a formare tra noi una unità; a costituire quell’uomo perfetto nel vigore dell’età, che realizza la pienezza di Cristo” (Ef. 4,7-13).

Forse “nessuno altro testo esprime con tanto vigore il senso dinamico della nostra vocazione cristiana” (Magrassi, l.c.).

E poiché questo è il dinamismo della grazia, di cui il fondamento è l’Eucaristia, ne consegue che tutta la vita sacramentale nella Chiesa ha un dinamismo intrinseco, che spinge l’individuo verso quella meta che ha individuato l’Apostolo.

Per chi non capisce questo, come sembra non averlo capito la Carmen, il dinamismo dell’Eucaristia si evidenzia solo nelle danze e nelle chitarre che accompagnano le loro celebrazioni!

Pag. 291 (2° capoverso)

“... il Cristo risorto che appare forma la Chiesa e la trascina verso la sua realizzazione, la pone in Pasqua, in cammino. ... Gesù è il cammino che Dio ha aperto nella morte.”

Nota: Kiko e Carmen parlano insistentemente di apertura di un cammino, aperto da Cristo, di vittoria sulla morte. Nelle loro catechesi non c'è mai come primo scopo della Incarnazione, Passione e Morte del Figlio di Dio fatto uomo, la liberazione dell'uomo dal peccato ed il suo inserimento, come figlio, nella casa di Dio. Questa è la vera realizzazione verso cui camminano gli uomini nella Chiesa!

Pag. 291 (3° capoverso)

“...In venti anni la Chiesa ha cambiato enormemente le sue prospettive.”

Nota: Le prospettive che la Chiesa ha cambiato, secondo la Carmen, riguardano il modo o l'oggetto della sua catechesi? Per la Carmen sembra vera la seconda ipotesi come appare in tutta la sua esposizione che tende e dimostrare che soltanto dopo il Vaticano II e per opera dei NC essa ha scoperto l'Eucaristia!

Pag. 291 (ultimo capoverso)

“In questo libro che ho qui di Bouyer, egli dice che sono più di trenta anni da quando incominciò questo viaggio verso le fonti, verso l'eucaristia primitiva e...”

Nota: Non c'è solo il Bouyer tra gli studiosi della liturgia della Chiesa. I progressi di questi ultimi anni non devono far dimenticare quello che per secoli è stato il “centro, il motore” di tutta la vita della Chiesa. Ci sia permesso esprimere un'altra considerazione. A nostro parere è assolutamente controproducente presentare a persone lontane dalla Chiesa e che stanno ancora cercando la fede, il mistero ineffabile dell'Eucarestia come si fa in questa catechesi, il cui scopo principale sembra essere quello di far conoscere soltanto le colpe della Chiesa. I figli, prima degli eventuali possibili difetti della propria madre, vogliono conoscerne i meriti, le virtù ed ammirarne la bellezza. È interessante inoltre notare che i lunghi anni di studio sull'Eucarestia del Bouyer vengono giustamente lodati, mentre tutti gli sforzi dei teologi per approfondire la conoscenza della fede cristiana sono criticati, perché fonti di confusione e di orgoglio.

Pag. 292 (5° capoverso)

“Quando Odo Casel disse che l'Eucaristia ha relazione con la Pasqua, fu preso per eretico. Pio XII lo guardava un po' sospettosamente come dicendo: questo dove va? E' oggi quando il Concilio dice che l'Eucarestia è una Pasqua (è arrivata l'ora di passare da questo mondo a mio Padre, dice Gesù), la gente si stupisce.”

Nota: Le contestazioni fatte a Casel non riguardavano le posizioni ereticali che egli avrebbe assunto, quanto invece la sua teoria misterica dell'Eucaristia. Già il Conc. di Trento aveva insegnato che la sera del Giovedì Santo Cristo istituì la nuova Pasqua in se stesso per essere immolata sotto i segni visibili della Chiesa per il ministero dei sacerdoti in memoria del suo passaggio da questo mondo al Padre (Transiturus).

Il P. Magrassi, commentando il testo della S.C. n° 102 scrive: “La S. Madre Chiesa apre ai fedeli le ricchezze delle azioni salvifiche e dei meriti del Suo Signore, cosicché siamo resi in qualche modo presenti a tutti i tempi, perché i fedeli possano venirne a contatto ed essere ripieni della grazia della salvezza. È un testo pregnante di grande intensità, ma anche cauto nelle sue espressioni: quel “quodammodo” (in qualche modo) come si spiega? Non c’è più nessuno che oggi accetti integralmente le teorie di Odo Casel circa il “modo” di questa presenza del Mistero, anche se il monaco di Maria Laach ha fatto fare passi notevoli alla liturgia. Lasciamo stare il modo, ma il fatto è certo: i misteri di Cristo sono presenti” (Mariano Magrassi OSB, da “Afferrati da Cristo”, Ed. La Scala, Pag. 61, 3ª ed., 1978).

Pag. 293 (2° capoverso)

“Il cristiano se vuole rinnovarsi veramente non può prescindere dalla sue radici: così che una vera rinnovazione del cristianesimo sarà il ritorno alle sue fonti, alle sue radici”.

Nota: “Bouyer dice: “non so cosa sarebbe più pericoloso, se lasciare le cose come stanno col il canone romano lì ben ricoperto o lasciare che questi facciano le loro innovazioni. In pochi anni rimarremmo con quasi nulla di quello che la tradizione ha custodito, se lasciassimo questi improvvisatori fare le loro cose. Perché credono che Gesù stia facendo una cena di amicizia, questo è vero, con una grande carica sentimentale: ricordate quei Giovedì santi in cui si facevano le ore sante pieni di questa pietà sentimentale sull’ultima cena. Non è così ... Il cristiano se vuol rinnovarsi ...”

Accettiamo in parte le parole del Bouyer che si possono riferire benissimo ai N.C. e ai loro tentativi di modificare ovunque la liturgia della Messa. Riteniamo fermamente che il rinnovamento del cristianesimo sta nel ritorno al Vangelo autentico come viene custodito, spiegato e presentato dalla Chiesa nel suo Magistero straordinario e ordinario (Cfr. C.C.C. n° 1125; S.C. n° 22,1 e 3).

Pag. 293 (3° capoverso)

“Io dico sempre che l'intervento di Dio, non sono libri né filosofie, ma sono avvenimenti, è Parola di Dio che si realizza. E come sappiamo che è Parola di Dio? perché si realizza”.

Nota: Noi crediamo che la Bibbia è Parola di Dio perché lo ha detto Gesù e lo ha poi insegnato la Chiesa. Le realizzazioni che attualizzano la Parola di Dio, e di cui qui si parla, devono essere attentamente considerate, prima di affermare, che quelle sono l'attuazione della Parola di Dio! Solo la Chiesa può fare questo e lo fa o con l'insegnamento solenne (Definizioni conciliari) o col Magistero ordinario.

Pag. 293 (4° capoverso)

“Per capire la Pasqua che Gesù celebrerà è necessario capire l'ambiente dove è nata questa Pasqua e come Dio l'ha manifestata”.

Nota: Per capire la Pasqua, che è il mistero centrale della fede cristiana, non basta conoscere l'ambiente e le circostanze storiche in cui è nata. La comprensione viene specialmente dalla conoscenza dei dati della Rivelazione. Questo è il compito della teologia.

Pag. 293 (ultimo capoverso)

“Noi abbiamo concetti così giuridici che non si può parlare senza essere fraintesi ecc.”

Nota: Se esiste una Legge, esistono anche le formulazioni che la manifestano. Lo stesso avviene per tutti i campi della cultura: importante è comprendere bene i termini con i quali essa si esprime. Ma dove sono i concetti giuridici della nostra cultura che ci impediscono, come afferma la Carmen, di capire l'Eucarestia e quanto Gesù ha fatto o insegnato? Le frasi della Carmen ci sembrano prive di ogni legame logico. C'è solo lo sforzo di concludere che il “Cammino” proposta da lei e da Kíko, proviene dallo stesso Gesù Cristo (pag. 294).

Pag. 294 (1° capoverso)

“Per i Giudei la Legge non è giuridicismo, ma la Torah ... non sono prescrizioni... ma ... è tutto un cammino intero..”

Nota: È abituale in Kiko e Carmen una interpretazione dei passi biblici ad uso degli ascoltatori N.C. Per gli Ebrei la “Legge” oltre ad essere la Rivelazione di Dio e del suo piano di salvezza, è anche un complesso di norme date da Dio al suo popolo per regolarne la condotta in tutti í campi: morale, civile, familiare, sociale, economico, cultuale. Per questo “la Legge” ha vari nomi: “Insegnamento (Torah), testimonianza, precetto, decisione, parola, volontà di Dio”. Indica certamente un cammino di vita per il credente. Gesù è inviato dal Padre non ad abrogare l'ordinamento antico per farne uno del tutto nuovo (Mt 5,17), ma a completare la legge. La novità di Gesù consisterà non solo nel mettere ordine tra i diversi precetti, che i Farisei avevano alterato, ma specialmente nel dare una regola nuova che ne faciliti l'osservanza: l'imitazione della perfezione stessa di Dio (Mt 5,21-48). Lo Spirito che Egli darà ad ogni uomo, gli metterà nel cuore una forza nuova che ne permetterà l'osservanza (Mt 18; Gv 16,13). L'ultima novità sarà il comando di amarci vicendevolmente come Lui ci ha amato. Quindi la Legge e i Profeti continueranno ad avere vigore in Gesù nel modo come Lui li ha osservati. Allora anche il V.T. e le sue leggi fanno cadere il velo che ancora le copre e ci fanno scorgere in Gesù Cristo la vera gloria di Dio.

Pag. 295 (2° capoverso)

“.... E’ UN MEMORIALE CHE FA DIO REALMENTE PRESENTE”

Nota: La parola “memoriale” per gli Ebrei, al di là del ricordo soggettivo, personale, del passato, è una realtà che ha una esistenza propria che è rinchiusa nel passato, ma che esiste ed opera nel presente e che continuerà ad operare nel futuro. È un pegno sacro dato da Dio al suo popolo e che questi conserva come un tesoro spirituale per eccellenza. Pegno che implica una continuità, una permanenza misteriosa, nelle grandi azioni di Dio del passato, dei suoi prodigi commemorati nella festa. È quasi una garanzia da parte di Dio ad Israele, della continuità del suo disegno d'amore, della sua volontà salvifica sempre attuale. È il Segno efficace dell'attualità perpetua delle grandi gesta di Dio in favore del suo popolo; e quando questo memoriale (che non era solo la Pasqua) viene presentato a Dio, Egli rinnova la sua opera salvifica ad Israele (Da: “la Messa: mistero Nuziale”. Un certosino pag. 34-35).

Pag. 295 (3° capoverso)

“Vedremo quello che fanno in quella sera Gesù e i suoi discepoli. Lo stesso popolo di Israele ha avuto molti sviluppi nella sua liturgia, perché il Dio d'Israele non è un Dio statico”. “Al tempo di Gesù Cristo ormai non è più il tempio al centro della liturgia, ma è proprio questa liturgia familiare nella notte di Pasqua ...”

Nota: La Liturgia (S.C. 5) realizza l'opera della salvezza compiuta da Cristo. Essa ha il suo preludio nelle mirabili gesta divine operate nel popolo del V.T.. E poiché questo popolo vive nella storia, anche le opere della salvezza in lui compiute, portano ad uno sviluppo della liturgia nella quale esso ricordava e manifestava questo intervento di Dio. La Liturgia di Israele cambia non perché Jahvé non è un Dio statico, ma perché i suoi interventi salvifici sono percepiti gradatamente.

Pag. 296 (6° capoverso)

“Gesù Cristo condanna i farisei non perché facciano dei riti, ma perché li fanno senza senso.”

Nota: Gesù, come già i Profeti, condanna nei farisei la non corrispondenza degli atti esteriori al vero significato interiore che essi avevano. S. Paolo nella lettera ai Corinti (1Cor 5,7) ricordando un rito della Pasqua ebraica, li esortava a valorizzarne il significato interiore.

Pag. 297 (1° capoverso)

“... L'agnello (al tempo di Gesù Cristo sicuramente solo un osso, come simbolo)”

Nota: Ci sembra un po' strano questo inciso, quando sappiamo come erano diligentemente osservate le prescrizioni dell'Esodo. Si mangiava un agnello da tante persone che potevano consumarlo, 10 - 14, e non solo di ... un osso!

La Carmen si sofferma a lungo nella descrizione del rito pasquale ebraico. La sua rievocazione storica ha una validità anche per i cristiani, perché aiuta la comprensione dei gesti compiuti da Gesù nell'ultima cena. Si deve tuttavia ricordare che essi erano il segno di un passato che in quella notte veniva definitivamente abbandonato, perché ormai era arrivata la Realtà.

Pag. 297 (3° capoverso)

“Noi ci siamo fatti l'idea anche per il Getzemani che la segue, di una cena triste. Non è vero. Siamo di fronte alla esplosione più grande di allegria per Israele: la festa della liberazione.”

Nota: Tutti gli esegeti concordano nell'affermare che, se per gli Ebrei, quella era la festa più gioiosa dell'anno, la cena pasquale di Gesù con gli apostoli non ebbe le stesse caratteristiche delle cene consumate nelle casa degli Ebrei. S. Matteo (26,21) parla della tristezza che prese gli apostoli quando Gesù annunziò il tradimento di uno di loro. Lo stesso afferma Marco (14,18 ss). Luca ricorda anche che Gesù parla subito di una sofferenza che di lì a poco avrebbe patito (22,15-16), e poi della predizione del tradimento (22,21 ss), dell'imminenza della sua morte (V. 33) per cui Pietro è pronto a combattere. Giovanni parla poi degli atteggiamenti di Gesù nell'ultima cena (13,2 ss); della predizione del tradimento che sconvolge gli Apostoli (13,18 ss), della sua imminente partenza (13,33), della generosità di Pietro che si dichiara pronto a morire per il Maestro (13,37) e a cui invece è predetto il rinnegamento, del trambusto degli Apostoli (14,1 ss). Tutto questo ci dice che il clima dell'ultima cena non fu quello di una grande festa.

Pag. 306 (1° capoverso)

“Gesù Cristo gli dà ancora un altro nuovo significato, un nuovo contenuto al segno: questo pane è il mio corpo che si consegna alla morte per voi. Gesù Cristo non si inventa il segno, che era già antichissimo; dà pienezza al segno, un nuovo significato...”.

Nota: Dopo queste parole possiamo chiedere alla Carmen: il pane, con le parole di Gesù acquista solo un nuovo significato? Questa è la teoria della Transignifícazione, che non ammette la presenza reale di Cristo nel pane consacrato, come invece crede la Chiesa Cattolica.

Pag. 308 (2° capoverso)

“L'Eucarestia intera è un canto glorioso della Resurrezione di Gesù Cristo. E' una Pasqua, il Sacramento del passaggio dalla morte alla Resurrezione”.

Nota: La Carmen vede nell'Eucaristia solo una “proclamazione” della Resurrezione di Cristo dalla morte. Non si vede invece il Sacrificio redentore, attraverso il quale Cristo passa da questo mondo al Padre, alla vita eterna. Questa è la fede che la Chiesa proclama nelle acclamazioni dopo la Consacrazione, ed insegna nel suo catechismo (C.C.C. n° 610, 611, 1337, 1341, 1362, 1363, 1364, 1366, 1436 e 1340).

Pag. 309 (1° capoverso)

“Gesù Cristo... è una persona che realizza tantissime cose e soprattutto la resurrezione dai morti. Rimane vivente nel cuore degli Apostoli, che pure non scrivono...”

Nota: La prima realizzazione di Cristo, quella per cui era venuto nel mondo, è la giustificazione dell'uomo e il suo reinserimento nella famiglia di Dio. A questo seguirà anche la resurrezione finale dei corpi... Gli Apostoli, nelle loro primissime celebrazioni liturgiche (At 2,4) ricordavano nella “fratio panis” (1Cor 11,26) il memoriale della morte redentrice di Cristo.

Pag. 309 (4° capoverso)

“Non tutto si trova nelle Scritture (non siamo protestanti), ma c'è una tradizione vivente. Perché Dio è realtà, è vivo, non è una scrittura...”

Nota: La “Tradizione”, cioè la trasmissione viva del Messaggio evangelico (C.C.C. n° 76-78), esiste non perché Dio “è realtà, è vivo'', ma perché non tutto l'insegnamento di Gesù è stato raccolto per iscritto (C.C.C. n° 81-83; Gv 20,30-31). Questo è il significato autentico della parola “Tradizione” (C.C.C. n° 78). Essa è la trasmissione viva, compiuta dallo Spirito Santo, di quanto Gesù ha insegnato e compiuto. La Carmen sembra intendere la Tradizione nel senso profano di trasmissioni di usi, costumi, ecc. Tutto quello che non è contenuto nei documenti scritti ed ispirati del N.T., ma che viene insegnato, vissuto nella Chiesa fa parte della Tradizione. I messali possono essere uno strumento di questa Tradizione.

Pag. 310 (3° capoverso)

“E in questa notte... arrivò il Messia e nessuno se ne accorse... Quella notte il braccio potente di Jahvé rimase disteso risuscitando Gesù dai morti... La Pasqua celebra proclama e confessa l'Esodo in una grande festa. Il passaggio dalla schiavitù alla libertà, dalla morte alla vita, dalle tenebre in cui l'uomo vive quando è oppresso e i suoi diritti vilipesi, quando è torturato, amareggiato perché non sa che senso ha la sua vita alla luce. Questa Pasqua è memoriale in perpetuo del passaggio di Dio che salva il suo popolo.”

Nota: La Pasqua ebraica era il memoriale della liberazione del popolo dalla schiavitù dell'Egitto, tipo e annunzio di quella liberazione spirituale che Gesù compirà per tutti gli uomini, schiavi del peccato, con la sua morte di croce. Tra la Pasqua ebraica e quella cristiana c'è perciò una differenza immensa, come quella che passa tra l'ombra e la realtà. Inoltre la Redenzione non avvenne in quella notte di giovedì, ma il giorno successivo, quando Gesù morì sulla croce. Nella notte del giovedì ci fu solo l'anticipazione sacramentale di quanto sarebbe avvenuto con la morte di Cristo sul calvario.

Pag. 311 (2° capoverso)

“Questa Parola salva quelli che stanno li presenti perché dice loro: Coraggio! Non abbattetevi. Non vedete come Dio ha rotto tutte le morti? La schiavitù, il mare, il deserto... Forse che non sarà forte abbastanza da toglierti da questa morte concreta in cui ti trovi, che ti opprime tanto da scandalizzarti e dubitare di Me? Questa Parola dice: abbandonati a Dio.”

Nota: Anche se quanto dice Kiko è certamente molto bello, si deve ricordare che neppure la Pasqua ebraica significava la liberazione da tutte le amarezze della vita, dalla nevrosi dei mancati guadagni, o da altre preoccupazioni puramente materiali, come qui sembra si voglia insinuare. Anche nel grafico riportato a pag. 311 si parla solo di morte e di resurrezione come effetti della Pasqua cristiana. Non si dice che il suo principale effetto fu la liberazione dell'uomo dalla schiavitù del peccato e della morte, e i suo passaggio alla vera libertà dei figli di Dio, che otterranno alla fine anche il dono della risurrezione del proprio corpo.

Pag. 311 (4° capoverso)

“Ma qual è il peccato di Israele e il nostro? Che di fronte all'avvenimento di morte rinneghiamo Dio, ci dimentichiamo di Lui: cerchiamo di salvarci per conto nostro. Per la paura che abbiamo della morte ci rifugiamo negli idoli...”

Nota: Il nostro peccato, come quello di Israele consiste nel dimenticarsi di Dio e di rifugiarsi negli idoli, ma non per “la paura della morte”, bensì perché l'uomo non vuole riconoscere la sua dipendenza da Dio.

Pag. 312 (2° capoverso)

“Dio è colui che libera, salva, glorifica la morte... Soltanto chiede una cosa: abbandonarsi a Dio. Ma il popolo di Israele come te e come me, quando gli si presenta la croce, la morte, rinnega Dio... Questa è la tua realtà e la mia: abbiamo bisogno di sicurezze fisiche; ci interessa soltanto un Dio che stia al nostro servizio, che ci dia la felicità che noi vogliamo, e subito...”.

Nota: Quanto afferma Kiko in parte è vero. Ma l'uomo non chiede a Dio soltanto sicurezze fisiche. Se crede in un Dio che gli si è rivelato, crede anche che esistono altri valori ben più grandi ed importanti di quelli terreni.

La storia della salvezza è piena di uomini che hanno posto in Dio tutta la loro fiducia, incominciando da Abramo. Ma questo abbandonarsi a Dio, non è fare la Pasqua nel senso vero di questa parola. Attenti ad una catechesi fatta di frasi anche belle, ma teologicamente non esatte!

Pag. 313 (3° capoverso)

“Qual è la garanzia della vita eterna? Lo Spirito Santo... Chi non ha lo Spirito Santo non può fare Eucaristia, perché non è Regno di Dio... Chi non ha lo Spirito Santo, il dono di Dio, non può celebrare l'Eucaristia”.

Nota: Dicevamo prima di frasi oscure, anche se apparentemente belle. Così “il vino significa l'entrata dell'umanità nell'eternità”. Così “Chi non ha lo Spirito” ecc. Ma perché allora nelle comunità neocatecumenali per oltre due anni si invitano a fare la Comunione tutti, anche quelli che ancora non credono o che non vivono secondo la leggi morali della Chiesa? (cfr. Shemà pag. 96).

Pag. 313 (4° capoverso)

“Se hai sperimentato la vita di Dio in te perché ami il nemico, come non celebrerai, esulterai e benedirai Dio nell'Eucarestia facendo il memoriale del Signore il sabato notte?”

Nota: L'Eucarestia non si celebra solo per ringraziare e per esultare, ma per rinnovare il Sacrificio redentore di Cristo ed unirci così alla sua opera redentrice (C.C.C. n° 1358 e ss.).

L’amore al nemico non è l’unica prova che c’è in noi la vita di Dio.

 

Pag. 315 (1° capoverso)

“Immaginate quello che fu nella Chiesa primitiva l'Eucaristia, questa manifestazione di Cristo risorto, questo Spirito manifestato agli uomini e comunicato che li fa partecipare dell'opera di Gesù Cristo risuscitato dai morti. Immaginate quello che fu l'esplosione delle prime comunità cristiane nell'Eucarestia.”

Nota: Il C.C.C. (n° 1323) ci ricorda che Gesù nell'ultima cena ha istituito il sacrificio eucaristico del suo Corpo e del suo Sangue, col quale perpetuare nei secoli, fino al suo ritorno, il “sacrificio della croce”, e per affidare così alla Chiesa il memoriale della sua morte e resurrezione''. Per la Carmen l'Eucarestia è solo “la manifestazione di Cristo Risorto”!

Pag. 315 (5° capoverso)

“Quello che voglio spiegare ora a volo d'uccello è come la Chiesa primitiva vive l'Eucaristia e come nel corso dei secoli è stata spezzettata e ricoperta, rivestita fino al punto che noi non vedevamo nella nostra messa da nessuna parte la resurrezione di Gesù Cristo.”

Nota: Ritornano insistenti le affermazioni per le quali, secondo i N.C., la Messa è memoriale solo della Resurrezione di Cristo mentre, secondo la dottrina cattolica, essa è memoriale di tutto il Mistero Pasquale, che comprende Passione, Morte e Resurrezione del Signore.

Pag. 317 (3° capoverso)

“... per i cristiani il sacramento autentico istituito ed inaugurato da Gesù Cristo come suo memoriale è la notte pasquale e come prolungamento e partecipazione di questa notte: la domenica.”

Nota: Il C.C.C. al n° 1323 ricorda che Gesù istituì il sacrificio eucaristico “la notte in cui veniva tradito”. L’espressione è chiarissima: essa non dice che “anche la notte (come qui si afferma) è diventata il sacramento autentico istituito e inaugurato da Gesù Cristo, ma indica soltanto che questa istituzione avvenne in una certa notte.

È solo una specificazione di tempo! Ma la Carmen e Kiko queste cose non le comprendono!

Kiko sembra profondamente condizionato dal momento storico in cui l’Eucaristia è stata istituita da Gesù: “la notte in cui fu tradito”. Tanto da far entrare la “notte” nell’elemento costitutivo del Sacramento. Ma la Chiesa apostolica non si è mai intesa vincolata a celebrare l’Eucaristia di notte, pena la sua invalidità.

Pag. 317 (5° e 6° capoverso)

“ ... Non si concepisce in alcun modo un rito individuale. Gli ebrei non possono far Pasqua se non sono almeno in 11 come gruppo familiare. Perché il sacramento non è solo il pane e il vino ma anche l'assemblea; la Chiesa intera che proclama l'eucaristia. Non ci può essere eucaristia senza l'assemblea che la proclama. ... “

“ Non c'è Eucaristia senza assemblea. E' un'assemblea intera quella che celebra la festa e l'Eucaristia; perché l'Eucaristia è l'esultazione dell'assemblea umana in comunione; perché il luogo preciso in cui si manifesta che Dio ha agito è in questa Chiesa creata, in questa comunione. E' da questa assemblea che sgorga l'Eucaristia.”

Nota: Un altro condizionamento nel valore del Sacramento dell’Eucaristia, Kiko lo vede nella presenza dell’assemblea. Se per il valore del Sacramento fosse indispensabile la presenza dell’assemblea, si potrebbe incominciare a chiedere a Kiko: qual è il numero di persone necessario perché essa venga costituita? Di più o di meno del numero fissato dei partecipanti alla pasqua ebraica?

Dagli Atti sappiamo che le comunità cristiane inizialmente erano composte da pochissime persone. Eppure anche fra di loro, senza che il numero costituisse il problema, veniva celebrata l’Eucaristia (C.C.C. n° 1342 e 1343).

Gli autori di questa catechesi sembra non conoscono non solo la teologia sacramentaria, ma neppure gli altri documenti in cui l’argomento Eucaristia-Sacramento viene trattata dal magistero della Chiesa.

Ora, secondo i Teologi (cfr. C.C.C. n° 1337, 1340, 1341, 1363 e 1364) la Messa non è altro che “il Sacramento del Sacrificio cruento della croce”.

Quello che nella Messa si ripete (1362) non riguarda il sacrificio in sé, ma solo la sua “celebrazione liturgica” o “il rito”, il fatto esterno, liturgico, cultuale in cui la validità non dipende dal tempo e dall’ora in cui è celebrato, ma dalla presenza degli elementi costitutivi del Sacramento: materia, forma e ministro.

I fedeli hanno il dovere di partecipazione all’azione liturgica (cfr. C.C.C. n° 1368 e 1369) durante la quale partecipano alla Passione espiatrice-redentrice con la Chiesa e in essa e per essa si uniscono alla perenne celebrazione di Cristo Capo (Zoffoli, l.c.).

Questa partecipazione non comporta nei “laici” l’esercizio del Sacerdozio ministeriale, ma solo di quello comune ad ogni battezzato come membro del Corpo mistico di Cristo; mentre i laici si rivolgono a Dio per mezzo della mediazione del Capo del Corpo mistico, i “chierici” (Vescovo - presbiteri) essendo partecipi della medesima dignità del Capo, accedono a Lui immediatamente, come il Cristo che essi rappresentano (Vat. II, L.G. 10; C.C.C. n° 1348, 1368 e 1369).

La Messa è dunque valida anche se celebrata senza l’assistenza dei fedeli (C.C.C. n° 1369, 1410 e 1411).

È assolutamente certo, contro le aberrazioni protestanti del neo-modernismo, pre e post conciliare, fondate pretestuosamente sull’indole pubblica, sociale del Sacrificio Eucaristico. Questo è celebrato da Cristo, unico vero mediatore presso il Padre, che, avendo istituito la liturgia sacrificale e il sacerdozio gerarchico, si serve dei ministeri del culto operanti per sua virtù e per suo nome; perché tutti possano godere i frutti della Passione redentrice.

Il Sacerdote, dunque, non celebra in nome del popolo quasi che questo gliene conferisca il potere; che, al contrario, gli è comunicato direttamente dal Cristo per cui solo rappresentando il Cristo, rappresenta anche il popolo; vale a dire, solo svolgendo le funzioni del Capo, soddisfa alle esigenze delle sue membra.

Perciò il ministro, impersonando il Mediatore universale, non celebra mai una messa privata e, peggio, non valida.

Lo afferma chiaramente Pio XII nella Mediator Dei: “Ogni volta che il Sacerdote ripete ciò che fece il Divin Redentore nell’ultima cena, il sacrificio è realmente consumato, ed esso ha sempre e dovunque, necessariamente per la sua intrinseca natura, una funzione pubblica e sociale in quanto l’offerente agisce a nome di Cristo e dei cristiani dei quali il Divin Redentore è Capo, e l’offre a Dio per la Santa Chiesa Cattolica e per i vivi e i defunti.

E ciò si verifica certamente sia che vi assistono i fedeli ... sia che non vi assistano, non essendo in nessun modo richiesto che il popolo ratifichi ciò che fa il Suo ministro” (iv. n° 79).

A questi insegnamenti corrispondono le norme del C.J.C. che nel canone 902 afferma che i sacerdoti possono celebrare la S. Messa in modo individuale. E più chiaramente nel canone 904 recita: “memori che nel mistero del Sacrificio eucaristico viene esercitata ininterrottamente l’opera della redenzione, i sacerdoti celebrino frequentemente; anzi se ne raccomanda caldamente la celebrazione quotidiana, la quale, anche quando non si possa avere la presenza dei fedeli, è sempre un atto di Cristo e della Chiesa, nel quale i sacerdoti adempiono il loro principale compito”.

Questa norma rimane valida, anche se, per motivi pastorali, il C.J.C. al canone 906 dice: “Il Sacerdote non celebri (= esortativo!) il sacrificio eucaristico senza la partecipazione di almeno qualche fedele, se non per giusta e ragionevole causa”.

Il Vat. II, nella P.O. n° 13, ripete le stesse cose..: “Nella loro qualità di ministri delle cose sacre e soprattutto nel Sacrificio della Messa, i Presbiteri agiscono in modo speciale a nome di Cristo”.

La celebrazione quotidiana (della Messa) viene raccomandata perché “è sempre un atto di Cristo e della sua Chiesa anche quando non è possibile che vi assistano i fedeli”.

Lo stesso insegnamento aveva dato il Papa Paolo VI nell’enciclica “Misterium Fidei” del 3 settembre 1964: “Giacché ogni Messa, anche se privatamente celebrata da un sacerdote, non è tuttavia cosa privata, ma azione di Cristo e della Chiesa, la quale nel sacrificio che offre, ha imparato ad offrire se medesima come sacrificio universale, applicando per la salute del mondo intero l’unica e infinita virtù redentrice del Sacrificio della Croce” (Cfr. A.A.S. 57,1965 pag. 761 e 762; inoltre: Vat. II, De Sacra Liturgia, 4-12-1963, n° 26, 27; A.A.S. 56,1964 pag. 107; C.C.C. n° 1548, 1552, 1553 e 1566).

“La necessità della presenza dei fedeli per celebrare l’Eucaristia si fonda sulla teoria della transignificazione e della transfinalizzazione per la quale tutta la comunità partecipa alla creazione del senso nuovo che il pane e il vino assumono nell’Eucaristia (cfr. F. Xavier Durrwell, L’Eucaristia, pag. 20 seg.). Secondo i seguaci di questa teoria (e Kiko sembra essere uno di questi) la presenza dei fedeli diventa necessaria perché i gesti d’amore (il dono del pane e del vino come segno dell’amore assoluto di Cristo per noi) realizzano la presenza soltanto quando il dono e l’accoglienza sono reciproci. Per questo è necessaria la cooperazione di tutti.

Ma in questa teoria non si ammette il realismo della presenza perché il pane e il vino sono trasformati soltanto nell’intenzione del donatore e di colui che riceve il dono: il pane e il vino restano in sé immutati.

Questa spiegazione ignora, perciò, anche l’escatologia. Sembra essere un nuovo docetismo, che nega la verità dell’Incarnazione.

Si va così contro la fede della Chiesa che ammette la presenza reale di Gesù nell’Eucaristia (C.C.C. n° 1373, 1374, 1375, 1376 e 1377).

Pag. 318 (2° capoverso)

“ ... Giustino dopo dice: “terminata la lettura il presidente fa l'esortazione”. Vale a dire, qui troviamo l'omelia.”

Nota: Citando, a suo modo Giustino, Kiko conclude che l'omelia del Sacerdote non deve avere carattere esortativo, o morale, ma ecc...

Il testo originale di Giustino dice invece:

“E finché il tempo lo permette si leggono le memorie degli Apostoli, oppure gli scritti dei Profeti; poi, quando il lettore ha cessato, chi presiede parla ammonendo ed esortando ad imitare si begli esempi”.

Non è quindi esatta la citazione di Kiko. Anche Giustino dice che, fin d'allora, l'omelia aveva un carattere esortativo e morale!

Pag. 319 (3° capoverso)

“ ... quindi come abbiamo già detto si prende il pane ed il vino e il presidente con tutte le sue forze fa ugualmente salire a Dio l'azione di grazie, e tutto il popolo acclama dicendo 'amen'“.

Nota: Il testo di Giustino dice esattamente: “terminata la preghiera, come già si disse, si offre il pane, vino, acqua; chi presiede, con tutto il fervore di cui è capace eleva preghiere e azioni di grazie: il popolo acclama dicendo: Amen.”

Per i N.C. è importante mettere nelle loro declamazioni, canti, preghiere, ecc. “tutte le forze”.

Da qui, oltre il tono ieratico che assumono, nascono anche le urla e le note altissime che caratterizzano la loro riunioni.

Pag. 319 (4° capoverso)

“ ... La Parola fa già parte dell'Eucaristia: forma parte del memoriale perché non si tratta di apprendere delle cose, ma di una proclamazione. ... “

Nota: La Chiesa primitiva, ai suoi inizi partecipava con gli Ebrei alla liturgia nel tempio, poi nelle case celebrava l'Eucaristia. Quando si effettuò la separazione completa dalla sinagoga, la Chiesa continuò a premettere al rito consacratorio, le letture del Vecchio Testamento e, man mano che uscivano le lettere apostoliche, anche di queste. Come per gli Ebrei la lettura della Parola di Dio non era una riesumazione o puro ricordo di un fatto storico, ma un memoriale perenne dell'intervento di Dio nella sua vita. Questo valeva ancora di più per la Chiesa, che in Cristo e nel suo mistero Pasquale vedeva realizzato il piano di Dio, del quale Gesù stesso ha voluto lasciare, con l'Eucaristia, un memoriale per le generazioni future.

Da ricordare ancora che le letture della Parola di Dio, anche se sono “una proclamazione” degli eventi salvifici che celebriamo nel Mistero pasquale, non sono elementi costitutivi del Sacramento. La forma essenziale per la consacrazione del pane come del vino sono le parole stabilite dalla Chiesa: “questo è il mio corpo dato per voi. Questo è il calice del mio Sangue della nuova ed eterna alleanza, versato per voi e per tutti in remissione dei peccati”. Tutto il resto non è ad validitatem del Sacramento della Eucaristia, ma riguarda solo la liceità della celebrazione (C.J.C. 900-927).

Pag. 319 (5° e 6° capoverso)

“Spezzando il pane entriamo nella morte, bevendo alla coppa facciamo una alleanza nel suo sangue e facciamo Pasqua con Gesù Cristo: davanti a questa realizzazione proclamiamo: “VIENI SIGNORE GESU’! REALIZZA LA TUA PASQUA TRA GLI UOMINI!”

“Un'Eucaristia primitiva che è di una così grande semplicità, può essere anche di una grande varietà. ... “

Nota: Questa è la concezione ebraica della Pasqua. La Comunione del cristiano al pane e al vino consacrato, è una comunione alla Passione e Morte di Cristo.

Infatti Gesù con la parola “Corpo” e con l'altra “Sangue” intendeva donarci non una componente del suo essere umano (come noi pensiamo secondo la cultura greca che abbiamo ereditato), ma quello che queste due parole significavano nel linguaggio biblico, e cioè, tutto il suo essere, in quanto vive la sua vita nel corpo; cioè tutta la sua vita.

A questa aggiunge la parola: “Sangue” che indica, nella Bibbia, l'evento della morte, perché il versamento del sangue è il segno plastico della morte.

Quindi l'Eucaristia è il mistero di Gesù che dona a noi la sua vita nel momento in cui la offre al Padre per la Sua gloria e per la salvezza del mondo. I fedeli che, secondo il suo comando, mangiano il pane e bevono il Sangue comunicano perciò (1Cor 10,5) al mistero del suo sacrificio redentore. Per ottenere questa comunione, non è assolutamente necessario ricevere entrambe le specie, poiché ognuna di esse è tutto intero il Signore Gesù; anche se due specie, come segni, hanno un significato più evidente.

La Chiesa ha sempre creduto così!

Ciò è dimostrato dalla prassi orientale di dare ai neonati battezzati l'Eucaristia sotto la specie del vino: come pure dell'uso della comunione sotto le sole specie del pane, che inizia nel secolo XII. Il Concilio di Trento (sess. XXI) dichiarerà che la Comunione sotto le due specie “non è di diritto divino per coloro che non celebrano la S. Messa”. Anche se il Vat. II concederà più spazio alla Comunione sotto le due specie, il principio dottrinale, fissato da Trento, resta valido: con la Comunione ad una sola specie si riceve Gesù nella totalità del suo mistero pasquale.

La Chiesa disponendo così, ha interpretato autenticamente il pensiero di Cristo.

San Pietro (contrariamente a quanto Kiko afferma a pag. 329) oggi non si meraviglierebbe affatto della disposizione di un suo successore, investito della sua stessa autorità e guidato dal suo stesso Spirito. Ogni spiegazione della parola di Dio per essere valida, non deve dimenticare questi principi.

Pag. 319 (6° capoverso)

“ ... Questa resurrezione è quella che ha creato tra gli uomini uno Spirito nuovo vivente, uno Spirito vivificante che ha fatto nascere la Chiesa ...”

Nota: La resurrezione di Cristo, non ha creato, ma ha comunicato agli uomini, ormai uniti per sempre a Cristo nella fede e nell'amore, il Suo stesso Spirito che ci fa figli di Dio e fratelli fra noi.

Pag. 320 (3° capoverso)

“Si costruiscono basiliche enormi con le quali entrano nella liturgia elementi di fasto e solennità. Da questo momento la luce potente della Chiesa Primitiva si ricopre e si offusca caricandosi di elementi di fasto.”

Nota: Ma anche prima della pace Costantiniana esistevano le basiliche (= le sale regie) che risalgono alla fine del II secolo e sono il nucleo di tante attuali basiliche romane. Il fasto che entra nella Chiesa è anche segno di fede nella trascendenza di Dio. Fede che ha ricercato in tutti i tempi di onorare Dio meglio che fosse possibile. E quello non era trionfalismo, bensì, mezzo per esprimere la bellezza di Dio, la gioia della fede, la vittoria della verità sull'errore; un modo per onorare, senza tirchieria, il loro Signore e Dio” (Ratzinger R.F. pag. 135).

Pag. 321 (1° e 3° capoverso)

“Altro aspetto di fasto e religiosità è la processione delle offerte cioè l'offertorio. Nella Chiesa primitiva non c'era nulla di simile.” ... “Da questo momento in poi quest'offrire cose a Dio occuperà un posto di primaria importanza dentro il rito.”

Nota: L'offertorio non è qualcosa che deriva dai pagani!

L'idea di offerta non è estranea nelle descrizioni che fa San Giustino, anche se non si parla di offerta di fedeli.

Il primo a parlare di offerta del pane e del vino da parte dei fedeli è S. Ireneo (135 - 200), come segno di gratitudine dei fedeli verso Dio creatore. Così ne parlano Tertulliano (160 - 220), S. Cipriano (+258): Il rito dura a lungo a Roma (fino al secolo XI).

La moltiplicazione delle messe private e l'uso esclusivo del pane azzimo, ne affrettano la decadenza all'epoca carolingia.

Oggi la Chiesa rimette in onore le processioni offertoriali. Non è però da dimenticare che il vero offertorio è quello compiuto da Cristo nella Consacrazione, in cui offre il suo Corpo ed il suo Sangue.

Il nostro offertorio ha un valore simbolico, se anticipa la vera offerta che verrà fatta dopo; se diventa un simbolo della nostra vita che vogliamo offrire a Dio, unendola a quella di Gesù al Padre.

Pag. 321 (5° e 7° capoverso)

“Al principio perlomeno le offerte si lasciavano alla porta dei templi; poi però, dato che questo fatto delle offerte andava bene, ...”

“E' chiaro che questo offrire a Dio non è affatto una cosa cattiva. Tu puoi offrire a Dio quello che vuoi, ma l'Eucaristia è una cosa ben diversa, nettamente distinta da tutto ciò. Nell'Eucaristia tu non offri nulla: è Dio assolutamente presente quello che dà la cosa più grande e cioè la vittoria di Gesù Cristo sulla morte.”

Nota: Il giudizio per cui le offerte fatte nella Messa sono una reviviscenza pagana è falso.

Se la causa che ha originato le offerte nella Messa fosse quella a cui accenna Kiko con l'inciso ironico: “poiché il fatto delle offerte andava bene”, che dire allora dell'uso ripristinato dalla riforma liturgica, che specie nelle Messe papali, vede una lunga processione che reca all'altare doni di ogni genere? È forse anche questa un'idea pagana da condannare?

Avvertita la “gaffe” si cerca di rimediare. Ma anche qui si ricade nelle consuete contraddizioni: il giudizio negativo prima espresso, è modificato dal nuovo “in fondo questo offrire a Dio non era cosa cattiva”! Se la liturgia allora si è veramente riempita di idee pagane possiamo domandare: “c'era allora nella Chiesa l'assistenza dello Spirito Santo?”.

Pag. 322 (1°, 3° e 4° capoverso)

“La liturgia è solennissima: canti grandiosi e musica. ...”

“Ma soprattutto questa massa di gente pagana, vede, in fondo, la liturgia cristiana con i suoi occhi religiosi: l'idea del sacrificio. C'è un completo retrocedere all'antico testamento che era stato superato dallo stesso Israele. ...”

“Perciò quando poi nel medio evo si mettono a discutere del sacrificio, in fondo discutono di cose che non esistevano nell'Eucaristia primitiva. ... L'Eucaristia è sacrificio di lode, una lode completa di comunicazione con Dio attraverso la Pasqua del Signore. Ma in questa epoca l'idea del sacrificio non è intesa così ma nel senso pagano. Ciò che essi vedono nella messa è che qualcuno si sacrifica, cioè il Cristo. Nell'Eucaristia vedono soltanto il sacrificio della croce di Gesù Cristo. E se oggi chiedeste alla gente qualcosa a questo proposito, vi direbbe che nella messa vede il calvario.”

A questo punto, prima di una nostra nota, premettiamo un giudizio del Card. Ratzinger (Messori, Rapporto sulla fede, Pag. 134) su certe accuse di trionfalismo, che qui riaffiorano nelle parole di Carmen: “Non è affatto trionfalismo la solennità del culto con cui la Chiesa esprime la bellezza di Dio, la gioia della fede, la vittoria della verità e della luce sull’errore e sulle tenebre. La ricchezza liturgica non è ricchezza di una qualche casta sacerdotale; è ricchezza di tutti, anche dei poveri, che infatti la desiderano e non se ne scandalizzano affatto.

Tutta la storia della pietà popolare mostra che anche i più miseri sono sempre stati disposti istintivamente e spontaneamente a privarsi persino del necessario pur di rendere onore con la bellezza, senza alcuna tirchieria al loro Signore e Dio”.

C'è in questa pagina una tra le espressioni più negative del testo. L'idea del sacrificio - sostiene Carmen - è stata introdotta nella Chiesa sotto la pressione delle idee pagane poiché non esisteva nella Chiesa primitiva.

La dottrina della Chiesa sulla S. Messa come vero e proprio sacrificio, è antica come la Chiesa. I teologi sono concordi nell'affermare che già il solo fatto che Gesù abbia reso presente il suo Corpo ed il suo Sangue sotto specie separate, indica il carattere sacrificale della Messa.

Questo carattere è ancor meglio evidenziato dalle parole di Gesù: “questo è il Corpo dato... e il Sangue sparso per voi” che sono termini biblici indicanti l'offerta di un vero sacrificio.

Inoltre Gesù dice che il Suo Sangue è quello dell'alleanza nuova ed eterna che come l'antica è conclusa con l'offerta di un sacrificio cruento (cfr. Es 24,8; Eb 13,10; 1Cor 10,15-21).

La Chiesa ha visto sempre nell'Eucaristia un vero e proprio sacrificio (vedi Didachè c. 14 - Clemente Romano, Ignazio di Antiochia, Giustino, Tertulliano, Cipriano, Ambrogio, Agostino ecc. ecc.).

Anche tutte le liturgie antiche attestano il carattere sacrificale della Messa.

Furono i Protestanti, preceduti da Wicleff, a negare il carattere sacrificale della Messa. Secondo Harnach e Wieland la Chiesa dei primi due secoli avrebbe conosciuto solo un sacrificio soggettivo e spirituale di lode, di adorazione e di ringraziamento. Il testo così come suona ripete le eresie appena ricordate!

“L'Eucaristia è Pasqua, passaggio dalla morte alla risurrezione... L'Eucaristia è sacrificio di lode, una lode completa di comunicazione con Dio attraverso la Pasqua del Signore. Ma in questa epoca l'idea di sacrificio non è intesa così, ma nel senso pagano...” (dice Carmen).

Se l'affermazione di cui sopra (fine del quarto capoverso), fosse vera, avremmo avuto un periodo, nella storia della Chiesa, in cui questa ha sbagliato nel ritenere la Messa un sacrificio e, cosa ancora peggiore, come un sacrificio pagano. Sarebbe mancata perciò una caratteristica fondamentale della Chiesa: la sua infallibilità. Questa è pura eresia!

Ci scusiamo dell’insistenza avendo già dimostrato la falsità di queste affermazioni. A proposito dell'Eucaristia-sacrificio facciamo notare che, se l'Eucaristia (che è il “memoriale”, cioè l'attualizzazione, del mistero Pasquale di Cristo, = mistero di morte e resurrezione) non è un vero sacrificio, ne consegue che anche il fatto che è attualizzato da questo rito (la morte in Croce di Cristo) non è un vero sacrificio.

Ma con questa affermazione si nega completamente non solo il valore redentivo della morte di Cristo, ma altresì il valore sacramentale dell'Eucaristia.

Secondo la teoria di Kiko l'Eucaristia diventa “il memoriale” di un rito qualsiasi, e non di un rito sacrificale, redentore (quello della morte in Croce di Cristo). Gesù, istituendo l'Eucaristia, (come già ricordato) dice chiaramente che essa è “il memoriale” “del suo Corpo dato e del suo Sangue versato per la remissione dei peccati”. Cioè, è “memoriale” di un atto sacrificale, nel quale Egli dà la sua vita per la salvezza degli uomini.

Ne consegue quello già detto: com'è un vero sacrificio la sua morte, così è vero sacrificio il “memoriale” di essa.

Questa è la dottrina che la Chiesa ha sempre insegnato, come verità rivelata, negando la quale non si è più nella Chiesa.

Kiko e Carmen sembrano negare completamente questa dottrina, nascondendo questa eresia, che poi e' la stessa di Lutero, sotto una valanga di parole, di espressioni roboanti, capaci forse di colpire orecchie di principianti, ma non l'intelligenza di chi conosce più a fondo l'insegnamento della Chiesa.

Da queste premesse dottrinali, diffuse insistentemente tra gli aderenti al movimento, sono originati altre convinzioni ed atteggiamenti che non sono conformi né alla dottrina cattolica né alla prassi comune dei fedeli, come per esempio l'assenza quasi assoluta dei N.C. a qualsiasi pratica in onore della Santissima Eucaristia al di fuori della S. Messa.

Pag. 323 (1° e 2° capoverso)

“Se abbiamo trovato gente che non vive la Pasqua, né la capisce, adesso ci troviamo di fronte al fatto che comincia a non capirsi neanche il latino.... Allora la gente deve immaginare le cose.”

“Appaiono nelle chiese i grandi quadri che rappresentano la vita e i miracoli di Gesù Cristo. Del popolo di Israele che è il popolo dell'udito, abbiamo fatto il popolo dell'immaginazione....”

Nota: Il fatto che il popolo pian piano non abbia capito il latino della liturgia, non significa che non abbia creduto al Mistero al quale partecipava.

Non è la conoscenza della lingua che rende più comprensibile il mistero. Esso resta sempre. Al mistero ci si avvicina con la fede e con l'amore.

I grandi quadri, i mosaici, che compaiono nelle Chiese, costituirono per il popolo, in gran parte analfabeta, la Bibbia viva, la Parola di Dio che essi contemplavano con gli occhi estasiati ed amavano con il cuore semplice. Kiko, con il suo accenno, vuol forse condannare quell'arte ancora oggi tanto ammirata; piena di fede, di bellezza, di poesia, per esaltare una certa arte moderna spesso fatta di sgorbi o di macchie di colori?

Pag. 323 (3° capoverso)

“Ormai non c'è assolutamente più assemblea.”

Nota: Ritorna martellante l'idea secondo la quale l'Eucaristia non esiste se non c'è l'assemblea (cfr. anche la nota al 2° capoverso di pag. 324). Questo non corrisponde a quanto insegna la teologia, né la storia della liturgia.

Pag. 323 (4° e 5° capoverso)

“...La Messa è interamente ricoperta di orazioni private da tutte le parti. Il Canone resta soffocato da preghiere che lo precedono e lo seguono.”

“Per di più queste preghiere sono di tono penitenziale ed al singolare. E siccome il sacerdote dice la 'sua' Messa, il poveretto che si sente molto indegno di avvicinarsi a Dio, deve cominciare a scusarsi della sua indegnità: con spirito di umiltà ed animo contrito.”

“...Siamo ad una messa completamente penitenziale, ... Siamo ormai lontanissimi dalla Pasqua....”

Nota: La catechesi autentica non si fa mettendo in ridicolo quello che la Chiesa, sempre guidata dallo Spirito Santo, ha creduto giusto compiere, durante secoli, nella celebrazione del rito della Messa: (“il poveretto = Sacerdote deve scusarsi ...”).

Queste messe, per Kiko, sono lontanissime dalla Pasqua, per il carattere penitenziale di alcune preghiere, e perché, si credeva (ma è lui che lo afferma) che la Messa, in quei tempi era ritenuta come “un favore che noi facciamo a Dio”.

È penoso leggere queste espressioni che, oltre a gettare discredito su riti venerandi, come l'ordinazione sacerdotale (“unzione delle mani”), tendono a far risaltare gli abusi che accompagnano sempre le vicende degli uomini anche più Santi, e che la Chiesa ha sempre condannato. Si dice che i neocatecumenali vogliono portare “i lontani” alla fede! Ma per questa strada si va in senso contrario!

Pag. 324 (2° capoverso)

“Oggi abbiamo il privilegio di vivere in un'epoca in cui, tramite la psicologia e l'antropologia, riscopriamo il valore dei segni, che parlano molto più all'uomo che alla ragione. Le cose che non si possono abbracciare razionalmente si esprimono con segni, con simboli.”

Nota: 1) Essendo l’uomo composto anche di corpo, egli arriva a comprendere attraverso la mediazione dei sensi. Per questo occorrono anche i segni la cui validità, per la comprensione della verità, è relativa allo sviluppo della persona. 2) Carmen si sente privilegiata perché vive in un'epoca in cui si riscopre il valore dei segni, mentre, a quel tempo, i poveri ed ignoranti teologi della Chiesa cercavano di interpretare a modo loro (con le “teologie razionali”) i segni sacramentali che non comprendevano più! Ma basta leggere le parole di Carmen e confrontarle con le pagine dei teologi che essa rifiuta, per constatare il ridicolo e la falsità delle sue espressioni.

Pag. 324 (3° e 4° capoverso)

In quell'epoca ... si giunge ad una superstizione completa ...”

Si comprende perciò perfettamente perché sorse Lutero ...”

Nota: Anche in questa pagina abbondano, come di consueto, affermazioni contraddittorie.

Prima si afferma che, nel passato, non si capiva più niente dell'Eucaristia; che si era perso il senso dell'assemblea; che la messa era diventata un rito penitenziale ecc.. Adesso, si dice che la Chiesa “manteneva il nucleo essenziale dell'Eucaristia”. Abbiamo più volte fatto notare questo dire e disdire, che rivela una tattica: demolire, screditandola, la Chiesa prima del Vaticano II, nel tentativo di provare, o convincere, che quella che essi (N.C.) presentano è la vera Chiesa.

Questa convinzione è fortemente radicata nei laici e nei presbiteri del movimento che affermano con molta ... chiarezza ed umiltà (!): “noi siamo la vera Chiesa! Noi siamo i veri preti di questo post-Concilio!”.

Scrivere ed insegnare queste cose, significa affermare che “in quelle epoche”, il Magistero infallibile della Chiesa non esisteva più. Questo è eresia!

Pag. 325 (inizio pagina)

“Con Papa Pio V ci fu un tentativo di riforma nel Concilio Laterano...”

Nota: Abbiamo già notato come gli autori del testo, per i loro fini, sono pronti a travisare e alterare Parola di Dio, storia, teologia, filosofia ecc. ecc.

San Pio V (1566 - 1572) lavorò molto per la riforma della Chiesa, in attuazione dei decreti del Concilio di Trento, ma non radunò, come qui si afferma, nessun Concilio al Laterano.

Pag. 325 (2° e 3° capoverso) “... la liturgia è in continuo rinnovamento.”

“... La liturgia è vita, una realtà che è lo Spirito vivente tra gli uomini. Perciò non lo si può mai imbottigliare,...”

Nota: C'è qui un'altra dimostrazione delle contraddizioni del testo. Prima ci si scaglia contro le innovazioni introdotte nel corso dei secoli, affermando che venivano da concetti pagani o da altri ... interessi. Qui si riconosce il diritto ad un rinnovamento, perché la liturgia è vita.

Ma dopo aver negato questo diritto alla Chiesa del passato, e successivamente averlo riconosciuto, i neocatecumenali dovrebbero conoscere quanto stabilisce il Vaticano II (S.C. n° 22,1-2-3): “regolare la Sacra Liturgia compete unicamente all'autorità della Chiesa, la quale risiede nella Sede Apostolica e, a norma del Diritto, nel Vescovo”....Di conseguenza nessun altro, assolutamente, anche se Sacerdote, osi, di sua iniziativa, aggiungere, togliere o mutare alcunché in materia liturgica.

Queste norme non esistono per i N.C. che celebrano l'Eucaristia come piace a loro.

“La liturgia non è un show, uno spettacolo che abbisogni di registi geniali e di attori di talento. La liturgia non vive di sorprese “simpatiche”, di trovate “accattivanti”, ma di ripetizioni solenni. Non deve esprimere l’attualità e il suo effimero, ma il mistero del Sacro. Molti hanno pensato e detto che la liturgia debba essere “fatta” da tutta la comunità, per essere davvero sua. È una visione che ha condotto a misurare il “successo” in termini di efficienza spettacolorae, di intrattenimento. In questo modo è andato però disperso il “proprium” liturgico che non deriva da ciò che noi facciamo, ma dal fatto che qui accade qualcosa che tutti noi insieme non possiamo proprio fare. Nella liturgia opera una forza, un potere che nemmeno la Chiesa tutta intera può conferirsi; ciò che vi si manifesta è l’assolutamente Altro che, attraverso la comunità (che non è dunque padrona ma serva, mero strumento) giunge fino a noi (Card. Ratzinger in Messori, Rapporto sulla fede, pag. 130).

“Per il cattolico, la liturgia è la Patria comune, è la fonte stessa della sua identità: anche per questo deve essere “predeterminata”, “imperturbabile” perché attraverso il rito si manifesta la Santità di Dio. Invece, la rivolta contro quella che è stata chiamata “la vecchia rigidità rubricistica”, accusata di togliere “creatività”, ha coinvolto anche la liturgia nel vortice del “fai-da-te”, banalizzandola perché l’ha usa conforme alla nostra mediocre misura.” (Messori, Rapporto sulla fede, pag. 130-131).

Pag. 325 (4° capoverso)

“...Il sacramento parla più dei ragionamenti. Ma a quel tempo poiché non si capisce ciò che è il sacramento, si cerca di dare spiegazioni filosofiche del mistero. E così cominciano i dibattiti su: “Come è presente?” Lutero non negò mai la presenza reale, negò solo la parolina “transustanziazione” che è una parola filosofica che vuol spiegare il mistero”

Nota: Il valore e l'efficacia del Sacramento, come già detto, non dipende dalla valorizzazione del segno. Esso agisce per forza propria: ex opere operato (come si esprime la teologia). Cfr. note per la pagina 326.

Le spiegazioni filosofiche non vogliono spiegare il mistero: sono tentativi legittimi per rendere l'atto di fede “obsequium rationabile”. Cercare, cioè, di eliminare l'apparente contrasto tra la fede e la ragione.

Lutero non ha potuto negare la presenza reale, limitandola però al momento dell'uso, cioè alla Comunione, ammettendo anche una coesistenza del Corpo e Sangue di Cristo, con la sostanza del pane e del vino. Per i Protestanti i Sacramenti sono soltanto pegni della promessa divina della remissione dei peccati, e mezzi per risvegliare e fortificare la fede fiduciale che sola giustifica.

Quindi non mezzi di grazia (come insegna la Chiesa), ma di fede, e contrassegni di questa. Dottrina condannata però dal Concilio di Trento. A riguardo della parola “transustanziazione”, che secondo Kiko è una parola filosofica che vuol spiegare il mistero, il C.C.C. n° al numero 1376 dice: “Il Concilio di Trento riassume la fede cattolica dichiarando... che con la consacrazione del pane e del vino si opera la conversione di tutta la sostanza del pane nella sostanza del Corpo del Cristo, nostro Signore, e di tutta la sostanza del vino nella sostanza del suo Sangue. Questa conversione, quindi, in modo conveniente e appropriato è chiamata dalla santa Chiesa cattolica “transustanziazione” “. Ma Kiko, che dice di accettare la dottrina del Vat II, continua a rifiutare questa parola.

Pag. 325 (verso la fine)

“ ...Ma la cosa importante non sta nella presenza di Gesù Cristo (nell'Eucarestia). Ossia, la presenza fisica nel mondo ha uno scopo che è il resuscitare dalla morte. Questa è la cosa importante. La presenza è un mezzo per il fine, che è la Sua opera: il mistero di Pasqua. La presenza è in funzione dell'Eucarestia, della Pasqua...”.

Nota: La Carmen afferma che la presenza di Gesù Cristo nell'Eucaristia, non è la cosa più importante... perché la presenza fisica nel mondo ha uno scopo che è il resuscitare dalla morte. Ma “Gesù si è incarnato per cancellare il peccato e riconciliare gli uomini con Dio per mezzo del suo Sacrificio di croce (Eb 10,15)”. Questo disegno di Dio comportava da parte di Cristo l'immolazione reale del suo Corpo sulla croce alla quale, come suggello dell'accettazione da parte del Padre, sarebbe seguita la sua resurrezione. Poiché la Messa è il “memoriale” del Sacrificio Pasquale di Cristo, è ripresentazione della sua Passione, morte e resurrezione. Se nell'Eucarestia non ci fosse il suo Corpo, cioè la presenza reale di Gesù, non ci sarebbe neppure il memoriale del suo Mistero pasquale. L'Eucaristia, se non fosse presenza di Cristo, non sarebbe né sacrificio, né memoriale. Quindi non sarebbe neppure Sacramento, ma una semplice cena commemorativa.

Pag. 326 (1° capoverso)

“... Il memoriale che Egli lascia è il Suo Spirito resuscitato dalla morte, ...”

Nota: La frase è composta di parole senza senso. Perciò chiediamo alla Carmen: “Gesù è presente nell'Eucaristia con il suo solo Spirito risuscitato dalla morte” o con la realtà del suo Corpo?

Nel primo caso si nega la Risurrezione di Cristo nel suo vero Corpo.

Nel secondo l’espressione è teologicamente sbagliata.

Pag. 326 (2° capoverso)

“E' quando non si capisce più ormai questa presenza della Pasqua, di questo sacramento che si vuole spiegare filosoficamente, che si cominciano i dibattiti su come è presente, con gli occhi o senza gli occhi, fisicamente ecc. Tutte queste spiegazioni partono da un punto falso, consistente nel voler spiegare razionalmente qualcosa di diverso.”

Nota: La spiegazione che la teologia “razionale” ha cercato di dare al mistero eucaristico, non ha mai preteso - come afferma Carmen - di offrire una spiegazione filosofica, valida razionalmente, dell'oggetto di fede, ma mostrare che tra l'atto di fede ed i postulati della ragione, non c'era opposizione. La teologia, non spiega con la ragione, i sacramenti. Essendo essi “segni efficaci di una realtà invisibile” questa non è oggetto di alcuna spiegazione filosofica, ma solo di fede. La teologia si sforza di capire, dopo aver emesso anch'essa un atto di fede nel mistero che tratta, il significato che quei segni possono avere per noi, e conoscere quando i segni stessi diventano veramente efficaci, produttori di grazia.

La teologia, studiando il mistero, non cerca evidenze razionali per sottrarsi al dovere di credere. Non chiede: “è vero quello che dice il Signore?”, ma: “Signore, aiutaci a capire meglio quello che ci dici.”

La teologia è a servizio dei fratelli: non deve far da padrona sulla fede, ma collaborare alla gioia dei credenti (cfr. 2Cor. 1,4) ed aiutare l’intelligenza ragionante a compiacersi anch’essa dei misteri della fede.

Pag. 326 (5° capoverso)

“Un sacramento è formato da due elementi: uno è il segno, esplicitazione del mistero, e l'altro è l'efficacia del segno, che realizza quello che il segno significa.”

Nota: Il Sacramento è formato da due elementi: il segno esterno e la parola che lo accompagna. L'efficacia del segno non è - come si dice qui - un elemento essenziale del Sacramento. Cioè, non è il Segno, o la comprensione che di esso si ha, che rende efficace il Sacramento - come afferma Carmen.

Da questo concetto i neocatecumenali partono all'attacco della Comunione con l'ostia (uso in vigore all'inizio del secolo IX) che data la forma, “sembra di carta”.

Però si conclude che “anche in questo caso, quanto all'efficacia il sacramento si realizza” (pag. 326).

In questa affermazione c'è una chiara contraddizione con quanto Carmen stessa prima aveva affermato sul significato del segno come elemento costitutivo del Sacramento. Se infatti il sacramento è efficace comunque, anche con l'ostia che sembra carta, ciò significa che l'efficacia del segno sta nelle parole del Ministro, e non nella percezione del suo significato da parte di chi lo riceve. Ma questa conclusione, anche se, logica non piace a Carmen. Ci ritorna alla fine della pagina 326 appoggiandosi ad una frase di Farnes che fa un paragone tra il cesto o il secchio usati per raccogliere la pioggia. “Questa è sempre efficace, ma quell'efficacia col secchio rimane, col cesto invece si perde”. Il paragone però non è valido. Il secchio o il cesto non è segno della pioggia che cade: può essere segno solo della volontà, efficace o meno, di chi usa i diversi mezzi per raccoglierla. Il Segno sacramentale del Battesimo (cioè l'acqua) che di natura sua poteva indicare molte cose, ne indica invece un'altra di carattere completamente diverso, anche se simile, perché soprannaturale. Questa indicazione è data dalle parole (la forma) che usa il Ministro nell'utilizzare quel segno.

Quell'acqua che poteva servire per dissetare, innaffiare, rinfrescare ecc., viene utilizzata secondo il fine determinato dal Ministro del Sacramento. Se colui che lo riceve è, poi, un secchio o un cesto, certamente non sarà questo suo stato a determinare il valore dell'atto, ma soltanto la fruttuosità nei suoi confronti (cfr. C.C.C. n° 1145 ss).

Pag. 327 (1° capoverso)

“La liturgia è piena di segni, perché da essi non si può prescindere affinché la grazia si realizzi”.

Nota: Il segno è richiesto perché Gesù l’ha usato per trasmetterci il dono invisibile e spirituale della grazia. Ma questi segni conferiscono la grazia soltanto se usati come Cristo li ha usati. Così il pane e il vino nell'Eucaristia diventano segni di una realtà soprannaturale solo quando sono trasformati dalle parole della consacrazione. Ma questa realtà soprannaturale si percepisce solo con la fede e non attraverso la visione del segno.

La Chiesa nella liturgia, affinché il sacramento, fonte di grazia, si realizzi, (C.C.C. n° 1127-1128) non può prescindere da quel segno assunto da Cristo (C.C.C. n° 1151-1152) e da Lei riconosciuto.

Nell'Eucaristia il segno è quello del pane e del vino e le parole sono quelle contenute nei testi liturgici. Gli altri segni usati sia prima, sia dopo la consacrazione, non sono essenziali, ma solo integranti.

Pag. 327 (8° capoverso)

“Si recuperano i segni: si comincia a comunicare con il pane e non con un'ostia che non sembra più pane, si beve al calice. Il Concilio Vaticano II ha stabilito che si recuperino i segni in tutta la loro ricchezza di segni. Si recupera l'abbraccio di pace nonostante ciò risulti difficilissimo alla gente dato che non siamo né in assemblea né in comunità.”

Nota: La Dottrina della Chiesa definisce quello che è l'essenziale per il Sacramento: (la materia, la forma: (Decr. 887 e 884) e il Ministro (Conc. Lat. 1215; Dc 430 - a24 e 961 - 949). I segni che però danno la grazia sono quelli usati nei sacramenti della Chiesa. Gli altri segni, anche se usati in celebrazioni liturgiche, sono soltanto dei simboli adatti a stimolare o approfondire la conoscenza del mistero che si sta celebrando. Questi non danno la grazia santificante.

Il ricupero dei segni non si ha ripetendoli soltanto, ma comprendendone e vivendone il significato. Anche dopo la riforma del Vaticano II troppi segni restano muti perché non è stata fatta una catechesi adeguata.

Pag. 327 (9° capoverso)

“L'offertorio nella riforma ha perduto di importanza, immaginate cosa significa per la gente togliere il poco a cui partecipava.”

Nota: Conosciamo bene l'importanza della riforma a cui abbiamo dato l'approvazione fin dalla stesura della S.C. del Vaticano II. Non approviamo tuttavia, quanti, in nome del Concilio, vogliono introdurre abusi, o false interpretazioni.

Qui, nel testo, ce n'è una prima:

non ci sarà una vera assemblea, se non sorgeranno comunità che vivono dello Spirito per esultare in Comunione”. Cosa si vuole insinuare? Che saranno indispensabili le Comunità neocatecumenali per attuare i dettami conciliari? Le altre non contano?

La traduzione in lingua volgare, che non doveva eliminare la lingua latina (S.C. 36,1), non risolve il problema della comprensione dei riti, se mancherà una solida e continua catechesi.

L'Ostia tradizionale, ancora non è stata abolita dalla Chiesa, ma dai neocatecumenali, molti anni prima di averne l'autorizzazione! Anche per la Comunione al calice da questi non vengono osservate le norme emanate in materia. Belli esempi di obbedienza all'autorità della Chiesa!

L'offertorio nella riforma non ha perduto di importanza, anzi ha assunto una maggiore solennità (vedi le Messe papali), anche se è chiaro il suo significato teologico!

Pag. 328 (1° capoverso)

“A questo proposito c'è un caso significativo. L'orate fratres. L'orate fratres è l'esempio maggiore di tutte quelle preghiere che furono introdotte nella messa di tipo individuale, penitenziale e sacrificale. Riassume tutte le idee medioevali della messa: Pregate fratelli, perché questo sacrificio 'mio' e 'vostro' sia gradito ...; la risposta era ancora peggiore: il Signore riceva dalle tue mani questo sacrifico...”

Nota: Nel fare a suo modo la storia dell'“orate frates” (introdotto nel secolo VIII. L'attuale testo è del secolo XII. La risposta, che prima non c'era, è del secolo XI. Inizialmente l'invito era rivolto soltanto al clero, poi anche ai presenti). Nelle parole di Carmen si ripete la convinzione che la Messa non è un sacrificio; concetto questo che è stato introdotto nella Chiesa, secondo Carmen, al momento della conversione dei barbari.

Per la Chiesa invece, il sacerdote celebra un vero e proprio sacrificio, perché rappresenta ed agisce “in persona Christi” e non per incarico e a nome della comunità.

Questo vuol ricordare l’invito a pregare che il celebrante rivolge ai fedeli; perché “il mio sacrificio”, non è certamente identico al “vostro”, a quello dei fedeli partecipanti.

La risposta che essi danno è un’adesione alla fede della Chiesa.

La Carmen si rifiuta di accettare questa risposta perché non aderisce a questa fede. Per lei, nella Messa, tutti sono sacerdoti, senza alcuna distinzione tra sacerdozio comune e ministeriale.

Pag. 328 (7° e 8° capoverso)

“Neppure c'è il Gloria ...”

“Lo stesso per il Credo ...”

Nota: Per i neocatecumenali il Gloria e il Credo non ci sono mai nelle loro celebrazioni. Anche se il Gloria è entrato più tardi nella liturgia, esso ha un’origine antichissima; ed è un inno con il quale la Chiesa, radunata nello Spirito Santo, glorifica e supplica Dio Padre e l’Agnello.

Ma per Carmen e Kiko il Gloria non ha senso perché duplica, essi dicono, l’anafora. Anche se questa motivazione è portata da alcuni liturgisti, si deve ricordare che le forme e i modi della celebrazione sacramentale, solo la Chiesa gerarchica può disporli (C.C.C. n° 1124, 1125 e 1126).

I neocatecumenali che si dichiarano figli obbedienti della Chiesa di cui vogliono portare nel mondo l’insegnamento, dimenticano i dettati del C.C.C. n° e del Vaticano II, S.C. n° 22-26.

Le uniche norme per loro valide sono quelle emanate da Kiko!

A nostro avviso, trascurando la considerazione sul tempo dell’introduzione del Gloria nella Messa, si può affermare che la sua collocazione dopo il Kyrie e prima della “colletta”, costituisce un atto di riverenza e di amore verso la Santissima Trinità, fonte del mistero che si sta celebrando.

Per il Credo identico è il comportamento dei N.C.. “Esso, affermano, viene dal tempo delle eresie; quando cominciarono ad apparire eretici e apostati; prima di passare all’Eucaristia gli si faceva confessare la loro fede”.

La Chiesa oggi lo recita per suscitare nell’assemblea, dopo l’ascolto della parola di Dio, una risposta di assenso e di richiamo alla mente delle regole della fede, prima di incominciare la celebrazione dell’Eucaristia. Ma anche qui Kiko si ritiene autorizzato a disporre a suo piacimento della liturgia della Chiesa. Contro ogni disposizione essi rifiutano la recita della formula niceno-costantinopolitana, usando talvolta (come nella visita del Papa alla comunità di Porto S. Giorgio) altre formule.

Dalla confessione di un ex-NC si apprende che la mancata recita del Credo proviene da un’altra motivazione, e non da quella di voler ritornare alle origini. Verso la fine del Credo, infatti, si dice: “Credo la Chiesa, una santa, cattolica e apostolica”. Poiché i NC non ammettono la Chiesa gerarchica, non vogliono neppure recitare una formula con la quale sarebbero costretti ad affermare la loro fede in quella Chiesa in cui non credono. La motivazione diffusa tra gli aderenti che essi non recitano il Credo “perché non ne sono degni” è semplicemente ridicola! Il Credo è la formula antichissima con la quale il Cristiano esprime la sua fede. E poiché la fede è una risposta a Dio che si rivela, questa non sarà, né può esserlo, un atto che il Cristiano non è degno di porre, anzi è la conseguenza logica e doverosa della sua fede.

Dopo queste disposizioni kikiane, riguardanti la celebrazione del mistero centrale della nostra fede, si pone la domanda: “Come mai, tanti Vescovi e Sacerdoti permettono, da circa trenta anni, una prassi liturgica contraria a quella della Chiesa; mentre continuano a ripetere che le catechesi di Kiko sono un dono dello Spirito Santo per la Chiesa del nostro tempo?”

Si deve concludere che certi pastori queste catechesi o non le hanno mai lette oppure anch’essi, seppur tacitamente, le approvano.

In entrambi i casi c’è da esclamare: “Signore, pietà”!

Pag. 329 (2°, 4°, 5° e 6° capoverso)

Pag. 330 (2° e 3° capoverso) Pag. 331 (2° e 4° capoverso)

“Dicevo che la Chiesa primitiva non ha mai problemi sulla presenza reale. Se a San Pietro fosse stato chiesto se Gesù Cristo sia presente nell'Eucaristia, si sarebbe meravigliato, perché lui non si pone il problema. Per lui Cristo è una realtà vivente che fa Pasqua e trascina la Chiesa. Non è questione di briciole o cose di questo tipo; San Pietro si sarebbe scandalizzato molto più del fatto che non c'è l'assemblea o che uno solo beve dal calice. E' questione di sacramento, di assemblea.”

“Cominciano le grandi esposizioni del Santissimo, (prima mai esistite), perché la presenza era in funzione della celebrazione eucaristica e non il contrario. Il pane e il vino non sono fatti per essere esposti, perché vanno a male. Il pane e il vino sono fatti per essere mangiati e bevuti.”

“Io sempre dico ai Sacramentini, che hanno costruito un tabernacolo immenso: se Gesù Cristo avesse voluto l'Eucaristia per stare lì, si sarebbe fatto presente in una pietra che non va a male.”

“Il pane è per il banchetto, per condurci alla Pasqua. La presenza reale è sempre un mezzo per condurci ad un fine, che è la Pasqua. Non è un assoluto, Gesù Cristo è presente in funzione del mistero pasquale.”

“La presenza di Gesù Cristo è un'altra cosa. E' il carro di fuoco che viene a trasportarci verso la gloria, a passarci dalla morte alla resurrezione, a farci veramente entrare nella morte, che è molto diverso. L'Eucaristia è completamente dinamica, ci mette in cammino. Noi l'abbiamo trasformata in qualcosa di statico e manipolabile per noi. Pensate che è tanto vero quel che dico che facciamo il ringraziamento dopo aver comunicato, mentre tutta l'Eucaristia, come abbiamo visto, è azione di grazie.”

“Tutti i valori di adorazione e contemplazione, che non sono alieni alla celebrazione del banchetto, sono stati tirati fuori dalla celebrazione come cose marginali. L'adorazione al Santissimo, per es. ...”

“Come una cosa separata dalla celebrazione cominciano le famose devozioni eucaristiche: L'adorazione, le genuflessioni durante la messa ad ogni momento, l'elevazione perché tutti adorino. ...”

L'adorazione e la contemplazione sono specifiche della Pasqua, ma dentro la celebrazione, non come cose staccate. ...”

Nota: A riguardo di questa ultima frase che sembra escludere la presenza di Gesù al di fuori della celebrazione eucaristica ci sia consentito riportare quanto scrive il Card. Ratzinger: “Si è dimenticato che l’adorazione è un approfondimento della Comunione. Non si tratta di una devozione “individualistica”, ma della prosecuzione o della preparazione del momento comunitario” (Messori, Rapporto sulla Fede, pag. 157).

“Ma gli “archeologi” della liturgia hanno da ridire su tutto quello che non c’era nella liturgia dei primi secoli, non riconoscendo al “sensus fidei” del popolo cattolico la possibilità di approfondire, di portare alla luce, secolo dopo secolo, tutte le conseguenze del patrimonio che gli è stato affidato” (ivi).

Riportiamo inoltre da “Princìpi e norme” del Messale Romano: “Il mistero della Presenza reale del Signore sotto le specie eucaristiche, (oltre che essere esplicitamente affermato dal Vat. II e da altri documenti del Magistero) è posto in luce “dal senso e dall’espressione esterna di sommo rispetto e di adorazione di cui è fatto oggetto nel corso della liturgia Eucaristica. Per lo stesso motivo al Giovedì Santo e nella solennità del Corpo e Sangue del Signore, il popolo cristiano è chiamato ad onorare in modo particolare con l’adorazione questo ammirabile sacramento.

Si può concludere, molto amaramente, che:

1) I neocatecumenali (o meglio Kiko e Carmen) non credono alla presenza reale di Cristo sotto le apparenze del pane e del vino consacrati terminata la messa.

2) Non credono che questa presenza si estenda anche ai frammenti (“le briciole”) del pane.

3) Ne consegue che quanti credono nella presenza reale dell'Eucaristia, terminata la Messa, a giudizio dei N.C. compiono un atto di idolatria.

4) E poiché la “lex orandi” è una dimostrazione della “lex credendi”, e cioè, che la preghiera della Chiesa dimostra la sua fede, si dovranno condannare, secondo queste premesse, tutti coloro che promuovono il culto eucaristico, nelle varie forme o manifestazioni, come XL ore, congressi eucaristici, ore di adorazione, ecc. ecc.

5) Infine, l'affermazione in cui si dice “che se Cristo avesse voluto l'Eucaristia per restare lì (= cioè nel Tabernacolo) si sarebbe fatto presente in una pietra che non va a male”, è un insulto a tutta la Chiesa, che incominciando dal Sommo Pontefice ed abbracciando schiere numerose di Istituti religiosi, di Santi, di Martiri, di Vescovi e Sacerdoti hanno fatto, nel corso dei secoli, dell'adorazione eucaristica il centro della loro spiritualità e del loro apostolato. Spiritualità questa che sostiene, anche oggi, milioni di fedeli di ogni grado culturale e sociale.

Non è da meravigliarsi se da queste teorie, diffuse nelle catechesi, nascono poi certi comportamenti comuni (dove più dove meno) a tutti i gruppi neocatecumenali.

“L'adorazione e la contemplazione (é scritto nel testo) sono specifiche della Pasqua, ma dentro la celebrazione, non come cose staccate” (pag. 331).

Questa affermazione è conseguenza della convinzione che la Presenza reale non esiste più terminata la celebrazione della Messa. Ed i neocatecumenali sono logici all'insegnamento loro impartito. Risulta da innumerevoli testimonianze che essi non fanno mai (con eccezioni rarissime) alcun gesto di adorazione passando davanti al Tabernacolo, né qualche visita al SS.mo. Lo stesso avviene il Giovedì Santo, quando il SS.mo viene solennemente esposto dopo la celebrazione della Messa in “Coena Domini”.

Si aggiunga la trascuratezza verso i frammenti del pane consacrato (“le briciole”) che numerosi cadono per terra, sia per il modo di confezionare il pane usato nella celebrazione, sia per quello di passarselo reciprocamente. Questi frammenti, visibili anche ad occhio non esperto, se caduti per terra, non sono raccolti ma calpestati e trascurati come le briciole che cadono da una qualsiasi mensa.

Esistono a questo proposito documentazioni che vengono da ogni parte oltre quelle viste personalmente insieme ad altri testimoni avvenute nella Basilica di S. Giovanni in Laterano. Dopo certe celebrazioni dei neo-catecumenali, pie persone hanno curato di raccogliere - per poi inviare alle autorità del Vicariato - i frammenti che numerosi erano caduti per terra e che venivano calpestati dai presenti, ma si è cercato di impedirli.

I neo-catecumenali per difendersi dall'accusa di profanazione affermano che sui frammenti rimasti dopo la celebrazione, prima che vengano buttati come rifiuti comuni, un loro “ostiario o ostiaria” recita una preghiera che li ... sconsacra!

Ad un sacerdote che si meravigliava per quanto si faceva delle “briciole”, un presbitero ha detto: “ma tu ci credi ancora?”.

Collegato a questa convinzione è l'atteggiamento da essi tenuto dopo la S. Comunione. Il ringraziamento non si deve fare (pag. 330). A sostituirlo hanno introdotto una specie di danza “biblica” fatta intorno al tavolo che è servito da mensa, perché essi non celebrano mai su un altare consacrato, anche se si radunano in chiese o basiliche, o sono presenti Vescovi o Cardinali.

Vale la pena riportare quanto scrive un teologo moderno (Francois X. Durwell, l.c. pag. 128 e seg.): “Proprio perché la Messa non è solo una azione della comunità, fatta di preghiere, di canti, di partecipazione fraterna, la festa non si chiude appena finita la Cena. Ma la Messa è la celebrazione dell'amicizia, anzitutto di quella di Cristo. Ma né il suo Sacrificio, né la sua presenza, svaniscono dal nostro mondo, ma entrano nel nostro del quale Cristo prende possesso perché 'chi mangia la mia carne ... dimora in me ed io in lui' (Gv 6,56).

La grazia eucaristica è quella di una amicizia identificante. Perché non attardarsi in questo incontro destinato a divenire eterno? Perché non ritardare per qualche istante, la dispersione nelle attività terrestri, affinché non proiettino il fedele fuori di Cristo, ma si riempiano esse stesse di carità?

Dio fa comunione con l'uomo ... lo fa sedere al banchetto della sua presenza reciproca: perché non goderlo per qualche minuto? Egli ci ha permesso di avvicinarci alla fonte del seno aperto; perché non bere ai fiumi dello Spirito (che da esso sgorgano)?

La comunione eucaristica coinvolge tutto quanto l'uomo, ... È nella stessa natura di questa Comunione l'essere accompagnata da una certa esperienza di unione con Cristo. Questa esperienza - certo - è vissuta nella fede, ma la fede non è il velo che nasconde il mistero, ne è la rimozione incompleta....

Come pregare in azione di grazie?

Accogliendo amorosamente il Signore che viene e offrendosi a Lui perché faccia in essi ciò che ama. Abbandonarsi all'amore infinito non è umiliarsi. È sottomissione d'amore che risponde al dono d'amore di Dio diventato nostro cibo, dato nelle nostre mani.” (Durrwel op.c.).

Agli atteggiamenti sopra accennati dei neocatecumenali, si deve aggiungere l'arbitrio ormai dilagante di disporre a piacimento dei riti della messa; tralasciando ciò che non piace o cambiando come a loro piace: l'aggiunta di modifiche, preghiere, interventi, proibiti dall'autorità della Chiesa che è l'unica competente nel regolare S. Liturgia (S.C. 22,1-2-3; 23) per cui spesso la Messa diventa uno show accompagnato da chitarre, danze, abbracci e baci!

Pag. 332 (3° e 4° capoverso)

“... il Concilio Vaticano II ha detto che bisogna fare catechesi per spiegare alla gente il rinnovamento, perché non si può fare un rinnovamento liturgico senza spiegarlo al popolo, perché la gente si spaventa ...”

“... Il Concilio ha parlato soprattutto di catechesi alla gente per spiegare il rinnovamento. Questo è molto difficile da fare ...”

Nota: Chi ha esperienza di Catechesi, sa bene che se questa è fatta con serietà, preparazione, gradualità, il popolo l'accetta con gratitudine, specialmente quando avverte che le riforme che vengono proposte aiutano i fedeli ad una maggiore comprensione e partecipazione all'azione liturgica. Kiko ripete continuamente che “il popolo cristiano non è stato mai catechizzato profondamente”. L'affermazione oltre che non essere vera (le eccezioni ci sono sempre), suona offesa per tanti Santi Sacerdoti, Missionari ecc. che negli anni vicini o lontani, hanno consumato la loro vita nella catechesi del popolo di Dio, fatta in mille forme e con metodi diversi come: Quaresimali, mesi di Maggio e Giugno predicati, Novene della Madonna, di Natale, S. Missioni al popolo, ritiri, esercizi spirituali, settimane del Vangelo ecc. ecc. Suona anche offesa alla storia della Chiesa, che forse Kiko non ha ancora avuto modo di conoscere profondamente dopo la sua conversione. Gli auguriamo di tutto cuore che lo faccia presto. Allora anche lui, invece degli errori che va propagando, canterà un inno di ringraziamento e di lode per le tante meraviglie che si sono compiute nella Chiesa sotto l'azione dello Spirito Santo.

Il cristiano autentico accetta sempre serenamente quello che la Chiesa propone anche se per qualcuno la novità può provocare atteggiamenti (temporanei) di rifiuto. Così abbiamo visto la gioia e la numerosa partecipazione dei fedeli alle funzioni della Pasqua rinnovata già prima del Concilio (1951 quella della notte; 1955 quella del Triduo pasquale). Quello che essi non accettano sono gli abusi, i personalismi, le deviazioni dalle norme emanate per tutti. Per queste giustamente si lamentano!

Pag. 333 (1° e 5° capoverso)

“Carmen vi ha spiegato come le idee sacrificali, che Israele aveva sublimato, si introdussero di nuovo nella Eucaristia cristiana. Forse che Dio ha bisogno del Sangue del Suo Figlio, del suo sacrificio per placarsi? Ma che razza di Dio abbiamo fatto? Siamo arrivati a pensare che Dio placava la sua ira nel sacrificio di Suo Figlio alla maniera degli dèi pagani. Per questo gli atei dicevano: Che tipo di Dio sarà quello che riversa la sua ira contro Suo Figlio nella croce? ... E chi poteva rispondere? ...”

“I macelli avvenuti nella storia della Chiesa ci dimostrano una cosa: che noi uomini ci siamo impegnati a distruggere la Chiesa e non ci siamo riusciti. Gli uomini di Chiesa han fatto tutto il possibile per abbatterla. Il fatto che oggi esista la Chiesa è uno dei miracoli più grande che vi sia”

Nota: Kiko conferma ancora una volta la sua adesione alle idee eretiche di Carmen, per la quale il concetto di Sacrificio è stato introdotto dalla Chiesa mutuandolo in parte dal concetto che se ne aveva nel Vecchio Testamento, in alcuni momenti della storia del popolo eletto, senza tener conto del vero concetto che i profeti più volte avevano richiamato.

E prosegue: “a queste deformazioni è arrivata la teologia nella Chiesa a causa delle razionalizzazioni sull'Eucaristia!” e con questo, conferma di non riconoscere il carattere sacrificale della Morte di Cristo. Lapidario è, infine, il suo giudizio sulla teologia di grandi mistici, e di grandi e santi teologi: “Tutta una deformazione” della verità? S. Tommaso, S. Bonaventura, S. Teresa di Gesù, S. Alberto Magno, S. Caterina da Siena, S. Giovanni della Croce, S. Ignazio, S. Francesco d'Assisi, S. Antonio da Padova, S. Bellarmino ecc. ecc. Kiko li mette tra i “deformatori della verità”!

È paurosa questa ignoranza della teologia cattolica!

Dove troveranno la verità quelli che la cercano appassionatamente, non potendo essi rivolgersi più alla dottrina e al Magistero della Chiesa? Logicamente la risposta dei N.C. è: in Kiko!

Pag. 333 (6° capoverso) e Pag. 334 (1° capoverso)

“... Lo Spirito Santo ha permesso che apparissero questi rivestimenti in determinate circostanze storiche perché era necessario; in un certo momento, per esempio, fu necessario insistere contro i protestanti sulla presenza reale.”

“Ma una volta che questo non è più necessario, non bisogna insistervi più. ...”

Nota: Iniziando dall'ultimo capoverso della pagina 333, Kiko, afferma che quanto precedentemente aveva chiamato “un macello nella storia della Chiesa”, non è un fatto negativo, perché “in certe circostanze, alcuni di questi cambiamenti erano necessari”. Ma se egli già sapeva che il fatto in sé non era negativo perché mettere tanto impegno nel criticare, ridicolizzare quanto veniva fatto in quelle epoche, se poi “quei cambiamenti erano necessari”?

Si cerca, forse, con questo metodo di screditare la visione di una Chiesa, per valorizzarne un'altra: quella post-Conciliare o, peggio, quella che sogna Kiko?

Ma nonostante l'inciso di cui sopra, si continua a parlare di idee sacrificali che la Chiesa ha introdotto (perché prima non l'aveva?) sotto la pressione di particolari eventi storici.

Lo stesso è avvenuto, si dice, in altri settori (anche se meno importanti): così per le offerte durante la Messa. Anche l'Omelia, che oggi finalmente si può ascoltare, perché prima non c'era, come il gesto di pace, così per il pane che sembrava un pezzo di carta, potersi accostare al calice al quale beveva solo il sacerdote ecc. ecc.

Tutte queste sono le stupende novità che egli promette, dimenticando però che l'Omelia c'è sempre stata, (vedi Giustino e Concilio di Trento), e rinnegando nuovamente e le decisioni date dal Magistero nel corso dei secoli e la validità dei cambiamenti che aveva accettato come necessari per quei tempi. L'amore alla Chiesa dovrebbe coniugarsi con l'amore alla verità e alla logicità!

Pag. 335 (1° capoverso)

“Questa notte celebreremo l'eucaristia con una parola abbondante. Il Concilio ha messo tre letture. Qualcuno si scandalizza e dice: che noia! Chiaro: nella religiosità naturale si cerca di soddisfare Dio, perciò quanto più breve è meglio è ...”

Nota: Kiko ritorna su argomenti trattati nel terzo giorno. Vedi pag. 56-57.

Ci sia consentita qualche osservazione a questo testo. Le letture bibliche (più lunghe e più varie dopo la riforma), a suo giudizio, possono suscitare la noia, perché “nella religiosità naturale si cerca di soddisfare Dio, e perciò più breve è e meglio è!”. Ma questo argomento, che sembra molto gradito all'autore, non è di nessun valore probatorio. Non consta che presso i pagani le preghiere fossero brevi. Cfr. il fatto di Elia (1Re 18,26 ss). Gesù stesso rimprovera i pagani (= che vivono in una religiosità naturale) perché credono di essere esauditi a forza di parole, e per questo facevano lunghe preghiere (Mt 6,7 e ss.).

Se fosse vero che molti cristiani vivono una religiosità naturale, come si afferma, e se lo scopo delle preghiere, in questo caso, è di “soddisfare Dio”, questi cristiani dovrebbero essere portati a pregare fino a quando non avranno la certezza (o la fondata speranza) di essere esauditi. Le preghiere molto più lunghe saranno perciò molto più gradite!

Sembra che Kiko non avverta le continue contraddizioni in cui cade!

Pag. 335 (2° capoverso)

“Celebreremo l'Eucaristia questa notte, sabato. Gesù Cristo risuscitò nella notte tra il sabato e la domenica. ... I cristiani si riunivano il sabato notte, in seguito si passò alla domenica mattina. Per questo il Concilio ha cominciato a lasciar celebrare l'eucaristia il sabato notte. ... La Chiesa ha posto l'Eucaristia il sabato sera perché è molto più segno. Il sabato ha molto più senso festivo, la domenica la festa è già finita. ...”

Nota: La riforma liturgica ha posto al sabato notte solo la celebrazione della Veglia Pasquale e non la Messa di tutte le domeniche.

Per Kiko, come ripete in altre parti, anche la notte nella quale si celebra l'Eucaristia, fa parte del Sacramento. Per questo motivo le celebrazioni neocatecumenali sono sempre tra la notte del Sabato e la Domenica. Il Sabato infatti si dice, ha un senso più festivo della Domenica. (Sembra di leggere Leopardi!).

Siamo sull'orlo dell'assurdo e del ridicolo! Ma è un assurdo, che piano piano si sta radicando nella mentalità e nella pratica di tanti semplici neocatecumenali, che non credono più al valore di una Messa celebrata di giorno, anche se questo è la Domenica.

“A pensarci bene lo spostamento della celebrazione della Messa alla notte tra il Sabato e la Domenica, sembra essere un tentativo simile a quello protestante di progressivo slittamento all’indietro, di un ritorno al monolitico Jahvé, mentre il Dio Trinitario rischia di scolorire.” (Messori: Sfida della fede, pag. 238-239).

Da questo spostamento ne segue che la Domenica, per i N.C., è soltanto il giorno dell’incontro, della convivenza, dell’esposizione delle proprie esperienze, e non più il giorno dell’incontro con Dio: il giorno del Signore.

In qualche parrocchia, i N.C. sono capaci di partecipano raramente alla Messa domenicale.

Per fortuna molti Vescovi italiani, tra cui quattro Cardinali, hanno preso posizione contro questa pratica della messa notturna dei N.C. Si confronti anche quanto a più riprese ha scritto il liturgista P. Rinaldo Falsini, su “Vita Pastorale” in alcuni numeri del 1996 e 1997!

Nota generale

Dalla pagina 336 inizia la Catechesi di Kiko sul sermone della montagna. Mentre si apprezza la vivacità dell'esposizione che dimostra l'ardore del neofito, (qualità capace di affascinare ascoltatori inesperti), si nota anche il riaffiorare di principi dottrinali sui quali abbiamo già precedentemente espresso il nostro dissenso. Così, per esempio, Kiko afferma che i precetti contenuti in questo discorso di Gesù, non sono legge, perché altrimenti sarebbe impossibile osservarli.

La loro osservanza, tuttavia, diventa possibile perché in noi sta spuntando l'uomo nuovo, Cristo Gesù, il solo capace di osservarli, che unendoci a Lui, ci comunica il suo Spirito, la sua natura di Dio (pag. 337). “Adesso non avete la forza, ma allora la avrete, perché vi sarà dato lo Spirito Santo perché lo facciate” (pag. 340). “Questo bambino (uomo nuovo) non nasce dai pugni, né dai vostri sforzi” (pag. 340). “Questa parola .. scenderà sopra quei fratelli che il Signore abbia già destinato, su chi è predestinato a questa parola” (pag. 338).

“Ma (questa parola) non è una legge: non è che tu devi amare il nemico, o devi lasciarti ammazzare, né devi lasciarti distruggere: tu stringendo i pugni” (pag. 337).

Da un attento esame di questa esposizione, per elementari principi di logica, si conclude che:

a) soltanto i predestinati accoglieranno questa parola, che perciò non è per tutti;

b) essi potranno osservarla, non stringendo i pugni; ma perché in loro nascerà l'uomo nuovo, Cristo..”;

c) ne consegue che chi non accetta non è né un predestinato, ma neppure responsabile del rifiuto, perché in lui, non c'è quest'uomo nuovo. I “pugni”, cioè la volontà, secondo questo ragionamento, non conterebbe nulla nell'economia della grazia?

Contro l'insegnamento di Kiko, la Chiesa insegna che l'uomo non si salva, anche se sommerso in un mare di grazie, se non corrisponde con la sua volontà libera, e quindi con i suoi sforzi (o pugni) all'azione di Dio! (cfr. C.C.C. n° 1993, 2001 e 2002). Se riteniamo che le opere buone compiute dal cristiano, come l'osservanza del discorso della Montagna, dipendono unicamente dalla presenza di Cristo in noi, senza alcuna collaborazione dell'uomo, cadremo nell'eresia di Pascasio, Quesnell e dei Protestanti o arriviamo al Quetismo di Molinos.

“Se ci faremo condurre pienamente da Cristo, potremo dimostrare che in noi è arrivato il regno di Dio. “Ma se questo non avviene perché non accetto (pag. 339), che cosa accade? Niente! - risponde Kiko! Anche se rimangono pochi, egli continua, il fatto “non ci preoccupa”! (pag. 339). Sinceramente ci turba questa indifferenza di fronte alla risposta negativa di alcuni all'azione della Grazia. La teologia cattolica insegna che la grazia abilita l'uomo a compiere azioni soprannaturali ed aiuta la natura stessa, ma essa non esclude la libertà e la volontà umana! Una maggiore conoscenza della dottrina della grazia, avrebbe evitato dubbi ed errori. Ma sulla grazia Kiko non si sofferma mai. Solo a pag. 190 dice: “c'è un tipo di cristianesimo - io stesso vi ho appartenuto - in cui uno si crede cristiano convertito, un San Luigi Gonzaga per sempre”. E allora viene quell'atteggiamento: “prima morire che peccare”... e cose di questo tipo che non sono capite nel loro giusto senso: “È un tipo di cristianesimo in cui ciò che è fondamentale è essere in grazia di Dio, in senso statico, e cercare di non perdere questa grazia, di perseverare. La grazia si intende come una cosa, che non si sa molto bene cosa sia, ma che è qualcosa che si ha dentro e che bisogna morire con essa per non perderla mai. Poi ho capito che vivere in grazia è vivere nella gratuità di Dio che ti sta perdonando con il suo amore, e credere in questo amore costante di Dio.” (cfr. pag. 190).

Con una frase Kiko nega tutta la meravigliosa dottrina sulla grazia! Nelle sue espressioni non c'è riflesso il pensiero della Chiesa che considera la grazia un dono reale - oggettivo, e non un sentimento intimistico, soggettivo, come dicono i Protestanti (con a capo Lutero), per i quali la grazia è soltanto un riconoscimento della benevolenza di Dio verso il peccatore, che non imputa più a lui i suoi peccati e gli impetra la giustizia di Dio. Kiko dice in fondo la stessa cosa.

Pag. 336 (2° capoverso)

“Su questo sermone (della montagna) vi dirò alcune cose. Prima cosa: Non difendetevi di fronte alla Parola di Dio... Perché questa Parola tu non la compi, perché se la compissi non dovresti essere qui: vorrebbe dire che sei già nel Regno. Perché la Parola che proclameremo è l'annuncio gioioso del Regno di Dio. E' il disegno, la fotografia dell'uomo nuovo: dell'uomo che lo Spirito Santo farà di voi gratuitamente”.

Nota: Si insiste continuamente sull'azione di Dio, mai sulla corrispondenza dell'uomo. La Chiesa invece ne parla spesso nella sua catechesi. Vedi C.C.C. n° 16, 357, 600, 672, 1993, 2001, 2002 e 1989.

Pag. 337 (1° capoverso)

“Questa Parola non è una legge. Perché la legge non salva, la legge condanna perché la legge pone sempre l'uomo di fronte alle proprie forze. La legge esige sempre uno sforzo in più, uno sforzo ultimo, esige che ce la si metta tutta. Ma questo Sermone è impossibile compierlo mediante la legge...”.

Nota: Kiko appena sente la parola “legge”, va subito col pensiero al V.T. e a quanto Paolo dice di essa nella lettera ai Romani. Per questo afferma che è impossibile attuare il Sermone della montagna. E per rendere credibile la sua affermazione cita alcune frasi, fermandosi al significato letterale e non allo spirito della medesime. Arriva a dire: “per questo il Sermone della montagna non può essere applicato dall'alto come una legge senza addomesticarlo e togliergli tutta la sua efficacia, convertendolo in una utopia in un ideale. Cosi si è convertito nei consigli evangelici, per gente molto pura, perfetta”.

Secondo queste ultime parole di Kiko i consigli evangelici sono una invenzione per svuotare le Beatitudini, e questo perché non è l'uomo che deve sforzarsi di viverle stringendo i pugni. Tutto infatti sarà compiuto in lui dallo Spirito Santo.

Ma la Chiesa non insegna questo. I consigli fanno parte della Legge nuova (C.C.C. n° 1973). La distinzione si stabilisce in rapporto alla carità, di cui esprimono la pienezza (1974). La perfezione della legge nuova consiste essenzialmente nei comandamenti. I consigli indicano vie più dirette, mezzi più spediti e vanno praticati in conformità alla vocazione di ciascuno. Dio non vuole che tutti osservino i consigli.... (1974).

Pag. 338 (4° capoverso)

“Sopra chi la accolga, sopra quei fratelli che il Signore abbia già destinato, su chi è predestinato a questa parola. Essa scenderà come una colomba, li prenderà come una realtà e resterà custodita il loro “...”. Siete stati eletti da Dio per essere depositari di questa Parola...”.

Nota: Solo per i predestinati è destinata l'accoglienza delle Beatitudini! I neo catecumenali si considerano tra questi “eletti” da Dio!

Da queste convinzioni ormai radicate in loro, nasce l’atteggiamento superbo e sprezzante che li distingue!

Pag. 338 (6° capoverso)

“Non ascoltate questa parola come una legge... Accoglietela come una buona notizia... Questa Parola è per i poveri, per i deboli, per i viziosi, per quelli che non hanno forza di volontà, per gli orgogliosi, per i peccatori, per te e per me”.

Nota: Anche se può sembrare bello e incoraggiante che questa Parola sia per le persone deboli, viziose, ecc. non è vero che essa e per quelli che non hanno forza di volontà.

Neppure la grazia dello Spirito Santo supplirà la volontà di chi non vuole impegnarsi. Quante volte Gesù esige dai suoi l’impegno della volontà! Questi passi Kiko sembra di non conoscerli!

Pag. 339 (1° capoverso)

“Non crediate che questo sia utopico. Non è utopico...; se credi e accogli questa Parola... E se non ci credi qui sei di troppo... Fratello, se non accetti questo, qui sei di troppo. Nessuno ti obbliga e ti comanda di stare qui. E neppure ci preoccupa che ci sia molta gente. Bastano sette persone, dieci, otto, tre, quelle che siamo: nelle quali sia Gesù vivente e risorto...”.

Nota: Anche noi siamo convinti che solo l'uomo nuovo, rinato nello Spirito, unito a Gesù potrà cambiare il mondo. Ma poiché tutti sono chiamati a diventare “creature nuove” non si capisce come il rifiuto di chi non vuole accettare il messaggio evangelico, non preoccupi l’apostolo! Gesù guardò con tristezza il giovane che aveva avuto paura di lasciare le ricchezze e che perciò non lo aveva più seguito (Lc 18, 18-27; Mc 10,17 ss; Mt 19,21). Il Divino Maestro ha pianto su Gerusalemme che aveva rifiutato l'invito di Dio (Lc 19,41). A Kiko questo rifiuto “non lo preoccupa”.

Pag. 340 (2° capoverso)

“Dovete accettare infatti che amerete Dio più del denaro. Nel primo scrutinio battesimale, tra alcuni anni, vi si dirà di vendere i beni. E dovrete venderli tutti, perché se non li venderete non potete entrare nel Regno, non potete entrare neanche nel catecumenato ...”

Nota: Il problema dei beni temporali, viene trattato da Kiko inizialmente a pag. 50, dove dice: “l'uomo cerca la vita nei beni. Per questo nella comunità venderete i beni. Questo non ditelo alla gente, perché se ne andrebbero tutti di corsa”.

A pag. 340, (cioè praticamente alla fine del corso) dice: “nel primo scrutinio battesimale, tra alcuni anni, vi si dirà di vendere i beni. E dovrete venderli tutti, perché se non li venderete non potrete entrare nel regno, non potrete entrare neanche nel neocatecumenato.”

Su questo punto notiamo prima di tutto che l'ingresso tra i neocatecumenali viene messo sullo stesso piano dell'ingresso nel Regno. Inoltre, per rettificare il falso insegnamento loro impartito, riportiamo alcuni passi del N.T. da cui si potrà constatare come l'insegnamento della Rivelazione e della Chiesa non coincide con quello di Kiko.

Così in:

1) Lc 6,34 Gesù dice: “se voi date in prestito solo a coloro dai quali sperate di ricevere, quale merito ne avete?” Se si può dare in prestito, ed è bene farlo di fronte al bisognoso, è bene anche possedere qualcosa. (Altrimenti che cosa posso prestare?)

2) Lc 12,13 e seg: Un tale chiese a Gesù: “Maestro ordina a mio fratello di dividere l'eredità con me”. Ma Gesù gli rispose: “O uomo, chi mi ha costituito giudice o spartitore tra voi? “Gesù si rifiuta di essere giudice o spartitore di beni umani. Per queste soluzioni c'erano i giudici autorizzati. Il suo messaggio è annunziare il Vangelo. #9; Tuttavia nelle sue parole non c'è una condanna per chi esige la sua parte legittima. Cosa che Gesù avrebbe fatto se possedere beni fosse contro la vocazione cristiana.

3) Lc 12,15: “Gesù poi disse alla folla: guardati di star lontano da ogni avarizia” (o cupidigia).

&#Gesù condanna l'avarizia o la cupidigia che nasconde l'illusione di assicurare la vita mediante il possesso e la sovrabbondanza dei beni, non certo l'onesto e semplice possesso dei beni indispensabili alla vita.

4) Lc 16,13: “voi non potete servire a Dio e alle ricchezze”.

&#Il cristiano non può servire alle ricchezze, ma servirsi (col cuore distaccato) delle ricchezze, si.

5) Lc 19,8 - Zaccheo dà ai poveri la metà dei suoi beni. E Gesù risponde: “oggi la salvezza è venuta in questa casa”.

“Zaccheo si salva, (e quindi non commette peccato) tenendo ancora con sé l'altra metà dei beni che aveva accumulato.

6) Gv 12,4 - Gesù dice che i poveri li avremo sempre con noi e li dovremo sempre aiutare. Ma questo non sarà possibile se tutti - donando tutti i loro beni - come esige Kiko diventeranno a loro volta poveri. Con che aiuteranno?

7) At 5,1 Anania e Safira sono condannati non perché hanno trattenuto la metà del prezzo ricavato dalla vendita dei loro beni, ma perché, mentendo, asserivano di dare tutto, (mentre in realtà davano soltanto la metà).

Infatti Pietro gli dice: “Anania, come mai ti sei lasciato riempire il cuore da Satana, da mentire allo Spirito Santo e farti ritenere parte del prezzo del podere? Se non fosse stato venduto non rimaneva forse a te? E dopo averlo venduto, il prezzo non era a tua disposizione?”

(Il testo è chiarissimo!).

8) 1Cor 6,10: “Non sapete che gli ingiusti non possederanno il regno di Dio?”

L'Apostolo dice che ogni peccato grave esclude dal regno di Dio. E tra l'elenco di questi mette varie categorie, ma non quella di chi possiede onestamente dei beni.

9) 2Cor 9,6-7: “Chi semina molto, mieterà anche molto. Ciascuno dia secondo quanto ha determinato in cuor suo, non di mala voglia, né solo per non far brutta figura. “La carità, il dono ai fratelli, sia fatto col cuore e secondo le proprie possibilità. Non c'è quindi nessuna quantità e nessuna condizione (il “tutto” e “se no” di #9; Kiko).

10) 1Tim 6,9-10: “Ma quelli che vogliono arricchirsi, cadono nella tentazione, nell'inganno e in molti desideri insensati e dannosi che travolgono gli uomini nella rovina e nella perdizione. La cupidigia del denaro, infatti, è la radice di tutti i mali, e alcuni che ne sono stati presi, si sono allontanati dalla fede e si sono procurati tormenti che li rodono”.

11) Eb 13,5: “non vi date all'avarizia, ma contentatevi di quel che avete, perché Dio stesso ha detto: “Io non ti lascerò e non ti abbandonerò”.

12) Giac 5,1 - In questo capitolo l'Apostolo si scaglia contro i ricchi oppressori - defraudatori della mercede degli operai - che gozzovigliano in mezzo ai piaceri.

(Non c'è certamente la condanna della giusta ricchezza).

13) Mt 6,19: “non vogliate accumulare tesori sulla terra...”

Mt 6,25: “Perciò dico, non siate troppo solleciti per la vostra vita...”

14) Mt 19,16 (Il giovane ricco)

Dalla lettura del testo risulta che il giovane ha chiesto a Gesù che cosa dovesse fare per avere la vita eterna (= per salvarsi)

E la risposta è chiara: Osserva i Comandamenti.

Ma alla domanda successiva: “questi li ho osservati, cosa mi resta ancora?” Gesù risponde: “se vuoi essere perfetto, va vendi quello che possiedi e dallo ai poveri e avrai un tesoro nel cielo, poi vieni e seguimi”.

15) Mt 10,17-22 e Lc 18,18-27 hanno lo stesso racconto. A questo giovane Gesù propone un ideale più alto di vita, e cioè un distacco dai beni, che supera quello prescritto ad ogni cristiano, (come è detto in Mt 6,19-24 e 13,22); l'ideale di una privazione effettiva che riguarda la perfezione.

Gesù vuol farne un discepolo (vieni e seguimi); per questo gli domanda quello che ha chiesto anche agli altri (Mt 4,19-22; 6,9; 10,9-10) per non ritardare o intralciare la predicazione del Regno di Dio.

La domanda del giovane a Gesù, “che cosa mi manca ancora?”, indica che egli non considerava l'osservanza dei comandamenti come il termine della perfezione, il cui modello è Dio.

Gesù gli propone: “se vuoi essere perfetto....”. Come se gli dicesse: l'osservanza dei Comandamenti ti conduce alla vita eterna. Ma se vuoi essere unito a me, familiare con me... bisogna distaccarsi e possedere Dio interamente!

Ecco la povertà volontaria che è una condizione che meglio prepara a questo donarsi a Dio.

Il giovane rifiuta perché forse pensava di voler servire a Dio secondo le sue scelte.

Quando Gesù gliene propose una si scoraggiò.

L'uomo deve rimettersi a Dio nel modo di servirlo. E i modi sono vari e quindi varie le strade. Prima di essere uno sforzo personale, la santità è una totale sottomissione a Dio.

La conclusione che si deve trarre dai testi citati è che: la pratica dei Comandamenti conduce alla vita eterna.

Dopo queste premesse che scalzano il dogmatismo in cui si rifugiano i Catechisti del Movimento per imporre ed esigere la vendita di tutti i beni da coloro che vogliono proseguire “il Cammino”, ci domandiamo con quale autorità essi fanno questa richiesta. Non certamente con quella della Parola di Dio o dell'insegnamento della Chiesa. L'imposizione della vendita dei beni, condizione per far parte di un movimento ecclesiale, è ammissibile soltanto nel caso che questo sia costituito in forma giuridica nella Chiesa, come Istituto laicale, con uno speciale voto solenne circa la povertà.

Non ci consta che, allo stato attuale, questa sia la loro posizione nella Chiesa. Inoltre si sa che questi beni vanno, nella quasi totalità, a favore del Movimento, e non per i poveri (come si afferma).

Risulta anche da documentazioni scritte ed orali, che queste donazioni vengono spesso carpite con imposizioni e pressioni psicologiche e morali di ogni genere tanto maggiori quanto più grandi sono i beni che si spera di avere. Per questo molti parlano di vero plagio, per cui quelli che sono ancora capaci di resistere lasciano non solo il Movimento, ma anche la fede che impone cose impossibili per ottenere la salvezza; mentre altri vivono amaramente pentiti ed angustiati per quanto hanno ... donato, in un momento di particolare euforia spirituale.

Dove vanno poi queste somme? I neocatecumenali affermano che servono per il loro Seminario, per i loro missionari itineranti ecc. Ma nessuno conosce quanto e come è speso “perché non deve sapere la tua destra - dicono appellandosi al Vangelo - quello che fa la tua sinistra”. Mentre la Chiesa che è custode e interprete del Vangelo stesso, vuole ed esige trasparenza nelle offerte raccolte tra i fedeli per varie finalità, perché i neocatecumenali sono esclusi da questo dovere a cui dovrebbero sottostare, se è vero il loro desiderio di voler essere a disposizione dei Vescovi e della Chiesa locale?.

Infine, poiché si parla apertamente dagli stessi neocatecumenali di miliardi, e di centinaia di milioni raccolti in queste adunanze o convegni, prima che sia troppo tardi, ci sembra opportuno, anche per molte famiglie, un qualche intervento dell'autorità ecclesiastica competente.

A proposito dei seminari fondati in varie nazioni dai N.C., molti si domandano come mai i Vescovi permettono che un movimento, ancora non riconosciuto ufficialmente dall’autorità ecclesiastica, possa avere dei seminari da dove usciranno sacerdoti che lavoreranno a favore del movimento e alle dipendenze di un laico.

Le disposizioni del C.J.C. (che dal can. 232 al can. 293 fissa le norme riguardanti i seminari, la formazione dei seminaristi e quanto concerne l’ordinazione, l’incardinazione, ecc. ecc), nelle diocesi dove sorgono i seminari N.C. sono praticamente disattese.

Dopo la parvenza di servizio alla diocesi, dove rimangono i primi tre anni successivi all’ordinazione, essi sono a completa disposizione del loro “Vescovo”: Kiko Arguello, che li manda dove vuole e quando vuole, senza chiedere l’autorizzazione di nessuno.

L’incardinazione alla diocesi in cui sono stati ordinati è quindi un mezzo per ottenere i benefici economici derivanti dall’iscrizione all’Istituto Centrale Sostentamento Clero. Per il resto, la diocesi non avrà alcun beneficio. Si sta fondando un nuovo diritto!

nota generale

La catechesi sul Servo di Jahvè, insieme alla parte positiva, contiene affermazioni non sempre completamente attendibili come dalle analisi già fatte.

Per questo ci sia consentito non soffermarci su di esse, per evitare ripetizioni. Analizzeremo soltanto alcune frasi.

Pag. 341 (3° capoverso)

“Ora dirò perché facciamo questo cammino, qual’è la missione di questo cammino, qual’è la missione della Chiesa”.

Poi riassume quanto detto precedentemente:

“non succede niente se uno se ne va. Non abbiamo ansia di fare proseliti ecc...”.

Nota: I fatti smentiscono queste affermazioni. I tentativi di diffondere ovunque il “movimento”, i convegni organizzati anche a livello internazionale, l'insistenza con la quale si presentano ai parroci per indurli a farsi accettare nelle parrocchie, ecc. dimostrano “l'ansia” di fare proseliti. Questa ansia sarebbe giusta se fosse motivata dall'amore per le anime, per la loro eterna salvezza. Ma sembra che questo motivo interessi poco: “non succede niente se qualcuno se ne va”. Come conciliare questa indifferenza con l'affermazione che il movimento è la strada per giungere alla salvezza?

Perché identificare il “Cammino” con la “missione” della Chiesa?

Mentre il salmista dice: “Fiumi di lacrime mi scendono dagli occhi, perché non osservano la tua legge” (Sl 118, v. 136), Kiko dice per quelli che se ne vanno che non gliene importa niente (Confr. Orientamenti anche pagina 355).

Veramente apostolico ed evangelico!

Pag. 342 (1° capoverso)

“Vi abbiamo dato una Parola un po' più viva, un pochino, perché non siamo oratori né specialisti”.

Nota: Se i catechisti N.C. fossero veramente convinti di non essere “specialisti della materia” che trattano, accetterebbero docilmente le osservazioni di qualcuno più preparato di loro su certi argomenti, come quelli teologici o biblici. Ma ciò non avverrà mai! Nel movimento, infatti, i catechisti non accettano discussioni o confronti. Nelle loro catechesi c'è una sola alternativa: o si ascolta in silenzio o l'obiettore, anche se specialista, viene allontanato. I N.C. inculcano che i loro catechisti hanno lo Spirito Santo, per cui le loro affermazioni sono esenti da qualsiasi errore.

Pag. 342 (5° capoverso)

“A partire da adesso comincia sul serio il pranzo. Questo pranzo serio sarà un catecumenato di sette anni. Non è niente... sette anni seri”.

Nota: La durata del catecumenato che agli inizi era di soli sette anni, è andata crescendo. Dodici, quindici. Ormai siamo arrivati a venti. E non è ancora finito. Si inizia, infatti dopo questo, un altro cammino... quello del post-catecumenato. Kiko si vanta che nessuna delle comunità da lui fondate è andata fallita. I fatti però lo smentiscono,

Pag. 342 (7° capoverso)

“Perché vi assicuriamo che qui c'è Dio...

Il fatto è che la gente continua a frequentare la comunità...

Quando non trovate nulla andatevene di qui. Perché perdere tempo?

Nella vita ci sono cose meravigliose e molto importanti e il tempo è denaro...”.

Nota: Se è cosa buona infondere fiducia per stimolare alla perseveranza, non è esatto affermare che quanto avviene nel Cammino è tutto opera di Dio. Kiko assicura: “qui c'è Dio”.

La presenza e la frequentazione di molti dipende, tra l'altro, dal fatto che il Movimento, mentre dà una sua risposta al desiderio di Dio insito in ogni uomo, tuttavia non chiede nessun impegno personale, perché è Dio che farà tutto. C'è chi afferma che per mezzo del Movimento molti hanno ritrovato Cristo, ma più di qualcuno ha detto che questo Cristo non è quello del Vangelo, bensì quello di Kiko. D'altra parte nessuno può imporre a Dio le sue vie per portarci alla salvezza. Dio scrive dritto su righe storte.

Pag. 343 (1° capoverso)

“... La stampa ha pubblicato i documenti del Sinodo sul Sacerdozio e Giustizia. In essi sono toccati temi oggi molto vivi su comunità di base e pluralismo sacerdotale. Ecco un testo che ci interessa:”... I presbiteri, coscienti della loro missione di riconciliare tutti gli uomini nell'amore di Cristo e attenti ai pericoli di scissioni, pongano ogni interesse, con molta prudenza e carità pastorale, nella formazione delle comunità animate di zelo apostolico, che facciano ovunque presente lo Spirito missionario della Chiesa. Le piccole comunità che non si oppongono alla struttura parrocchiale o diocesana, devono essere inserite in una comunità parrocchiale o diocesana, in modo da essere in mezzo ad esse come il fermento di tutto lo spirito missionario.”

Nota: È interessante la citazione di questa pagina nella quale è riportato un testo del Sinodo dei Vescovi del '71 “Sul Sacerdozio e la giustizia”.

Kiko, citando questo testo che egli stesso definisce importante, dimentica quanto egli ha detto fin qui sulla posizione dei Catechisti del Movimento.

Fin dal principio infatti (vedi pag. 29, 30, 72, 188, 220, 353, 370 e 371) ha riservato ad essi il discernimento degli spiriti (pag. 188). Essi soltanto conoscono dov'è presente Gesù Cristo o no! I Catechisti sono le guide dei neocatecumenali nel loro cammino, per condurli alla fede, perché è attraverso loro che verrà consegnato lo Spirito Santo (pag. 220), e saranno essi, i catechisti, che insegneranno a credere.

Tutto questo comporta un'obbedienza assoluta ai Catechisti (pag. 355)! Senza di loro non vi è cammino catecumenale!

Il ruolo del Sacerdote per i neocatecumenali è soltanto quello di essere presidente dell'assemblea. Una preminenza, quindi puramente rituale e sacramentale, ma che non comporta alcuna autorità magisteriale. La Comunità sarà guidata dal responsabile laico (pag. 371-372) il quale fungerà da legame della Comunità con i Catechisti. Praticamente il Sacerdote, anche se Parroco, può avere contatti con la Comunità soltanto tramite i Catechisti. Questo principio è tanto radicato nelle Comunità che in molte di queste le decisioni del Parroco vengono accettate soltanto se approvate dal Catechista! Perciò, dicono i neocatecumenali, “le Comunità le dirigiamo noi in nome del Vescovo. Abbiamo la missione ecc”. Un Vescovo in una adunanza di neocatecumenali, poiché questi non lo ascoltavano è stato costretto a dire: “la prossima volta, parlerò allora solo al vostro catechista”.

I contenuti di questo testo neocatecumenale sono talmente chiari ed in opposizione al dettato del Sinodo di cui a pag. 343, per cui non si capisce come Kiko possa affermare di trovare in quel testo un'approvazione ed un sostegno al suo programma, perché si sente sulla via tracciata dal Sinodo stesso(!). È vero invece tutto il contrario. I Catechisti si ritengono l'alter ego del Vescovo fino ad affermare che sono essi a consegnare lo Spirito Santo a chi accetta il “Cammino”. Anche il ruolo del Parroco, a cui il Concilio affida la responsabilità di tutte le anime della Parrocchia, (cfr. P.O. n° 6 e 9), è ridotto ad un ufficio di presidenza cultuale. Ciò comporta una separazione di fatto dei neocatecumenali dalla vita parrocchiale. Essi vi si inseriscono soltanto quando possono prendere in mano tutte le leve delle varie attività che, da quel momento, saranno dirette a raggiungere le finalità che si prefiggono. Se questo non avviene (perché spesso i Parroci non li accettano) cercano allora un'altra Parrocchia o una Comunità religiosa, dove poter liberamente compiere quello che vogliono e come lo vogliono!

Nei gruppi neocatecumenali il Catechista è ritenuto dotato di un carisma che gli assicura infallibilità nelle sue decisioni, come pure nella esposizione delle catechesi (anche se sa pochissimo di teologia)! Il Parroco viene rispettato fino a quando obbedisce e asseconda l'operato dei Catechisti e del gruppo, altrimenti viene emarginato. Un presbitero che si era opposto alla spiegazione del catechista è stato prima zittito e poi dal catechista allontanato dall'assemblea a cui partecipava.

Dalle frasi del testo sopra citate è evidente che il Movimento neocatecumenale si presenta come un Istituto (laicale) di vita Consacrata (Can 573 seg.) in cui il Maestro dei novizi ha l'ultima parola nell'ammissione del candidato alla Professione religiosa (Can 652 C.J.C.). I neocatecumenali che non vogliono essere chiamati neppure “Movimento”, ma solo Comunità ecclesiale o “Chiesa” e basta, in realtà si presentano come una Parrocchia laica, parallela a quella nella quale operano e i cui compiti sono definiti dal C.J.C. cc 519 e seg. e 776 e seg.

E questa mentalità nasce, come detto precedentemente, dalla confusione sulla dottrina del Sacerdozio e dalla negazione del Magistero della Chiesa.

La L.G. 7 ricorda che all'autorità della Chiesa, lo Spirito Santo sottomette anche i carismatici (cfr. 1Cor 14).

Confronta la nota per la pagina 238.

L’esortazione apostolica “Christifideles laici” è molto importante perché, tra l’altro, ci fornisce una prova lampante della negazione pratica che i N.C. fanno della Gerarchia della Chiesa.

Infatti, nel movimento N.C., i catechisti sono dei laici eletti a questo incarico non dal Sacerdote, ma da altri catechisti laici. Questi, tuttavia, dal momento della loro nomina dicono, e sono ritenuti dagli altri membri del movimento, investiti ed assistiti dallo Spirito Santo (!), per cui sono infallibili nelle catechesi che impartiscono (citano a conferma di questo, l’episodio di Mosè ed Aronne, di cui in Es. 4,10-16), come pure nella vita che conducono. Per questo motivo le scelte dei catechisti non vengono mai messe in discussione.

La vita di ogni singolo membro del gruppo dipende in modo assoluto dal catechista, che può accogliere o rifiutare chicchessia, senza che alcuno possa fare obiezione.

Nessun catechista è stato scelto dal Parroco, o dal Vescovo; né ha mai ricevuto da essi alcun incarico ufficiale per quanto riguarda l’ufficio che esercita.

Non risulta se per questa investitura i dirigenti del movimento N.C. abbiano creato qualche cerimonia, nella quale il Vescovo o un suo delegato, abbia per esempio imposto le mani o conferito il mandato.

Anche se ciò fosse avvenuto, questi rituali non hanno alcun valore giuridico o teologico, perché queste strutture, come ricorda il Concilio Vaticano II, diventano “strutture parallele di servizio” totalmente differenti da quella fondata sul sacramento dell’Ordine.

Quindi, anche supposto che per i catechisti N.C. esiste nella loro liturgia, una cerimonia simile, questa “investitura” o “mandato” non costituisce una “deputazione ufficiale al servizio”. Questa deputazione nella Chiesa, proprio perché gerarchica, viene solo dal sacramento dell’Ordine.

Il Parroco può sempre, a pieno diritto, esigere che i cosiddetti autoproclamati catechisti, siano sottoposti ad una verifica sul piano culturale e vitale, per accettare quelli che giudicherà capaci di essere i suoi collaboratori nel ministero della catechesi.

Pag. 345 (tutta la pagina)

“Questa parentesi che si aprì con Costantino oggi comincia a chiudersi. ... Abbiamo anche parlato di una crisi di fede, che c'è perché oggi nel mondo non si danno con sufficiente chiarezza i segni della fede.”

Nota: Le ripetizioni contenute nelle pag. 343, 344 e 345 confermano che quanto esposto in questo testo corrisponde ai pensieri e alle convinzioni profonde di Kiko, che egli espone non per impeto oratorio o sotto la commozione del momento, ma perché frutto di radicato convincimento.

Ritorna così la sua idea sulla religiosità naturale, sulla crisi attuale della fede, sulla confusione tra la pastorale della chiesa e la sua struttura gerarchica, sulla fede che nasce dai segni della fede ecc. Argomenti tutti precedentemente esaminati!

Pag. 346 (6° capoverso)

“Qui precisamente si fonda il cristianesimo: nel fatto che Gesù ha dato la vita per noi non quando eravamo suoi amici ma quando eravamo suoi nemici”.

Nota: Il cristianesimo, o meglio la fede cristiana, non si fonda sul precetto di Gesù dell'amore ai nemici, ma sulla divinità del suo Fondatore, Cristo Gesù. La sua morte in croce, poi, è la prova del suo amore per noi, ma da sola non prova la sua divinità.

Pag. 347 (1° capoverso)

“Sapete perché [il Salmista] dice questo? (dopo la descrizione dei mali che lo hanno colpito: loda il Signore, glorifica Dio, stirpe d'Israele?): “Perché Dio è stato l'unico che non ha avuto schifo di questo miserabile. ... lì, dove gli uomini hanno detto: toglilo di mezzo! Dio non ha avuto schifo di lui. Dio lo ha amato”...

“In Gesù eravamo tutti noi... Dio ti ama benché tu sia quello che sei, un peccatore, un lussurioso, sensuale, borghese, poltrone, egoista, che cerchi sempre il tuo vantaggio, che fai sempre i tuoi interessi, che accetti gli altri solo quando ti costruiscono o ti aiutano, e ti consideri il re del mondo. Dio ti ama così, ti ama benché tu sia peccatore, benché tu sia un nemico.”

Nota: Ma la citazione del Salmo 21, con l’interpretazione di Kiko è una prova ulteriore della personalità delle sue esegesi. C’è da osservare che il protagonista del Salmo 21 non è il personaggio “schifoso” di cui parla Kiko.

Nel salmo 21 chi si rivolge a Dio supplicandolo di aiutarlo per le circostanze dolorose da cui è circondato, non è il peccatore. È invece il giusto perseguitato, l'innocente, il povero di Jahvè, il giudeo umile e pio che è provato e maturato spiritualmente dalla sofferenza; che ha trovato nelle prova il giusto atteggiamento di umiltà e di abbandono in Dio. Il salmista non vuole qui dire che Dio ama l'uomo anche se peccatore. Ci sono innumerevoli testi che affermano questa consolante verità: per es. Os 3,1; Eb 12,6; Ger 31,3; Os 11,1; Gv 3,16; 1Tes 1,4; 1 Gv 4,10 - 4,19; Dn 14,38; Ef 5,26; Ap 3,19 ecc. ecc. L'autore del salmo 21, attraverso l'esperienza laboriosa di questi “poveri” di Jahvè ci viene rivelando gradualmente un significato nuovo e positivo della sofferenza, come mezzo di cui Dio si serve per la purificazione interiore dell'uomo, in modo da spingerlo ad abbandonarsi completamente e totalmente nelle sue mani. Cristo Gesù ha vissuto pienamente in sé questa esperienza dei poveri di Jahvè. È perciò in Lui che il salmo ha il suo compimento e la sua soluzione definitiva. Per questo tutta la Tradizione ha visto nel salmista che supplica Dio Cristo Gesù, e nella descrizione dei dolori del sofferente, la descrizione della sua Passione. Il Salmo è perciò una profezia della Passione di Cristo ed insieme il ringraziamento per la salvezza che essa ha procurato a tutta l'umanità.

Pag. 347 (7° capoverso)

“Il giorno in cui lo sperimenterete potrete fare una vera eucarestia dove il presbitero elevi, in nome di tutta l'assemblea la massima esaltazione a Dio”.

Nota: Ritorna il concetto secondo il quale il presbitero che celebra l'eucarestia, lo fa in nome di tutta l'assemblea elevando nella stessa non il sacrificio della Croce, ma “la massima esaltazione a Dio”.

Pag. 347-348 (ultimo capoverso)

“Ma oggi dov'è questo amore? Dov'è questo amore che è Dio stesso, in mezzo agli uomini, lo Spirito Santo? Non si vede in queste strutture massime, dove la gente va a messa per religiosità naturale”.

Nota: Andare a Messa non è compiere un atto di religiosità naturale. Chi vi partecipa, ordinariamente, crede nella presenza reale di Cristo nell'Eucarestia. E questa fede, anche se imperfetta, non appartiene al campo della religione naturale.

Pag. 349 (3° capoverso)

“Nei martiri si vede l'assoluta convinzione che Gesù Cristo era in loro, che essi sono Cristo. Lo si legge negli atti di Felicita e Perpetua o in quelli di Policarpo. Questo è talmente reale che è ciò che predica l'Eucarestia: tu bevi il sangue di Cristo e il tuo sangue è redentore perché completa ciò che manca alla passione di Cristo, perché è il sangue stesso di Cristo”

Nota: Nei martiri c'era la convinzione profonda che Cristo era in loro e li aiutava a lottare e morire per la fede; ma non che essi erano Cristo. Il sangue di colui che riceve l'Eucarestia rimane sempre sangue umano, anche se misteriosamente unito a Cristo vivo e glorioso. Gesù eucaristia non si unisce al corpo del ricevente, ma al suo spirito. Anche di S. Stefano Kiko aveva detto che il suo sangue era redentore, perché sangue di Cristo!

Attenti alla citazione del passo di Paolo, non interpretato giustamente. Le nostre fatiche, croci, sofferenze non completano se non nell'attività esteriore l'azione di Cristo. Il suo Sangue, e solo il suo, è quello che ha salvato il mondo.

Pag. 349 (5° capoverso)

“Vi posso leggere un articolo di Congar e Rahner che dicono: nel futuro della Chiesa non ci saranno più protestanti o non protestanti; ci sarà un nuovo scisma: coloro che stanno con il Concilio e coloro che stanno contro il Concilio”.

Nota: La scisma c'è se del Concilio non si accettano le disposizioni dogmatiche, perché quelle pastorali, disciplinari, liturgiche la Chiesa le può sempre modificare. Kiko si sente, a suo dire, molto più vicino ai protestanti che ad alcuni della Chiesa che lo vogliono picchiare ed uccidere. Ma anche se egli fa del vittimismo puerile, nella Chiesa chi si interessa del movimento lo fa per correggerne quelli che sono gli errori, ammessi da molti di loro in buona fede. Questa non è stata mai sinonimo di verità. Kiko critica giustamente chi accetta un concilio, mentre ne rifiuta un altro. Ma è proprio questo il suo atteggiamento, perché rifiuta spesso molte delle decisioni sia del Conc. di Trento che del Vat I. Di Trento si dice che il fissaggio fatto da quel Concilio “fu necessario”. Ed allora, perché lo critica continuamente?

Pag. 350 (3° capoverso)

“Anche ieri, quando parlavamo del tabernacolo, della custodia... mamma mai! che succede? Nel tabernacolo allora non c'è più Gesù Cristo... Per piacere! Non è questo. La gente non capisce e si scandalizza...”.

Nota: Kiko confonde le affermazioni fatte dalla Carmen contro il dogma della presenza reale, ritenendole parte del “rinnovamento liturgico” promosso dal Vat. II. Nonostante la sua precisazione, del resto poco chiara, le affermazioni della Carmen rimangono, mentre tutto il contesto le conferma. Nessuno dei compilatori di questo testo e neppure Kiko che dimostra di conoscerlo bene, si è preoccupato di farlo modificare. Anzi, si continua a difenderlo, confondendo volutamente il rito con il sacramento.

Pag. 351 (1° capoverso)

“Il Concilio ha rinnovato la teologia ecc.”

Nota: Sul rinnovamento della Teologia operato dal Concilio cfr. nota per la pag. 67.

Pag. 351 (2° capoverso)

“Il Concilio parla di catechesi perché bisogna smontare molte idee della gente. Bisogna dar loro una vera Parola, un cristianesimo vivo, bisogna spogliarsi di quel moralismo che ci portiamo addosso, che tutto si fonda sui nostri pugni, sui nostri sforzi e le nostre opere”.

Nota: La catechesi, cioè l'insieme degli sforzi che la Chiesa fa per rendere gli uomini discepoli di Cristo, (C.C.C. n° 4) è stata sempre fatta nel corso dei secoli (C.C.C. n° 8). Essa attinge nuove energie dai Concili (come dal Conc. di Trento; C.C.C. n° 9). È naturale che ciò si verifichi anche dopo il Vat II (n° 10).

Kíko propone la sua catechesi come un'attività che “serve non a costruire”, ma “a smontare molte idee della gente. E questa sua catechesi sembra voler raggiungere lo scopo di una cristianesimo vivo che soltanto lui sta presentando ai cristiani del nostro tempo!

Pag. 351 (4° capoverso)

“Di fronte ad un processo di crisi di fede perché non si danno i segni della fede (!), il Concilio si è proclamato “ecumenico”.

Nota: Il Vaticano II è un Concilio “ecumenico” perché corrisponde alle norme del C.J.C. (can. 337 ss), che stabiliscono le caratteristiche che distinguono il Concilio ecumenico dagli altri concili particolari.

La fraternità che il Concilio ha riaffermato nei confronti dei Protestanti o degli Ebrei, non è la convalida della verità di certe affermazioni o posizioni che li distinguono dalla Chiesa cattolica. Poiché ogni Concilio è nato per rimediare a dei mali che stavano sviluppandosi nella Chiesa, spesso, dopo di esso è sorta una numerosa schiera di Santi che ne hanno attuate le speranze. Ci auguriamo di cuore che anche Kiko ed i suoi seguaci appartengano a questa schiera!

Pag. 352 (1° e 2° capoverso)

Come portare alla realtà questo Concilio? Questo è il nostro problema: portare il Concilio alle parrocchie, alla gente. Questo è quello che noi cerchiamo nel nostro piccolo. Come portare il Concilio alla parrocchia?”

“Noi parliamo di catecumenato, di comunità cristiana catecumenale che risponda a questa realtà.”

Nota: È lodevole il desiderio di Kiko di portare i frutti del Concilio alla Parrocchia con il suo metodo: cioè con le Comunità neocatecumenali che, a suo giudizio, rispondono meglio alle necessità del mondo attuale.

Ma il desiderio, pure encomiabile, urta con delle realtà concomitanti al movimento che non facilitano il cammino di tutta la Comunità ecclesiale. Si instaura infatti un clima di privilegio. Saranno ammessi alle Comunità soltanto quelli che hanno lo Spirito Santo e che fanno opere di vita eterna (!!). “Ma, se qualcuno non le fa, non gli succede niente: sarà una patata salata, invece di sale” (!).

“Chi non fa queste opere non è eletto per essere Chiesa, e basta”. E chi è giudice di tutto questo?: I Catechisti. Quindi molti cominciano il Catecumenato, ma pochi finiscono l'ultima fase: quella degli “eletti”.

A parte che non risulta alcuna preoccupazione per quanti non ascoltano l'invito a convertirsi ecc. (fatto inconcepibile in un autentico Apostolo), qui si mostra come il Movimento seleziona, divide, classifica, eleva i suoi aderenti. Come se ci trovassimo non più in una Chiesa, fatta di figli di Dio tutti uguali, ma in una società, distinta per gradi, privilegi, onori - Ecco perché si parla anche di “setta”.

“D’altra parte, se il termine catecumeno ha un senso, non si dovrebbe procedere all’Eucaristia. Come è concepibile la trasformazione di un battezzato-fedele in un catecumeno o neo-catecumeno che dir si voglia?” (P.R. Falsini, Vita Pastorale, 1996, n° 7).

Pag. 352 (penultimo capoverso)

“Qual è il compìto della comunità neo catecumenale che viene inserita all'interno della Parrocchia?... Qual è la missione di questa comunità?... A poco a poco questo cammino fa apparire una nuova struttura di Chiesa, trasformando la comunità parrocchiale massiva in una struttura di piccole comunità, che sono nate le una dalle altre e che formano la Chiesa locale.”

Nota: Kiko che non è parroco e non vive la realtà parrocchiale dal suo interno, come certamente fa ogni parroco, pensa di cambiare la struttura della Parrocchia. Mentre fa questa proposta, propone una nuova struttura, più giuridica e dirigista della prima in cui il Sacerdote non conta più nulla, essendo l'autorità concentrata tutta nel Catechista laico.

È logica la proposta di chi non credendo alla struttura gerarchica della Chiesa, cerca di assimilare la nuova parrocchia da lui sognata ad una comunità laica, carismatica. In questa nuova struttura ogni comunità ha il suo presbitero soltanto perché è ancora indispensabile per la celebrazione dell’Eucaristia. Ma chi la dirige veramente è il catechista laico. E se non c'è obbedienza al catechista, non c'è cammino catecumenale. La frase di Kiko è chiarissima. Il parroco si deve mettere da parte. Egli conta solo come punto di appoggio o come giustificazione delle novità teologiche liturgiche e morali che gradatamente verranno introdotte nella Chiesa locale.

Pag. 354 (1° capoverso)

“Il Parroco presiede la comunità più adulta... ha il suo collegio dì presbiteri che governano le rispettive comunità”.

Nota: Finalmente si dice come si vuol raggiungere l'obiettivo di cambiare la struttura della Chiesa parrocchiale e, per suo mezzo, quella della Chiesa in genere. Chi ha introdotto nelle Parrocchie la Comunità Neocatecumenali, sa per esperienza che il Parroco scompare, come pure tutte le strutture ecclesiali al di fuori dei neocatecumenali. Esistono solo i catechisti laici che impongono i loro metodi, orari, programmi ecc.

Pag. 354 (4° capoverso)

“Questa comunità avvia un nuovo tipo di spiritualità: non una spiritualità divisa, di tipo mistico; ma una spiritualità che si manifesta nella vita. Una spiritualità storica, fondata sulla storia della salvezza, sulla Parola di Dio.”

Nota: Kiko promette una spiritualità nuova, non di tipo mistico, ma che si manifesta nella vita. Forse però egli non sa che la parola “spiritualità” significa proprio un modo con il quale una vita viene vissuta. La Chiesa, sull'esempio di Gesù, insegna al cristiano di prendere ogni giorno la sua croce e di seguire il Signore. Quindi una spiritualità che non cammina tra le nuvole o schemi prefissati. Kiko, forse, da ardente neofita, non conosce le innumerevoli vie della spiritualità cristiana che in ogni secolo ha guidato e sorretto milioni di credenti. (cfr. nota per la pagina 63, primo capoverso).

Pag. 355 (inizio, 3° e 4° capoverso)

Ritornano in questa pagina i giudizi già espressi da Kiko nei confronti di quanti saranno ammessi a proseguire il “cammino”.

“Solo coloro che avranno lo Spirito Santo”. “A chi non va avanti, non gli succede niente, ma sarà una patata salata. Perché l'importante non è essere sale, ma che esista il sale che salvi il mondo, che il Regno di Dio arrivi a tutti gli uomini, che tutti ricevano l'annunzio della buona notizia...” ... “Quindi se qualcuno non fa opere di vita eterna non è giudicato come se fosse cattivissimo. Semplicemente non è eletto per essere Chiesa e basta... la sola cosa che sappiamo e che non ha lo Spirito Santo e che perciò non è eletto. E basta. Molti cominciano il catecumenato e pochi finiscono l'ultima fase degli “eletti”... E non succede nulla, perché l'importante è che tutto sia salato e non chi sia il sale.”

Nota: Non si sa se sorridere di pena per le parole appena lette!

Chi non segue il Cammino, sarà semplicemente una patata salata! Non sarà nel numero degli “eletti” per essere Chiesa. Siamo di nuovo alla negazione della necessità di appartenere alla Chiesa, sacramento universale di salvezza; al suo compito missionario, al dovere di accogliere la Parola di Dio. Ma ci sia consentito domandare: “se poi non succede niente perché i neo catecumenali cercano di fondare sempre nuove comunità?”.

Per portare alla Chiesa nuovi cristiani, o al Movimento nuovi offerenti?

Pag. 356-361 (cfr. nota a pag. 84 e seguenti)

In queste pagine Kiko paragona la Chiesa a una serie di cerchi “concentrici”, di cui il primo è formato da persone che costituiscono la Chiesa sacramento. “Sono le persone chiamate ad essere fecondate, fermentate e illuminate da voi che, per il contatto con voi, saranno chiamati da Dio a costituire la Chiesa come sacramento, come corpo visibile, come segno. Il secondo cerchio è formato da fratelli che quanto meno non entreranno mai a far parte giuridicamente della Chiesa, ma che devono essere salati, illuminati e fermentati da voi... Questa gente è fermamente in qualche modo nella Chiesa...

Vi è un altro cerchio ai quali la Chiesa fa male, li disturba perché li denuncia... Sono quelli che lottano contro la Chiesa e la perseguitano... Sono quelli che uccidono i cristiani...”.

Ma questa triplice categoria di persone e del loro atteggiamento verso la Chiesa, non costituisce la natura della stessa. Può indicare il campo e l'esito della sua missione.

Pag. 358 (ultimo capoverso)

“Nessuno può seguire Gesù Cristo semplicemente perché lo desidera. Perché seguire Gesù Cristo vuol dire seguirlo nella morte, a Gerusalemme, per essere ammazzato dal mondo.”

Nota: Gesù per tutti ha detto che il cammino dietro di Lui, porta necessariamente prima alla croce e poi alla resurrezione e che nessuno può giungere a Lui, se non è attirato dal Padre (Gv 6,44). S. Paolo ricorda che (2Tim 3,12) “tutti coloro che vogliono vivere pienamente in Cristo Gesù, sperimenteranno la persecuzione”. Ma a chi desidera seguirlo veramente, Gesù assicura la sua Grazia!

Kiko riserva questo privilegio agli eletti (?) del Movimento neocatecumenale - “che sono già segnati a dito, chiamati da Dio” (pag. 359). Sembra di ascoltare i Testimoni di Geova e quanto essi dicono circa il numero degli eletti.

Pag. 360 (2° capoverso)

“... questa mattina abbiamo visto che questo è quello che fa l'uomo nuovo: accetta l'altro, lo comprende, lo ama così com'è, benché sia suo nemico. E questo non per una tattica o con uno sforzo, ma per dono gratuito di Dio.”

Nota: Si ha l'impressione che Kiko voglia presentare un cristianesimo nel quale la Grazia di Dio (di cui parla a pag. 190) toglie ogni sforzo o impegno da parte dell'uomo. Come si concilia questa affermazione con la precedente? Qui nessuno sforzo, là (pag. 358) seguire Cristo Gesù fino alla morte. E questo non costerà sforzo?

Pag. 361 (2° capoverso)

“Noi diciamo di no; che per fare opere bisogna essere cristiani; che noi siamo in cammino; che quando saremo cristiani Cristo vivrà in noi ed allora il cristiano in un'industria farà bottoni come tutti gli altri, e se gli altri si mettono contro il padrone che è un borghese schifoso, egli amerà gli operai ma amerà anche il padrone ingiusto, e continuerà a fare bottoni.”

Nota: Per Kiko fino a quando non si diventa cristiani (col rinnovare il Battesimo dopo 20 anni di Cammino) il neocatecumeno non farà nulla. Continuerà a fare bottoni ... mentre gli altri ... Solo quando sarà cristiano anche la sua azione lo sarà e “non avrai nessun tipo d'impegno”.

Da queste premesse senza senso si arriva all'assurdo della pagina 365: “noi diciamo che quando uno ha bisogno di impegnarsi è perché non è cristiano”.

Forse per questo motivo i N.C. per anni ed anni non si impegnano in nessun caso (né per la Parrocchia, né per le altre attività sociali. Solo per raccogliere soldi per il loro Movimento!). Si mettono così in frigorifero per lunghi anni, centinaia di elementi che potrebbero dare un grande contributo alla vita cristiana della Parrocchia e della Chiesa.

Inoltre l'impegno sociale di cui parla il Concilio (G. et S. n° 75 - 93 et A.G. n° 11 - 12) dove va a finire con questi principi?

Pag. 361 (8° capoverso)

“Per questo, questo terzo cerchio, come Giuda, ha una missione molto importante nel cristianesimo. Giuda ha una parte molto attiva nel Mistero Pasquale di Gesù: è incaricato di uccidere Gesù Cristo. Coloro che attaccano la Chiesa hanno la missione importante di far risplendere davanti a tutti che Cristo continua a vivere lasciandosi uccidere e perdonando.”

Nota: Giuda nella Passione di Gesù non ha avuto la missione di tradire. Era stato chiamato come Pietro e gli altri undici. Ma ha ucciso Gesù perché ha tradito la sua Missione che era quella di Apostolo di Cristo e annunciatore del suo messaggio. Lo stesso avviene per quanti perseguitano la Chiesa e i cristiani! (cfr. nota alla pag. 89).

Pag. 361 (10° capoverso)

“Santo Stefano, il primo martire, quando è lapidato come bestemmiatore dai guerriglieri di allora, che cosa diceva? 'Padre ti offro il mio sangue per loro: non imputar loro questo peccato. Perché dice ciò? Perché il suo sangue è il sangue stesso di Cristo che dà la salvezza. Così gli assassini in Santo Stefano sono perdonati e salvati dal sangue del martire, offerto per loro, che è il sangue stesso di Cristo che vive in lui.”

Nota: I guerriglieri sono comunemente quanti combattono per un ideale politico! I martiri, invece, versano il loro sangue a testimonianza della loro fede e dell'amore a Cristo Gesù.

Come già detto (nota a pag. 66), non è il loro sangue che salva il mondo, ma quello di Cristo. L'identità del cristiano con Cristo, è di natura soprannaturale, mistica, che lascia intatta, anche se la sublima, la natura umana.

I peccati degli uomini non sono perdonati dal sangue dei Martiri, i quali nell'Apocalisse (6,10) chiedono che il sangue da loro versato sia vendicato (anche se il grido è di sapore Vetero Testamentario).

Il perdono dei peccati è frutto del Sangue di Cristo.

Pag. 362 (ultimo capoverso)

“Se non siamo cristiani, è perché non abbiamo fede; dove si dà la fede? in un catecumenato. E qui che cosa facciamo? Proprio questo: la Chiesa si accinge a gestare in voi la fede, Gesù Cristo stesso.”

Nota: Solo nel catecumenato si dà la fede? Per la continua ripetizione di questo slogan, si deve arguire che questo è ciò che i neocatecumenali credono fermamente.

Pag. 364 (1° capoverso)

“... io parlo a fratelli che vivranno un nuovo tipo di Chiesa, la Chiesa del domani, senza alcun tipo di concordato. Oggi questo non è una realtà e ci sono concordati con lo stato e il cattolicesimo è religione ufficiale.”

Nota: I concordati sono nati in particolari condizioni storiche allorché alcuni prìncipi, abusando della loro autorità, hanno preteso dalla Chiesa il riconoscimento di alcuni diritti che si erano unilateralmente arrogati, per riconoscere a loro volta alla Chiesa i diritti di sua esclusiva spettanza, che altrimenti non avrebbero riconosciuto. Per il bene dei fedeli, la Chiesa ha ceduto talvolta su qualche principio, al fine di salvaguardarne altri sui quali, non poteva cedere a meno di rinunziare alla sua natura specifica.

La Chiesa ancora oggi, soltanto con alcune nazioni, è costretta a ricorrere ai concordati, che sono sempre una limitazione della sua autorità sovrana e suprema. Lo fa per lo stesso motivo; il bene dei fedeli, per il cui raggiungimento rinunzia talvolta a ciò che non è essenziale, anche se fa parte dei suoi diritti.

I martiri che in tutte le epoche, concordatarie o meno, hanno preferito morire piuttosto che ubbidire a leggi civili ingiuste e contrarie alla fede, sono la prova evidente di come la Chiesa ha difeso l'unica fede, ereditata dagli Apostoli.

Pag. 365 (2° e 5° capoverso)

“... siccome noi predichiamo il Servo di Jahvé questi gruppi sono contro di noi e dicono che siamo l'ultima arma che la Chiesa ha per allearsi con il potere costituito e sottomettente sotto il suo giogo il popolo e sfruttarlo ....... Se qualcuno la pensa così se ne vada e non perda tempo.”

“Questi gruppi, dicevo partono dal presupposto che siamo cristiani e dobbiamo impegnarci politicamente. Noi diciamo che quando uno ha bisogno di impegnarci è perché non è cristiano. Se non sei cristiano è inutile che cominci a fare progetti con la tua ragione e a proporti di fare questo o quest'altro. Se non siamo cristiani, facciamoci cristiani.”

Nota: Già a pag. 364 Kiko aveva detto che il cristiano non deve resistere al male, non soltanto sul terreno politico, ma su quello personale, familiare ecc. “Egli deve soltanto accettare il suo male, caricarsi della sua croce”. Qui aggiunge che se “uno sente il bisogno di impegnarsi è perché non è cristiano!” Si può fare un discorso più assurdo di questo? Se ciò fosse vero avrebbe ragione Marx che chiamava la fede una “alienazione” indegna dell'uomo! Né varrebbe quanto insegna il Concilio, come già detto a pag. 361, e che il Papa Giovanni Paolo II va continuamente ripetendo nelle sue catechesi in tutto il mondo.

Pag. 369 (3° capoverso)

La comunità durante il cammino catecumenale non è una comunità ecclesiale, non ancora la Chiesa, è una comunità che sta rinnovando il suo battesimo attraverso tappe”

Nota: Kiko affermando che i neocatecumenali non sono una comunità ecclesiale conferma di non conoscere la vera dottrina sulla Chiesa e le condizioni per appartenervi! Se il neocatecumenale non è ancora Chiesa, quando lo diventerà? Solo alla fine del Cammino, dopo 20 anni? “Quando arrivano?” chiedeva un figlio dei N.C., parlando dei propri genitori! “Camminano sempre e non arrivano mai!”.

Ma, nel frattempo, i Sacramenti che vengono esortati a ricevere, a che servono e perché li ricevono se essi non sono ancora Chiesa? Non è un sacrilegio quello che fanno, o almeno, una ipocrisia che dura anni e anni?

A Pag. 370

Nota Appaiono più chiare le tappe del Cammino neocatecumenale.

1°) una fase di conversione

| - Parola

2°) segue un pre-catecumenato | - Eucaristia

| - Convivenza

3°) poi il Catecumenato

4°) alla fine il tempo degli eletti che termina con il Battesimo.

Pag. 372 (2° capoverso)

“... La Bibbia si interpreta da se stessa, attraverso parallelismi.”

Nota: Oltre che dimenticare l'insegnamento della Chiesa (cfr. 2 Pt 1,20-22; D.V. 9-10-12-13), Kiko dovrebbe sapere che nella Bibbia, oltre il senso letterale delle singole affermazioni c'è un senso più profondo: quello che Dio intende dire non solo a coloro per cui fu scritta, ma anche per tutte le generazioni future. C'è quindi un “senso tipico” e un “senso pieno” che vanno al di là del senso letterale. Questo è vastissimo perché è dato dai vocaboli usati e dal loro contesto. C'è un senso letterale proprio ed uno traslato. C'è poi un senso accomodatizio, spesso usato in omelie ed opere ascetiche (come fa anche Kiko) del quale vale ciò che diceva la Pont. Comm. Biblica: e cioè “il senso risultante anche dalle accomodazioni più felici,... non si può dire veramente e strettamente senso della Bibbia né che fu da Dio ispirato all'agiografo (EB 524; C.C.C. n° 115, 116,117 e 119)”.

Per conoscere con correttezza il senso della Bibbia, bisogna rispettare le due caratteristiche dogmatiche: cioè che è ispirata da Dio e che è stata consegnata alla Chiesa da custodire e interpretare. (EB 77; D.V. n° 8-9-10-12; EB 565).

Kiko a pag. 239 risponde ad un tale dicendo: “tu non puoi dare una interpretazione a modo tuo di questa parola (della Bibbia), perché c'è una interpretazione che è quella che dà la Chiesa”.

La regola giusta qui ricordata, purtroppo, vale solo per gli altri perché Kiko interpreta come vuole la Parola di Dio, spesso adattandola alle finalità che si prefigge. E quando qualcuno osa rimproverarli di una interpretazione troppo massimalista o contraria all'insegnamento dato dalla Chiesa, i neocatecumenali lo definiscono “un indemoniato”. Questo appellativo, in tutti i gruppi è applicato a chi dissente, senza alcun rispetto per l'abito che indossa o per i motivi che adduce. Si insegna infatti continuamente che al di sopra dell'amore per i figli stessi deve esserci l'amore alla Comunità!

Come le note hanno certamente evidenziato, l'esame accurato del testo “orientamenti” di cui ci siamo limitati a riportare i passi più significativi, ci ha portato a concludere che il Movimento Neocatecumenale fonda la sua Catechesi nella negazione di alcune verità fondamentali della fede. Esse comprendono: il Magistero della Chiesa; i Sacramenti, specialmente della Penitenza e dell'Eucaristia; il valore sacrificale della Messa; la presenza reale di Gesù dopo la celebrazione eucaristica; il valore redentivo della morte in croce di Cristo; la distinzione tra sacerdozio ministeriale e sacerdozio comune. Altri errori, non meno gravi, riguardano la grazia, la libertà, il peccato.

Anche se tra gli aspetti positivi riconosciuti comunemente, c'è quello di un riaccostamento alla Parola di Dio, questo viene gravemente vanificato dal metodo interpretativo della medesima, che non è sempre rispettoso oltre che delle verità fondamentali, a cui sopra abbiamo accennato, anche delle norme dell'esegesi e dell'insegnamento del Magistero. Sussiste invece un massimalismo tenace, per il quale gli aderenti al Movimento vengono assimilati ai “Testimoni di Geova”.

Dal testo risulta inoltre che il Cammino sarà lungo. Infatti gli anni della sua durata sono andati gradatamente crescendo: da 7 a 15, a 20! Si ha così un lungo periodo in cui centinaia di cristiani rimangono inutilizzati per ogni attività pastorale, (“sono messi in frigorifero”, come si esprimeva un Ecc.mo Arcivescovo).

Durante questo periodo essi vengono inesorabilmente plagiati, attraverso numerosissime adunanze-catechesi svolte la maggior parte in ore notturne, quando diminuiscono le resistenze psico-fisiche del soggetto.

Si usano anche riti, gesti, simbolismi, espressioni adatte ad influenzare l'intelligenza, la volontà e la psiche dei partecipanti, ai quali, ad un certo punto, si arriva a far compiere azioni ed assumere comportamenti che la fede cristiana non impone a nessuno come condizione assoluta per la salvezza. Si giunge così a distruggere personalità, libertà, onorabilità, legami familiari e sociali.

Tra i motivi del consenso che accompagna il Movimento, oltre al profondo desiderio di Dio nel cuore umano al quale il movimento dà una sua risposta, oltre alla approvazione, talvolta entusiasta, data da una parte del clero, oltre al clima di socialità ed amicizia che si instaura nel gruppo, ne viene apertamente avanzato un altro: “il denaro”. Si dice infatti che i milioni, anzi i miliardi, raccolti tra gli aderenti con modalità discutibilissime, dopo aver preso la destinazione del sostegno delle opere del Movimento prendono anche altre vie... sulle quali non vogliamo pronunciarci.

Con il nostro lavoro non abbiamo inteso condannare le singole persone che sono nel Movimento. Moltissime sono in buona fede e incapaci di controbattere gli errori contenuti nella catechesi loro impartita! Ma si può pensare che la stessa buona fede esista anche nei sacerdoti, che dopo i lunghi anni di studio della teologia hanno ricevuto, con il sacramento dell'Ordine, la missione di essere le guide del popolo di Dio, i Maestri della Verità per le anime affidate alle loro cure? Com'è possibile che questi ministri del Signore che per anni hanno partecipato a tutto lo svolgimento del cammino N.C., non siano riusciti a vedere o capire quello che tanti fedeli stanno da tempo dolorosamente constatando e denunziando?

Siamo lieti, nel constatare che alcune delle idee espresse in questo lavoro, pubblicato in edizione dattiloscritta fin dal 1990, siano condivise da molti illustri membri dell’Episcopato e del clero italiano. Ciò risulta dalla nota pastorale pubblicata dalla Conferenza Episcopale Pugliese (1/12/1996); dalla lettera di Mons. NONIS, Vescovo di Vicenza (18/12/1996); dai decreti del Card. SALDARINI, Arcivescovo di Torino (17/5/1995); dagli interventi del Card. PIOVANELLI (25/3/1995); da quelli del Vescovi di Palermo, Card. PAPPALARDO (22/2/1996); dal Vescovo di Foligno, Mons BERTOLDO (1/8/1995); dal Card. BIFFI di Bologna (31/3/1996). Inoltre è opportuno ricordare gli interventi dei Vescovi piemontesi nel 1981; del Vescovo di Brescia, Mons. FORESTI nel 1986; del Vescovo di Novara nell’agosto del 1987 e della Commissione Episcopale Umbra (2/3/1986).

Col nostro lavoro non intendiamo suggerire ai nostri pastori un particolare comportamento nei riguardi dei fratelli neocatecumenali. A norma del Vaticano II (P.O. 7) e delle leggi della Chiesa (C.J.C. c. 305), ci siamo proposti di dare, col nostro modesto lavoro, un contributo alla conoscenza della verità. Lo abbiamo fatto non guidati da preconcetti, ma stimolati da dolorose esperienze di molti che, invece di incontrare il Signore, si sono ritrovati, a causa del Movimento N.C., lontani da Cristo e dalla sua Chiesa.

Lo abbiamo fatto perché desideriamo che i nostri confratelli sacerdoti, per la missione ricevuta da Cristo, possano correggere gli errori che serpeggiano nel popolo di Dio. Lo abbiamo fatto anche per aiutare i carissimi fratelli neocatecumenali a crescere in una fede genuina ed in una carità autentica e universale. Solo così essi diventeranno quello che affermano già di essere, e che noi pure sinceramente desideriamo: un dono dello Spirito Santo per la Chiesa dei nostri tempi.

 

S O M M A R I O

CENNI DI BIBLIOGRAFIA #9;

NOTA INTRODUTTIVA

PRIMO GIORNO

Presentazione dei catechisti

(da pag. 1 a pag. 17)

SECONDO GIORNO

Pastorale di Evangelizzazione. I segni della Fede

(da pag. 18 a pag. 35)

TERZO GIORNO

Desacralizzazione, scristianizzazione, crisi di fede

(da pag. 36 a pag. 68)

QUARTO GIORNO

La missione della Chiesa: Sale, Luce, Lievito.

(da pag. 69 a pag. 90)

QUINTO GIORNO

Chi è Dio per te?

(da pag. 91 a pag. 104)

SESTO GIORNO

Chi sono io?

(da pag. 105 a pag. 123)

SETTIMO GIORNO

IL KERYGMA. Prima parte: Proclamazione

(da pag. 124 a pag. 147)

OTTAVO GIORNO

IL KERYGMA. Seconda parte: Il Kerygma nelle Scritture

(da pag. 148 a pag. 160)

NONO GIORNO

Il Sacramento della PENITENZA:

a) Catechesi sul Sacramento

(da pag. 161 a pag. 179)

DECIMO GIORNO

Celebrazione penitenziale

(da pag. 193 a pag. 205)

UNDICESIMO GIORNO

Esperienze della gente

(pag. 206)

DODICESIMO GIORNO

Abramo

(da pag. 207 a pag. 227)

TREDICESIMO GIORNO

Esodo

(da pag. 228 a pag. 245)

QUATTORDICESIMO GIORNO

Questionario sulla Parola

(da pag. 246 a pag. 268)

QUINDICESIMO GIORNO

Consegna delle Bibbie.

(da pag. 269 a pag. 277)

Convivenza

(da pag. 278 a pag. 284)

PRIMA PARTE DELLA CATECHESI SULL'EUCARISTIA

Il seder pasquale

(da pag. 287 a pag. 314)

SECONDA PARTE DELLA CATECHESI SULL'EUCARISTIA

Storia della eucarestia

(da pag. 315 a pag. 335bis)

CATECHESI SUL DISCORSO DELLA MONTAGNA

(da pag. 336 a pag. 341)

INIZIA LA CATECHESI SUL SERVO DI JAHVE'

(da pag. 341 a pag. 366)

CONCLUSIONE



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